Massimo Pinto

Massimo's PostDOC blog posts 2022-01-03T11:39:43+01:00 http://massimopinto.github.io/blog Massimo Pinto masimo.pinto@me.com Post D.O.C. in transition 2010-06-23T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/06/23/post-doc-in-transition <p>Sono state settimane molto intense per la transizione verso una nuova posizione di lavoro, in un altro Ente di Ricerca. Altra sede, altri ritmi, nuovi colleghi…ma conto di tornare a scrivere regolarmente entro il secondo compleanno di Post D.O.C., il prossimo 30 Giugno. A presto! Massimo</p> Gli interrutori molecolari del cancro al seno 2010-06-06T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/06/06/gli-interrutori-molecolari-del-cancro-al-seno <p>Qualche settimana fa ho partecipato alla bellissima Komen Race di Roma, un evento sportivo per la raccolta dei fondi da destinare alla ricerca contro il cancro al seno, che insieme all’associazione per la ricerca contro i linfomi, i mielomi e le leucemie, è tra le fondazioni Italiane che riscuote maggior successo nella caccia ai finanziamenti. Non c’e’ da sorprendersi: tra le mortalità dovute al cancro, quella dovuta alla mammella è, nelle donne, seconda solo a quella dovuta al cancro ai polmoni, ed è incoraggiante come negli ultimi 20 anni, grazie anche alla ricerca scientifica, il tasso di mortalità per questa neoplasia si sia sensibilmente abbassato[1]. La ricerca contro il cancro al seno ha fatto delle scoperte interessanti riguardo il rischio ereditario di contrarlo: le donne portatrici di mutazioni in almeno uno di due geni, BRCA1 e BRCA2 (il nome deriva, appunto, dal <em>BReast CAncer</em>), hanno un rischio aggiuntivo, rispetto alla restante parte della popolazione femminile, di insorgenza di un cancro alla mammella nell’arco della loro vita. Questo, di per se’, non è una condanna: le donne portatrici di una mutazione in uno dei due geni BRCA1/2 si possono sottoporre ad esami diagnostici frequenti, così da poter rilevare l’eventuale neoplasia al suo stadio più precoce. BRCA1 e 2 sono essenziali nel processamento di un tipo di lesione al DNA chiamato ‘rottura della doppia elica’. In caso di mutazione BRCA1, l’efficacia della riparo del DNA è compromessa e le cellule ricorrono a meccanismi di riparazione del DNA soggetti ad errori. E di ragioni per cui li DNA si danneggi, nell’arco della nostra vita, ce ne sono moltissime. L’interpretazione più accreditata dell’impatto di un mutante BRCA1 è che l’organismo accumula, nel corso della vita, in virtù dell’uso di meccanismi di riparo del DNA soggetti ad errore, mutazioni genetiche che possono portare fino all’instabilità genomica, una proprietà essenziale in carcinogenesi. Come rimediare? Si tratta, chiaramente, di un’area attivissima della ricerca scientifica. La penna[2] di Simon Boulton, dei Clare Hall Laboratories a nord di Londra, racconta della pubblicazione di uno studio che cerca di fare più chiarezza sugli attori molecolari che vanno in scena insieme a BRCA1, perché BRCA1 non agisce mica da solo. Una proteina sua ‘compagna’, 53BP1 ne riduce fortemente gli effetti se mutato anch’esso. Dunque, un mutante BRCA1 che porti <em>anche</em> una mutazione in 53BP1, apparentemente, non è soggetto allo stesso rischio di neoplasie di un individuo che porti solo la mutazione BRCA1. Ovvero: una mutazione, in BRCA1 è potenziale portatrice di guai, ma una seconda mutazione in un altro gene riduce fortemente gli effetti della prima. Ecco allora la proposta di strategia terapeutica:</p> <blockquote> <p>…inibitori di 53BP1 potrebbero essere adoperati in portatori di mutazioni Brca1, nella speranza di sopprimere la tumorigenesi e migliorare l’efficacia della riparazione del DNA.</p> </blockquote> <p>Ciò varrebbe, tuttavia, in pazienti in cui il tumore non si sia già manifestato, perché, <em>in questo caso</em></p> <blockquote> <p>…l’inibizione di 53BP1 potrebbe avere l’effetto indesiderato di restaurare i processi di riparazione fedele del DNA anche in cellule tumorali, rendendole resistenti a terapie basate su agenti che causano danno al DNA.</p> </blockquote> <p>Fioccheranno i <em>trial</em> clinici. Auguriamocelo.</p> <p>[1] American Cancer Society, <a href="http://www.cancer.org/docroot/PRO/content/PRO_1_1_Cancer_Statistics_2009_Presentation.asp">Statistiche 2009</a></p> <p>[2] <a href="http://dx.doi.org/10.1038/465301a">DNA repair: Decision at the break point</a>, di Simon J Boulton, Nature 465, 301-302 (20 Maggio 2010)</p> Non solo nepotismo 2010-05-24T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/05/24/non-solo-nepotismo <p>La scorsa settimana il gruppo editoriale <em>Nature</em> ha lanciato un portale ‘regionale’ di <a href="http://www.nature.com/regions/italy/index.html">aggregazione di notizie sull’Italia</a>. La notizia mi ha sorpreso. <em>Evidentemente</em>, per loro, l’Italia non è più solo un paese di nepotismo, cronismo, raccomandazioni, concorsi pubblici truccati, scandali di ‘peer-review per le allodole’, ricerca sottofinanziata, precariato. <em>Evidentemente</em>, qualcosa di buono, degna di essere raccontata, accade anche al di qua delle Alpi. Lo si evince dal fatto che il portale Italiano segue quello Asiatico e del Medio Oriente, due regioni in cui le università sono lontane dalle prestigiose della <em>Ivy League</em>, ma nelle quali, <em>evidentemente</em>, succede qualcosa su cui è bene tenere un occhio, e questo cannocchiale adesso è puntato pure su di noi. Non saremo una regione di scienza emergente, come lo è forse il Medio Oriente, ma possiamo, sappiamo fare buona ricerca. E se ne accorgono anche gli altri.</p> Un gran bel risultato negativo 2010-05-20T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/05/20/un-gran-bel-risultato-negativo <p>Mi sono imbattuto in una completo quanto complesso studio sulle cause della sclerosi mulipla, pubblicato appena un paio di settimana fa[1]. Non l’ho letto perché lavoro sulla sclerosi multipla, ma perché mi sembrava che dietro questo lavoro ci fosse un modello di approccio sperimentale: sono state usate (almeno) tre tecniche <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Omics">omics</a> per studiare perché, in tre coppie di gemelli monozigoti, uno ha contratto la scelorosi multipla e l’altro no. Il ‘modello’ dei gemelli è prezioso, perché</p> <blockquote> <p>…offre la possibilita’ di discernere il contributo relativo della genetica e dell’ambiente alla manifestazione di malattie umane[2].</p> </blockquote> <p>E così Baranzini e colleghi, in un’impresa che immagino abbia richiesto alcuni anni di lavoro, a lui e gli altri 28 co-autori, distribuiti in 8 enti di ricerca americani, non hanno trovato assolutamente <em>nulla</em>. Detto con un po’ più di rispetto per il loro lavoro, sembra non esserci nessuna traccia di un marcatore, un indicatore della malattia che sia presente in uno dei due gemelli e non nell’altro, ne’ a livello del genoma, ne’ sull’epigenoma, ne’ sul trascrittoma. Ma allora? E’ allora chissà. Spulciando la stessa copia della rivista su cui è pubblicato il lavoro, trovo un editoriale a commento di questo studio sulla sclerosi multipla. Alla Katsenlson chiede a Baranzini il perché del loro ‘risultato negativo’, ed egli spiega che una possibilità è che anche se i gemelli identici avevano la stessa predisposizione (genetica) alla malattia, solo uno dei due è stato esposto all’insieme di condizioni ambientali che l’avrebbero provocata. La malattia sarebbe determinata dall’ambiente piuttosto che dalla predisposizione. Una spiegazione plausibile. Ma resta la curiosità di dove sia la sua firma molecolare.</p> <p>[1] Genome, epigenome and RNA sequences of monozygotic twins discordant for multiple sclerosis. Sergio E. Baranzini et. al., <a href="http://dx.doi.org/10.1038/nature08990">Nature Vol 464</a>, 29 April 2010</p> <p>[2] Genome, epigenome and RNA sequences of monozygotic twins discordant for multiple sclerosis. Sergio E. Baranzini et. al., <a href="http://dx.doi.org/10.1038/nature08990">Nature Vol 464</a>, 29 April 2010</p> L'esperienza degli inesperti 2010-05-12T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/05/12/lesperienza-degli-inesperti <p>In una democrazia un po’ lontana dalla nostra, alcuni tipi di reato sono giudicati, oltre che da un Magistrato, anche da una Giuria, composta dai cittadini. Trasponendo questo <em>modus operandi</em> alla ricerca scientifica ed alla valutazione dei suoi risultati, il giudizio dovrebbe essere emesso non soltanto dai ricercatori, ma anche dal resto della cittadinanza. Questo sarebbe impraticabile: la ricerca scientifica spinge in avanti le frontiere delle conoscenza, e non è attendibile pretendere che tutti la possano comprendere. Viceversa, nella vita quotidiana ed in alcuni suoi aspetti, il senso comune può esser d’ausilio per chi deve giudicare un reato. Ma l’idea di chiedere ad un non-esperto non è poi così peregrina. Mike Fowler, l’autore del blog <a href="http://blogs.nature.com/mike/">Theoretically Speaking</a> sul <em>Nature Network</em>, auspica in un <a href="http://blogs.nature.com/mike/2010/05/11/a-suggestion-to-improve-peer-review">post</a> che un manoscritto scientifico sia sempre giudicato, oltre che dagli ‘espertissimi’, anche da qualche ricercatore con esperienza diversa. Non tanto affinché il messaggio sia comprensibile ad individui dalla conoscenze più disparate (perché, come scrivevo poco più su, potrebbe non esser strettamente necessario), quanto per evitare che le discipline scientifiche procedano come i compartimenti stagni in cui, in ciascuna scatoletta, si re-inventa la ruota che era già stata inventata da altri. Per quanto possa sembrare assurdo, queste cose accadono davvero. Nel 1992, nella disciplina della <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Radiobiologia">radiobiologia</a>, si è ‘scoperto’ che il danno da radiazioni ionizzanti si può propogare a cellule mai esposte alla radiazione, ma adiacenti quelle danneggiate direttamente dall’esposizione alle radiazioni. La ragione addotta, ed oramai molto studiata, è che le cellule ‘si parlano’. Quando i radiobiologi raccontano questa scoperta ai colleghi fisiologi, istologi o biologi cellulari, questi li guardano come se davvero avessero scoperto l’acqua calda.</p> JoVe @ 500 2010-05-11T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/05/11/jove-500 <p>Sono giornate piene zeppe di scadenze, e temo che mi stia accadendo ben poco che possa interessare i lettori di questo blog. Credo sia normale, ogni tanto. Recensisco pero’ un paio di notizie che ho appreso e che mi sembrano interessanti.</p> <p>1) La rivista JoVe (the Journal of Visualized Experiments) ha pubblicato il suo 500-esimo articolo online, come per tutti gli altri 499, rigorosamente contenente dei filmati. L’articolo e’ di Nynke L. van Berkum, Erez Lieberman-Aiden, Louise Williams et al[1] e riguarda l’interazione tra geni posizionati in zone distanti del genoma. Il video sembra ben fatto davvero. A questo punto, per pubblicare bene la propria ricerca, ci vogliono dei bravi registi.</p> <p>2) Un interessante articolo su <em>Il Sole 24 ore</em> di oggi, alla pagina 17 ed a firma di Alessandro Schiesaro, a proposito del disegno di Legge per la riforma dell’Universita’ Italiana di prossimo dibattimento in Senato, di cui riporto solo una brevissima parte</p> <blockquote> <p>[…] disegnare un sistema rigoroso che finalmente distingua tra reclutamento e progressione di carriera interna […] garantendo a ciascun docente il fondamentale diritto ad essere valutato con tempi certi e modalita’ serie.</p> </blockquote> <p>Mi pare ben scritto. Tra le ragioni prima a gettare nello sconforto i ricercatori italiani c’e’ la pressoche’ totale indeterminazione del loro percorso di carriera.</p> <p>A presto.</p> <p>[1] Nynke L. van Berkum, Erez Lieberman-Aiden, Louise Williams, Maxim Imakaev, Andreas Gnirke, Leonid A. Mirny, Job Dekker, Eric S. Lander, Hi-C: A Method to Study the Three-dimensional Architecture of Genomes, <em>JoVe</em> <a href="http://dx.doi.org/10.3791/1869">Vol 39</a></p> Cinquecento uomini per un solo tumore 2010-05-04T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/05/04/cinquecento-uomini-per-un-solo-tumore <p>Non saprei da dove cominciare se mi trovassi di fronte ad una mole di dati circa 500 volte più grande di quella che giunse sul mio computer un anno fa, <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/129/welcome-to-transcriptomics">via Skype</a>, quando iniziai a lavorare sulla parte di trascrittomica dell’esperimento in cui sono coinvolto. Eppure, c’è chi ‘questa croce’ se la sta abbracciando, ed è un super-gruppo noto come <a href="http://www.icgc.org">The International Cancer Genome Consortium</a>, di cui fa parte anche l’Università di Verona. L’idea dietro il progetto sembra semplice: dal momento che in un cancro ci sono mutazioni genetiche diverse, confrontare il genoma delle cellule cancerose con quello di cellule normali (magari nello stesso individuo affetto da un cancro) può fornire un’identikit molecolare del cancro ed offrire nuove possibilità terapeutiche e diagnostiche. E considerando che un cancro non è esattamente lo stesso in individui distinti, sarà bene che la caratterizzazione di un tumore sia basata sul confronto tra il genoma del cancro di molte persone che condividono la stessa malattia. Tale è la diversità genetica che questo ‘molte persone’ diventa almeno 500. Dopo tanti hard disk, molto calcolo e sudore dei neuroni, si conta così di arrivare ad una conoscenza molto approfondita della firma molecolare di in un cancro. Per visualizzare la complessa rete di aberrazioni intra ed inter-cromosomiche, mutazioni genetiche puntiformi ed abbondanza di copie di un gene, si usano dei grafi circolari di grande effetto[1], con i cromosomi indicati all’esterno:</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/38.jpg" alt="" /> <em>Circos plot</em> relativo alla mutazioni genetiche del cancro al polmone, tratto dal portale di <a href="http://scienceblog.cancerresearchuk.org/2009/12/16/skin-and-lung-cancer-genomes-are-truly-groundbreaking/">Cancer Research UK</a>. Le linee viola indicano scambi di sequenze genetiche tra cromosomi diversi. Quelle verdi rappresentano ricombinazioni genetiche entro lo stesso cromosoma.</p> <p>Ma le <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Omics">omics</a> sono tante, e non tutto si può spiegare leggendo ‘solo’ il genoma. Lo sanno bene anche quelli dello ICGC che si propongono di studiare anche l’epigenoma ed il trascrittoma, affiancando questo lavoro a quello della decifrazione del genoma del cancro. Pane per bioinformatici e per <em>systems biologists</em>, senza dubbio.</p> <p>[1] Molti altri <a href="http://mkweb.bcgsc.ca/circos/images/samples/">qui</a></p> Diversamente assunti 2010-04-29T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/04/29/diversamente-assunti <p>Ho incontrato un caro amico che ha vinto un concorso per ricercatore di ruolo presso un’università Italiana. Era visibilmente contento, ma anche preoccupato. Come collaboratore a progetto quale è stato per molti anni, passando di contratto in contratto, il suo stipendio mensile si avvicinava ai 2,000 euro. Adesso che è ricercatore universitario di ruolo, ripartirà dritto da 1,200 euro. In un soffio. Auguri.</p> L'arbitro smascherato 2010-04-27T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/04/27/larbitro-smascherato <p>Nelle ultime settimane mi sono imbattuto in un episodio di peer review in cui un (dattilo)manoscritto preprarato insieme ad i miei colleghi di gruppo e’ stato giudicato positivamente, in tempi un po’ troppo lunghi, praticamente senza alcuna correzione alla versione inviata. E’ possibile che l’articolo sia piaciuto molto ai revisori ed all’editore, ma anche che non l’abbiano criticato approfonditamente. In un epoca in cui i meriti della ricerca scientifica ed annessi fanno numero, ovvero promozioni, assunzioni, finanziamenti, c’e’ una moltitudine di colleghi che ritiene che anche chi fa dei buoni <em>referaggi</em> debba avere i suoi meriti. E chi ne fa di scadenti, debba averne corrispondemente di meno. La maggior parte delle riviste che facciano uso di peer review per pubblicare risultati originali di ricerca scientifica non rivelano l’identita’ degli arbitri, o dell’editore che ha preso in carico la valutazione dei manoscritti. Il <em>mantello dell’invisibilita’</em> indossato dai revisori ha effetto sia sugli autori del manoscritto sui suoi lettori. Ma perche’ tanta segretezza, altrimenti nota come anonimato? Un <em>referee</em> dovrebbe sentirsi libero di raccomandare il rigetto di un manoscritto, se lo ritiene inadeguato, incompleto, non meritevole di essere pubblicato. Non conoscere il nome dell’arbitro, secondo questa pratica, lo metterebbe in salvo da eventuali ‘vendette’. Rigetto per rigetto, dente per dente, infatti. Le ragioni a favore dell’anonimato degli arbitri sono molteplici e certamente io non le conosco tutte. C’e’ pero’ chi crede anche che, se i nomi degli arbitri fossero resi noti a tutti, il loro giudizio sarebbe piu’ accurato. Si puo’ confrontare questo panorama con un noto a molti: cosa succederebbe se l’arbitro ed i guardalinee di una partita di calcio fossero mascherati? Se negativo (in quel caso i lettori non lo conosceranno, ma gli autori si) il giudizio di un referee scientifico ‘allo scoperto’ sarebbe forse piu’ sostanziato, con tutti i commenti negativi debitamente dettagliati. Sotto il mantello, invece, il referee potrebbe commettere delle inesattezze, o magari delle scorrettezze, proprio verso quegli autori, sospetterebbe lui, che gli hanno rigettato un manoscritto solo pochi mesi prima. Si puo’ argomentare, insomma, che arbitri anonimi possano creare piu’ disordine e peggiori giudizi di arbitri smascherati. Ed allora appare interessante l’approccio delle riviste della serie <a href="http://frontiersin.org/">Frontiers</a>, tra l’altro anche <em>Open Access</em>:</p> <blockquote> <p>L’identita’ dei referee, che restano confidenziali nel corso del processo di peer-review, sono rivelate all’atto della pubblicazione dell’articolo ed i revisori sono ringraziati per il loro lavoro e per il loro contributo alla pubblicazione.</p> </blockquote> <p>Peccato, forse, che i nomi dei referee vengano resi noti solo se il lavoro viene accettato dalla rivista, e cioe’ solo quando il loro giudizio e’ stato positivo. Dubbioso sull’identita’ degli arbitri dell ultimo lavoro pubblicato, ne festeggio comunque l’arrivo.</p> Lavoro. Scrivo. Pubblico. Gioisco. Ritraggo. 2010-04-19T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/04/19/lavoro-scrivo-pubblico-giosco-ritraggo <p>Pubblicare un lavoro scientifico è un percorso carico di emozioni, di difficoltà, di traguardi. Tra qualche settimana va in stampa il mio ultimo nato, e come per tutti gli altri che lo hanno preceduto festeggerò appropriatamente con una bella cenetta. C’è chi festeggia, e con grande entusiasmo, manoscritti pubblicati su riviste considerate autorevoli, perché sarà una carta da spendere per un posto di lavoro, un finanziamento per la ricerca. Mettere nel sacco un manoscritto su una rivista ‘ad alto impatto’ (una definzione scivolosa) significa essere in corsa verso il prossimo successo. Ad alcuni però capita che l’esperimento non torni più, non si riesce a replicarlo. Comincia un periodo di crisi in cui non si sa se qualcosa è andato ‘storto’ quando riuscì, una variabile non più controllabile, o se qualcosa non va più ora, perché chissà cosa è cambiato da quei giorni gloriosi. Come in <em>Il Dilemma di Cantor[1]</em>, quando il giovane Jeremiah Stafford mette a segno un esperimento cruciale per un premio alla carriera del suo capo, ma l’impossibilità di ripeterlo lo getta in uno stato di disperazione. Quando non si crede proprio più in quello che si era già dichiarato, c’è chi <em>ritira</em> una pubblicazione, con le dovute scuse.</p> <blockquote> <p>Vorremmo ritirare la nostra pubblicazione…perché non siamo più riusciti a replicare l’esperimento. […] Anche se continueremo a studiare il caso, chiediamo che la rivista ritiri il manoscritto, e siamo spiacenti per le avverse consequenze che potrebbero esser risultate dalla pubblicazione del nostro lavoro[2].</p> </blockquote> <p>La carriera può esserne stroncata. Le speranze di chi aveva usato quel lavoro per costruire e supportare il proprio pensiero, pure. Un evento infelice da entrambi i lati.</p> <p>[1] Il Dilemma di Cantor, di Carl Djerassi, 240pp, Di Renzo Editore, 2003.</p> <p>[2] Apparso la settimana scorsa su una rivista scientifica. Nel rispetto del dramma, scelgo di non citare.</p> 2+2=4 2010-04-16T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/04/16/224 <p>Grazie all’entusiasmo ed alla curiosità che sono cresciuti intorno al dialogo con un collega, uno statistico, oggi posso dire di aver fatto due più due. Insieme a lui ho applicato un metodo, a me fino a poco fa sconosciuto, per analizzare i dati sperimentali di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Omics">trascrittomica</a> a cui lavoro, in modo radicalmente diverso da quanto ho fatto negli ultimi mesi. Il metodo è noto come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Analisi_delle_componenti_principali">analisi delle componenti principali</a> ed i risultati sono stati al di sopra delle attese, perché seguendo un percorso filosoficamente non confrontabile con il precedente, il risultato netto sembra molto simile. Ma l’aspetto forse ancora più notevole è che il ‘nuovo’ metodo (che ha più di cento anni, a dirla tutta…) si basa su un formalismo che avevo appreso anni fa all’Università, e del quale, almeno in linea teorica, mi sembrò di essermi impadronito. Tanto sconosciuto non era, dunque. Vederlo in applicazione oggi, sull’esperimento a cui lavoro, e ricavarne un risultato attendibile, e’ stato come vedere un cerchio chiudersi. Oggi due piu’ due ha fatto davvero 4, che soddisfazione! Buona aritmetica a tutti.</p> Pronta consegna 2010-04-12T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/04/12/pronta-consegna <p>Qualche anno fa un’amica e collega di studi universitari mi stupì per la sua scelta di lanciarsi nella ricerca in terapia genica (gene terapy), un’area che sembrava allora straordinariamente promettente, con la quale si ambiva a lottare contro malattie usando ‘DNA-contro-DNA’. Ad armi pari, insomma. Gli esperti in terapia genica potranno confutarmi, e ne sarei ben lieto, ma l’impressione che ho maturato in questi anni è che la terapia genica funziona benone <em>in vitro</em>, ma meno bene in un organismo. Non è colpa della terapia genica: ogni terapia mirata, che sia più o meno basata su approcci molecolari, ha il problema della ‘consegna’: come fare arrivare il farmaco lì dove si vuole, in un organismo vivente, in un organo malato, in un tumore. Ed allora bisognerebbe accogliere con entusiasmo la ricerca del gruppo di Erkki Ruoslahti[1] su un peptide (una proteina) che assiste un farmaco nella scalata verso il suo bersaglio. <a href="http://news.sciencemag.org/sciencenow/2010/04/new-peptide-helps-cancer-drugs-b.html">L’editoriale</a> su <em>Science</em> canta le lodi di questo lavoro, perché il peptide usato dal gruppo di Ruoslahti si é dimostrato già molto efficace in tumori ‘ospitati’ in topini. Quando il peptide viene somministrato insieme a dei farmaci anti-cancro, questi arrivano più facilmente al bersaglio. Mica una cosa da poco, se si pensa che un limite terapeutico è la tossicità. Se questo approccio funziona come sembra, si può somministrare meno farmaco con lo stesso effetto sul cancro, ma meno effetti collaterali. Il meccanismo, è spiegato, si basa sulla vasodilatazione, proprio dei vasi sanguigni che approvvigionano il tumore, e che consentirebbe al farmaco di accedere al tumore con più agio. E’ anche interessante leggere <a href="http://news.sciencemag.org/sciencenow/2010/04/new-peptide-helps-cancer-drugs-b.html?etoc">i commenti</a> che i lettori hanno inserito in fondo all’articolo editoriale di <em>Science</em>, inlcuso un ‘non disprezzate la ricerca dei miei amici’.</p> <p>[1] <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1183057">Coadministration of a Tumor-Penetrating Peptide Enhances the Efficacy of Cancer Drugs</a>, Kazuki N. Sugahara &amp; Tambet Teesalu <em>et. al.</em>, Science, April 8, 2010.</p> Epilogo - storia di una stabilizzanda 2010-04-08T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/04/08/epilogo-storia-di-una-stabilizzanda <p>Una mia amica ricercatrice e collaboratrice, la chiamerò Anna, ha ricevuto oggi una comunicazione ufficiale: dovrà presentarsi il giorno 21 Aprile per firmare il suo contratto a tempo indeterminato. Anna fu ospite di Radio3 Scienza il 2 Ottobre del 2008 con una storia di stabilizzanda fatta di promesse e delusioni, che mi fu d’ispirazione per <a href="http://blogs.nature.com/massimopinto/2008/04/18/got-the-right-union-support-now-go-for-tenure">un post</a> sul ruolo dei sindacati nelle promozioni sul lavoro.</p> <p><em>io:</em> “Caspita! sarai contenta!”</p> <p><em>Anna:</em> “No. Sono esausta. E con questa promozione perdo 300 euro netti di salario mensile, perché tutta l’anzianità che ho maturato come ricercatrice a tempo determinato viene perduta.”</p> <p>Anna ci ha messo quindici anni e mezzo, se mi sono fatto bene i conti. E c’è chi ci riuscirà in tempi maggiori. Questa stabilizzazione ha centrato i suoi obbiettivi, o è stata un fallimento?</p> Italiani, bravi ricercatori 2010-04-07T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/04/07/italiani-bravi-ricercatori <p>Su questo giornale, ma non solo, c’è la tendenza a mettere in risalto i risultati della ricerca ‘italiana’. Un po’ di orgoglio nazionale non guasta, ma in molte discipline scientifiche oggi è difficile non riconoscere il contributo di collaboratori in altri paesi. Sopratutto, molti risultati si raggiungono con collaborazioni internazionali piuttosto che nel proprio orticello. Orgoglio a parte, quanto siamo bravi noi Italiani in fatto di ricerca scientifica? Premesso che la valutazione dei risultati è tema molto dibattuto nella comunità internazionale[1], ci sono alcuni servizi/database che tentano di stilare classifiche di qualità. Non è cosa banale, visto che queste classifiche determinano l’allocazione di finanziamenti a molti zeri, piani strategici, assunzioni. Uno di questi servizi, gratuito, è l’archivio dati online <a href="http://www.scimagojr.com/">Scimago</a>. Su Scimago, per il poco più che decennio 1996-2008, si possono confrontare <a href="http://www.scimagojr.com/journalsearch.php">riviste</a>, che è il modo in cui ci sono arrivato io, ma è possibile anche fare <a href="http://www.scimagojr.com/compare.php">confronti</a> tra più paesi, oppure verificare in quale <a href="http://www.scimagojr.com/mapgen.php">settore disciplinare</a> un paese concentra maggiormente le sue risorse di ricerca. Nel caso dell’Italia, quando si valuta il volume dei risultati, questo appare essere la ricerca biomedica (vedi figura).</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/37t.jpg" alt="" /></p> <p>Quello che ha colpito me è che nonostante la precarietà dei nostri ricercatori ed i limitati fondi per la ricerca, non siamo messi troppo male. Se si stila una classifica basata sull’indice <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/9/come-potete-giudicare">h</a>, uno stimatore dell’impatto scientifico delle pubblicazioni (in questo caso, di un intero paese), l’italia è settima in classifica generale, preceduta dai soliti sospetti (USA, UK, Germania, Francia, Canada, Giappone). Nelle scienze Biomediche, siamo sesti. In quelle Fisiche, siamo ottavi. Cambiando le categorie, raramente siamo fuori dai primi dieci. Sembriamo quasi un paese scientificamente competitivo.</p> <p>[1] Julia Lane, <a href="http://dx.doi.org/10.1038/464488a">Let’s make science metrics more scientific</a>, Nature 25 Marzo 2010.</p> I migliori anni della nostra genomica 2010-04-02T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/04/02/i-migliori-anni-della-nostra-genomica <p>Il numero di ieri di <em>Nature</em> dedica una sezione al decimo anniversario dalla pubblicazione delle prima bozza del genoma umano. Si tratta di un numero speciale di ampio interesse, e per sfogliare questa sezione[1] non c’è bisogno di abbonamento. Uno dei tagli di questo numero speciale (e del podcast audio collegato) è sulle nuove tecnologie che stanno emergendo intorno al progetto genoma, e grazie alle quali le speranze che hanno preso forma intorno alla sua nascita si sono fatte, semmai, ancora più colorite. E così il numero è ricco di storie di ricercatori che si sono trovati nel fantastico mondo della post-genomica. Principiante quale sono, mi ci sono ritrovato anche io, con la <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Omics">trascrittomica</a>. Trovarsi in questo immenso labirinto di conoscenza mi fa sentire un po’ come scrive la biochimica Jennifer Doudna[2]:</p> <blockquote> <p>“E’ come arrampicarsi su una montagna che continua a farsi più alta”</p> </blockquote> <p>Io continuo a salire. Buona Pasqua, Massimo</p> <p>[1] <a href="http://www.nature.com/news/specials/humangenome/index.html">The human genome at 10</a>. Nature, 1 Aprile 2010</p> <p>[2] <a href="http://dx.doi/org/10.1038/464664a">The human genome at 10: life is complicated</a> . Nature, 1 Aprile 2010</p> Ricerca contabile 2010-03-29T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/03/29/ricerca-contabile <p>Siamo abituati ad immaginare i riceratori avvolti nei loro camici bianchi, distratti a muovere la loro fantasia in un terreno così poco familiare agli altri. O con i capelli spettinati, seduti ad una scrivania disordinata, con aria smarrita. Eppure, c’è un aspetto del lavoro della ricerca che lo rende molto simile agli altri: i ricercatori devono fare anche previsoni e rendicontazione scientifica. Del resto, sia che si tratti di denaro pubblico, sia di denaro privato, chi finanzia ha ben diritto di sapere se i suoi soldi son spesi bene. Ma non sempre i ricercatori sembrano tagliati per fare previsioni di bilancio, o previsioni di quando raggiungeranno un certo risultato, qualunque esso sia. Non si tratta, non sia mai, di prevedere <em>quale</em> risultato si otterrà, ma quando si sarà <em>sufficientemente sicuri</em> per poter annunciare un risultato. Quante pubblicazioni scientifiche si prevede di riuscire ad avere in stampa (ed entro quando). Roba da brivido. Se occorrerà, verranno eseguite alcune misure in più, così, per escludere il caso. Verrà ripetuto quell’esperimento che non era venuto bene, dal risultato dubbio. Raramente, infatti, gli esperimenti vanno lisci come si sperava, perché un esperimento ha sempre qualcosa di ignoto, e se così non fosse il suo nome sarebbe forse un altro. Ed allora si corre a fare le ore piccole, o i fine settimana a lavorare, per recuperare terreno, perché il traguardo ha continuato ad allontanarsi, proprio mentre la data di ‘consegna’ del risultato si avvicinava. Tutto questo mentre si giura, con un’espressione affaticata sul viso, che la prossima volta si farà in modo di prevedere una certa percentuale di esperimenti falliti, si terrà conto che alcuni macchinari potranno guastarsi…buoni propositi che verranno puntualmente dimenticati, diabolicamente, alla prossima stesura di progetto, quando si tornerà a fare i sognatori.</p> Il Mentore dell'anno 2035 2010-03-27T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/03/27/il-mentore-dellanno-2035 <p>E’ l’estate del 2036 all’Aspromonte Research Center. L’Aula Magna è stracolma di ricercatori, molti giovanissimi. E’ in corso la premiazione per il mentore dell’anno 2035. Si apre uno spiraglio nella porta a battenti, in cima alla scalinata sulla parte superiore dell’Aula. E’ Libero Mobile, impacciato con due piatti di bruschette, che cerca Ester Ofila, nella semi-oscurità della sala.</p> <p><em>Ester Ofila</em>: Finalmente! A me l’hai prese senza peperoncino?</p> <p><em>Libero Mobile</em>: Erano terminate. E’ già cominciata la <em>award lecture</em> del Dr Rosas?</p> <p><em>EO</em>: Non ancora. Ma facciamo silenzio perché lo stanno presentando adesso.</p> <p><em>Presentatore:</em> (leggendo una lettera di supporto alla candidatura del Dr Rosas) “…capii di esser stato fortunato nella scelta del mio mentore - scrive il Dr. Wu, adesso Professore Associato in Farmacologia all’Università della Cambogia a Phnom Penh - quando il Dr. Rosas mi fece preparare un referto di valutazione dei progetti europei. Ci lavorai tre giorni interi, nella sua baita presso il Pollino. Mi raggiunse, personalmente, al quarto giorno e trascorremmo insieme altri due giorni a rivedere il mio giudizio preliminare. Lui organizzò tutto in modo che i miei compiti in laboratorio fossero ricoperti da altri, mentre ero via. Lo faceva con tutti noi. All’ombra dei pini, il Dr Rosas mi sfidava chiedendomi come <em>io</em> avrei invece scritto questa o quella parte del progetto che stavo giudicando. L’anno dopo, con tutto il bagaglio che avevo maturato, vinsi un finanziamento di cinque anni all’Università della Cambogia, come Assistant Professor”…</p> <p><em>EO</em>: Be’, niente di così unico, mi pare…</p> <p><em>LM</em>: Infatti..mica come all’inizio del secolo, quando i post-doc erano solo un paio di mani in più in laboratorio per seguire la ricerca dettata da un estroso politicante…</p> <p><em>Presentatore</em>: …è il momento di lasciare il podio al Dr Rosas, il Mentore dell’anno 2035! (applausi fragorosi)</p> <p><em>EO</em>: Libero, è Messicano il Dr. Rosas?</p> <p><em>LM</em>: Si, proprio di Mexico City. Ma ha studiato in Finlandia per molti anni, prima di venire in Italia, quando la Finlandia aveva le migliori scuole primarie d’Europa.</p> <p><em>Dr. Rosas</em>: (commosso) Non mi è certo facile il confronto con Mentore che assistette il giovane Telemaco nella tumultuosa ricerca del padre, ma sono felicissimo di questo premio e saluto tutti i miei ex studenti, sparsi ovunque nel globo, a cui devo la gioia ed il privilegio di aver condiviso con loro anni bellissimi. Eppure, non sono sempre stato buono con i miei studenti. Se è vero che lasciavo loro molte opportunità per emergere, per stabilire la loro indipendenza, era chiaro che le responsabilità dovevano anche ricadere su di loro. Una <em>review</em> mediocre significava perdere la faccia, e l’Editore della rivista non li avrebbe più contattati per un po’. In un certo senso, non ho fatto altro che mandarli in pasto ai lupi…ma spero di aver dato a questi ragazzi gli strumenti di cui avevan bisogno.</p> <p><em>Presentatore</em>: Sapete tutti che le lettere di appoggio al candidato non sono che la punta dell’iceberg del premio al Mentore dell’anno. La commissione che ha scelto il Dr. Rosas ha rilevato che il 90% degli studenti che hanno frequentato il laboratorio del Dr. Rosas si è poi affermato con posizioni di eccellenza, in ogni continente. Va detto, a proposito, che gli altri candidati di quest’anno non erano distanti dal vincitore, ma la loro capacità di formare talenti con un così ampio spettro di competenze - che si siano affermati in Università, enti Governativi, Diplomatici, ed in così tanti paesi - non ha potuto concorrere con l’eccellenza del Dr. Rosas.</p> <p><em>EO</em>: Libero, uno di quelli che non ha vinto quest’anno è il tuo capo?</p> <p><em>LM</em>: Assolutamente. Pare che lo abbia penalizzato il fatto che troppi suoi ex allievi siano riusciti ad affermarsi solo in Italia ed in Grecia. Troppo poco, secondo la commissione. Ma io spero di fare diversamente, dopo il mio anno di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/23/cera-una-volta-il-precariato">stop in Asia</a>. Magari trovo una posizione stabile lì. Forse proprio in Cambogia, dove e’ il Dr. Wu.</p> <p><em>EO</em>: Te lo auguro. Ma anche quell’idea di metter su una panetteria e fare bruschette con olio d’oliva DOP non era malvagia. Che ne dici se vado a prenderne altre di queste bruschette?</p> Quando gli altri ci giudicano 2010-03-23T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/03/23/quando-gli-altri-ci-giudicano <p>C’era un tempo, ma forse c’e’ ancora, un’abitudine curiosa in alcuni laboratori di ricerca italiani, in fatto di firma di una pubblicazione scientifica di ricerca biomedica. Secondo una logica che non mi e’ mai stata troppo chiara, e che non ho mai condiviso, il fine ultimo era dare forza ad un gruppo, piuttosto che ai suoi <em>Homo Sapiens</em> costituenti, per cui poco contava se uno aveva lavorato piu’ di un altro. Il contributo di ciascun ricercatore veniva spianato in un lapidario ordine alfabetico degli autori contribuenti. Nel terribile elenco, pertanto, Il Dottor Abbate appariva sempre prima del Dottor Zucca. E siccome le pubblicazioni scientifiche vanno sempre citate come <em>Primo Autore et. al.</em>, tutti i lavori del gruppo di Zucca ed Abbate venivano citati come <em>Abbate et. al.</em> Difficile metterselo nella zucca, per tutti gli altri. Questa curiosa pratica ha causato tanta frustrazione, demotivazione, ingiustizie. Ma, in Italia, aveva un suo senso. Bastava aver pipettato dell’acqua in un recipiente, un paio di volte, come si vede in alcuni servizi televisivi con ricercatori in camici di laboratorio bianchissimi e stiratissimi, per guadagnarsi un posto sull’elenco, al pari di quello che aveva lavorato per 8 mesi, tutti i giorni cosi’ come nel fine settimana, povero scemo che era. Il gruppo appariva, complessivamente, produttivo: tutti i suoi membri pubblicavano un numero simile di lavori, cosi’ che il merito di ciascuno potesse esser subordinato ad altri criteri ad ogni occasione in cui si fosse dovuto discutere di premi, riconoscimenti, promozioni, assunzioni. Ma poi e’ venuta fuori questa ‘brutta storia’ del merito, una novita’ assoluta in Italia, che ha raggiunto proporzioni cosi’ gigantesche da apparire anche sulla <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/165/che-giudichino-gli-altri">stampa internazionale</a>. E’ venuta fuori una <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/246/e-gara-fu">gara vera</a>, di quelle come le fanno all’estero, e ci hanno giudicati gli altri, secondo metodi largamente accettati all’estero. Un mio collega e’ rimasto profondamente amareggiato dal giudizio che gli e’ stato dato. Il suo progetto, pur non essendo finito il cima alla lista, e quindi non finanziato, era stato giudicato piuttosto bene. Avrebbe dovuto affrontare meglio alcuni aspetti della sua stesura, e probabilmente lo fara’ a breve nell’ambito della nuova versione del suo progetto, con la quale partecipera’ ad una nuova gara. La sua amarezza non e’ associata allo scarso riconoscimento dei meriti del progetto, quanto ai suoi. Avendo sempre lavorato in un gruppo di quelli che descrivevo su, e non chiamandosi Abbate, non e’ (quasi) mai apparso come primo autore. All’estero, diversamente che da noi, la posizione di primo autore e’ di colui che ha contributo in maggior misura alla realizzazione dell’esperimento, ideandolo, eseguendolo. Il secondo fa un po’ meno del primo, e poi tutti gli altri. L’ultimo autore conta piu’ o meno quanto il primo: e’ il capo del gruppo, quello che, in un paese normale, ha creato l’ambiente favorevole per la realizzazione di quella ricerca, mettendo a disposizione i finanziamenti che ha vinto come <em>principal investigator</em>, il laboratorio, con i suoi apparecchi, sostenendo il pensiero ed il lavoro degli altri. Anche se non si chiama Dottor Zucca. E cosi’, il mio collega si e’ trovato giudicato, sostanzialmente, inadeguato a condurre il suo progetto di ricerca perche’, non essendo comparso mai come primo autore di una pubblicazione scientifica, non avrebbe mai dimostrato di aver maturato quelle capacita’ di ricercatore indipendente che sono considerate cosi’ fondamentali, dai nostri colleghi oltre confine, per capitanare un progetto di ricerca. Un colpo durissimo da accettare, frutto di errori che non e’ piu’ possibile correggere. <em>Ouch</em>.</p> E gara fu 2010-03-18T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/03/18/e-gara-fu <p>Il Ministero della Salute Italiano ha pubblicato la classifica finale dei progetti presentati nell’ambito del <a href="http://www.salute.gov.it/dettaglio/phPrimoPianoNew.jsp?id=269">Bando per i Giovani Ricercatori</a>, alla sua seconda edizione, quella del 2008. Appena <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/236/bella-iniziativa-ma-poi-chi-paga">un mese fa</a> scrivevo che il bando e’ giunto ora alla sua terza edizione, ma ancora non si sapeva nulla, fino a ieri, appunto, sull’esito della seconda. Ebbene, ammettendo che in passato ero stato <a href="http://network.nature.com/groups/italy/forum/topics/4930">poco gentile</a> nei confronti della scarsa informazione che veniva data su questa gara, oggi devo riconoscere che sembra si sia trattata di una competizione seria. E’ stato confermato che i progetti inviati nella primavera del 2009 da 997 aspiranti ricercatori-leader sono stati sottoposti al giudizio di un’agenzia esterna, il <a href="http://cms.csr.nih.gov/AboutCSR/Welcome+to+CSR/">Center for Scientific Review</a> del National Institute of Health americano, che ha assegnato tre arbitri per ciascun progetto di ricerca. L’uso di un’agenzia di altra nazione, per la valutazione di un intero bando di gara, era senza precedenti, come gia’ fece notare <a href="http://dx.doi.org/10.1038/459900a">Nature</a> e <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/165/che-giudichino-gli-altri">discutemmo qui</a>.</p> <p>Ciascun arbitro ha emesso un punteggio, e la media dei tre giudizi e’ stata utilizzata per stilare la <a href="http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_primopianoNuovo_269_documenti_itemDocumenti_1_fileDocumento.pdf">classifica finale</a>. Il finanziamento, di circa 500,000 euro a progetto di durata triennale, viene aggiudicato ai primi 52 classificati (su 997 partecipanti). Il sottoscritto e’ giunto solo 506-esimo, non esattamente in posizione alta. Ma c’e’ una nota positiva per tutti quelli che, come me, non ce l’hanno fatta: ogni candidato ha ricevuto commenti estesi al suo progetto, da ciascuno dei tre arbitri che ad esso erano stati assegnati. Ci sono consigli preziosissimi nei giudizi di questi esperti, per chiunque voglia provare a migliorare la stesura del proprio ‘sogno nel cassetto’. In fretta: la prossima scadenza per la terza edizione del bando e’ fissata per il giorno 8 Aprile 2010. E poco importa che il rateo di successo e’ ancora cosi’ basso.</p> Non come i Bulgari 2010-03-15T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/03/15/non-come-i-bulgari <p>Nella parentesi Valdostana, tra sci di fondo, mocetta di bovino ed il calduccio del camino, ho dato una sbirciata al numero di Nature del 18 Febbraio scorso, pigramente inciampato nella mia buca postale il giorno prima della partenza per le Alpi. Nella sezione dedicata alla corrispondenza, mi ha colpito una lettera scritta da un ricercatore Bulgaro[1] che denuncia una condizione non troppo lontana da quella che potrebbe essere, ed il condizionale e’ doveroso, la condizione del Bel Paese in fatto di ricerca scientifica, se i tagli ai finanziamenti dovessero proseguire baldanzosi. Nella sua lettera, Oleg Yordanov ricorda come agli inizi degli anni ‘90 la Bulgaria decise di chiudere tutti gli enti pubblici di ricerca. Come se, da noi, si agisse per chiudere il CNR, l’ENEA, lo INFN, l’Istituto Superiore di Sanita’, etc. Sia chiaro che nessuno ha fino ad ora ordinato che i nostri enti vadano chiusi in massa, ma si potrebbe argomentare che il clima dello scorso anno allo EBRI, o all’ISPRA non e’ stato allegro. Yordanov scrive che un risultato della decisione “Bulgara” dei primi anni ‘90 e’ stato la perdita del senso comune della scienza tra la popolazione civile. La qualità dell’insegnamento delle materie scientifiche, accusa, e’ crollata ben al di sotto la media mondiale. Da notare che questa perfomance della Bulgaria e’ poco al di sotto dell’Italia, se si crede nei dati OECD PISA[2]. Tornando a quanto scrive Yordanov, proprio ora che la Bulgaria si starebbe riprendendo, la maggior necessita’ e’ una valutazione esterna del sistema universitario, come a voler intendere che la comunità scientifica bulgara e’ oramai così ridotta di dimensioni che se si lasciasse che sia arbitro di se stessa, si deciderebbe a tavolino chi viene finanziato e chi viene promosso. Che mondo lontano dal nostro, mi piacerebbe poter gridare convinto. Ma mi consolo quando leggo che almeno non siamo in Irlanda, dove la crisi economica ha determinato una riduzione dei salari, incluso quelli dei ricercatori, fino ad un massimo del 15 per cento[3].</p> <p>[1] <a href="http://dx.doi.org/10.1038/463877b">University overhaul vital to end Bulgarian science’s long decline</a>, Nature Vol 463, p877, 18 Feb 2010</p> <p>[2] <a href="http://www.pisa.oecd.org/dataoecd/30/17/39703267.pdf">PISA 2006 report</a>, figura 2.11a, p51</p> <p>[3] <a href="http://dx.doi.org/10.1038/nj7283-985a">Scientists in Ireland face up to pay cuts</a>, Nature Vol 463, p985, 18 Feb 2010</p> Vacca magra 2010-03-07T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/03/07/vacca-magra <p>Diventano tangibili altre conseguenze dei ‘tagli alla ricerca’. Non riguardano solo il blocco di nuove assunzioni o i rinnovi di contratto dei precari, di cui si parla e si scrive già tanto.</p> <p>Nel dipartimento in cui sono ospitato, all’Istituto Superiore di Sanità, è stato annullato un fondo che metteva a disposizione alcune migliaia di euro ogni anno per finanziare viaggi all’estero e presentare, a congressi scientifici, i risultati del lavoro svolto. Bye bye. La biblioteca centale dell’Istituto ha annunciato che non sarà possibile rinnovare tutti gli abbonamenti annuali alle riviste scientifiche e che quelli per alcune riviste ritenute ‘minori’ saranno annullati. Minori. Bah. Per qualcuno di noi, tanto minori non saranno, forse, e quei ricercatori si sentiranno un po’ più isolati di prima.</p> <p>Post D.O.C. parte per le nevi della Valle d’Aosta. Buona settimana a tutti ed arrivederci al 15 Marzo!</p> Nella giungla delle "omics" 2010-03-02T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/03/02/nella-giungla-delle-omics <p>Sembra sia giunto <a href="http://dx.doi.org/10.1038/463587a">il momento</a> dello <em>epigenoma</em>, la mappatura dei modi in cui viene adoperato il <em>genoma</em>. Statico, uguale in tutte le cellule di un organismo, il <em>genoma</em> puo’ esser visto come un libro-progetto per il funzionamento di tale organismo, senza istruzioni che ci dicano quali pagine occorre leggere per fare questo o quello. In prima approssimazione, il genoma e’ un po’ come un grosso tomo senza indice analitico: pieno zeppo di informazioni, ma scorrendolo non sai quali ti serviranno. L’epigenoma prova a spiegarci qualcosa in piu’: intende mappare tutte le modifiche che possono essere adottate sul genoma per renderlo utilizzabile in una data sua area, oppure silente in un’altra area. Ed allora l’epigenoma potra’, forse, spiegarci perche’ un neurone fa cose diverse da un macrofago, pur avendone lo stesso genoma. Si spera che sara’ possibile anche conoscere l’epigenoma delle cellule tumorali, quelle della prostata, come quelle del polmone.</p> <p>Benvenuto all’epigenoma allora, ma io, confesso, sono sempre piu’ confuso. Da quasi un anno cerco di studiare le variazioni del <em>trascrittoma</em> indotte da basse dosi di radiazioni ionizzanti. Nel trascrittoma c’e’ l’intera collezione dei ‘messaggi di istruzione’ che sono stati scritti dal ‘libro mastro’, il genoma, affinche’, salvo altre discrezioni, venga prodotta questa o quella proteina. Il trascrittoma cambia, oltre che in funzione del tipo di cellula che si osserva, con il trattamento cui la si sottopone. Dal trascrittoma si puo’ provare a comprendere, se non si impazzisce prima, in quale processo biologico si impegnano le cellule quando sono sottoposte ad un certo trattamento. C’era molto entusiasmo per l’analisi del trascrittoma, qualche anno fa, al punto che chi raccontava di stare misurando le alterazioni del trascrittoma era considerato uno <em>figo</em>, oltre che dotato di buoni finanziamenti, dato che la tecnica era costosa. E poi, preso atto che uno i messaggi di istruzioni li puo’ pure ignorare, oppure li puo’ leggere molte volte e realizzare il prodotto finale in molte copie, partendo da un unico bozzetto, si e’ cominciato a credere che il trascrittoma non ci avrebbe portati, da solo, troppo lontano. Forse ci avrebbe pensato il <em>proteoma</em>, l’insieme di tutte le proteine presenti in un dato momento in un dato tipo di cellule, eventualmente in corrispondenza ad un certo trattamento. Mmmmm. E dopo il proteoma, giunse in aiuto anche il <em>fosfo-proteoma</em>, che a differenza del primo sa distinguere anche quale proteina e’ attiva nel fare ‘qualcosa’ da quale sta ferma li’ pronta per essere attivata, ovemai ne avesse bisogno. La proteina <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/P53">p53</a>, per esempio, puo’ fare cose molto diverse a seconda di dove venga <em>fosforilata</em>, cioe’ dove le verra’ legato un gruppo fosfato. Il ruolo di p53 e’ piu’ chiaro se si guarda il fosfoproteoma che non il trascrittoma.</p> <p>Addentrandosi nei legami logici tra DNA (genoma), DNA ‘con segnalibri’ (epigenoma), RNA (trascrittoma), array di microRNA e proteine (proteoma e fosfoproteoma) ci si accorge poi che il flusso dell’informazione e della produzione non va nemmeno a senso unico, come si pensava qualche anno fa. Sembra allora che nessuno di questi approcci, preso da solo, ci permette di trarre conclusioni degne di esser chiamate tali. E proprio mentre mi illudevo di aver avuto l’intuizione del mese, secondo cui nel futuro occorrera’ puntare sui punti di intersezione tra questi approcci, scopro che qualcuno ci ha gia’ pensato da parecchi anni, anche prima che si pensasse all’epigenoma: i giapponesi del progetto <a href="http://www.genome.jp/kegg/">KEGG</a>. Meglio tornare a studiare, allora. L’intuizione del mese dovra’ farsi attendere ancora un po’.</p> Tante perdite, ma anche tanta dignita' 2010-03-01T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/03/01/tante-perdite-ma-anche-tanta-dignita <p>Stamattina ero a L’Aquila con alcuni colleghi romani, al polo di <a href="http://www.univaq.it/section.php?id=211">Coppito</a>, per discutere di ricerca e di prospettive comuni, con altri colleghi del luogo. Mi hanno mostrato le crepe sulle pareti dell’Universita’, ed a terra i calcinacci che sono caduti il 6 aprile 2009 durante la scossa di terremoto che ha devastato quella terra. Impressionante.</p> <p>Lungi dal confrontare i danni subiti dalla ricerca scientifica con quelli umani che hanno subito i cittadini de L’Aquila, i racconti di questi colleghi Abruzzesi parlano anche di un’altra forma di distruzione. Anni di lavoro buttati via; campioni sperimentali ottenuti con la costanza ed il sacrificio di mesi, anni di lavoro, sono andati perduti perche’ i freezer in cui erano custoditi non avevano piu’ corrente elettrica. Perdite inestimabili, perche’ in alcuni casi riguardavano lavoro intellettuale che non e’ piu’ possibile ripetere. Ed il dolore di dover mandare via gli studenti, cercandogli ospitalita’ presso altre Universita’, per ricominciare il lavoro che avrebbe dovuto portarli presto alla tesi di laurea, o al dottorato, e che invece gli e’ sfuggito via in una notte.</p> <p>Ma sopratutto, quanta dignita’ in queste persone, che si sono adattate ad andare avanti, in questi mesi scorsi, in condizioni di improvvisazione.</p> Henrietta l'immortale 2010-02-28T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/02/28/henrietta-limmortale <p>Una delle colture cellulari piu’ comunemente usata nel laboratorio in cui lavoro, all’Istituto Superiore di Sanita’, e’ una “linea” di fibroblasti di pelle avente nome di battesimo <a href="http://ccr.coriell.org/Sections/Search/Sample_Detail.aspx?Ref=AG01522&amp;PgId=166">AG01522</a>. Si tratta di cellule provenienti dalla pelle di un neonato[1] che visse soli 3 giorni, e che furono messe in coltura nel lontano Gennaio del 1976. Le pubblicazioni scientifiche che sono risultate dall’uso di queste cellule sono numerosissime. Per ragioni che non comprendo appieno, si tratta di una sorta di standard di coltura cellulare umana normale (non tumorale ne’ immortale). La usavano di routine anche nei due laboratori in cui ho lavorato in passato. Proprio perche’ non sono immortali, queste cellule non possono essere tenute in coltura per tempi indefiniti. Dopo alcune settimane d’uso, inesorabilmente, le cellule diventano <em>senescenti</em> e la loro proliferazione si arresta. Per lavorarci ancora su, dunque, si preleva un altro campione dall’azoto liquido, piu’ fresco, ma verra’ il giorno in cui nessuno ne avra’ piu’ di queste AG01522. Avremo tutti esaurito le scorte.</p> <p>La signora Henrietta Lacks, invece, e’ immortale. Ad Henrietta fu diagnosticato un cancro uterino che le tolse la vita in pochi mesi. Era il 1951, presso Baltimora, nell’America della segregazione razziale. Henrietta era una donna nera. Tre ricercatori riiuscirono a mettere in coltura delle cellule provenienti dall’adenocarcioma di Henrietta, con un brodo di coltura sperimentato da loro stessi. Raggiunsero un risultato mai visto prima: le cellule proliferavano, senza arrestarsi mai. Da allora, le cellule di <strong>HeLa</strong>, la prima coltura immortale, sono diventate uno standard di cellule umane trasformate (pre-tumorali o tumorali). Come si legge in una critica di Steve Silberman[2], l’uso sperimentale delle HeLa ci ha portati allo sviluppo di vaccini contro la poliomelite e contro il papillomavirus. Una ricchezza inestimabile, e grazie ad una donna di una famiglia povera, oltre che discriminata.</p> <p>[1] Precisamente, dal prepuzio. Cio’ causa una certa ilarita’ tra gli amici di chi lavora con queste cellule.</p> <p>[2] <a href="http://dx.doi.org/10.1038/463610a">The Woman Behind HeLa</a>, critica di Steve Silberman al nuovo libro di Rebecca Skloot, ‘The immortal life of Henrietta Slacks’. Nature 463, 610 (4 February 2010)</p> Il privilegio dell'ignoranza 2010-02-24T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/02/24/il-privilegio-dellignoranza <p>La riunione di oggi era centrata sull’esame di alcuni dati sperimentali di un gruppo con cui si potrebbe mettere in piedi una collaborazione scientifica. Due dei componenti del nostro gruppo di ricerca sono appena stati in visita da loro e sono rientrati carichi di entusiasmo. I dati sperimentali dei futuribili collaboratori sono interessanti; facciamo cose vicine e sicuramente confrontabili. Le conseguenze di alcuni dei loro risultati ci hanno dato del filo da torcere. La stanza era densa di domande. C’era chi cercava di spiegare al vicino che cosa potesse significare questo o quell’altro fenomeno. C’erano pensieri e parole che si incrociavano. A tratti, un po’ di disordine. Alcune interpretazioni sono decisamente anti-intuitive, ma solo perche’ l’intuizione si basa su anni di pensiero “all’antica”, in cui non c’era posto, ancora, per i fenomeni che sono stati osservati e sommariamente descritti solo negli ultimi anni. Dei quali si conosce ancora poco. Evidentemente, <em>non sappiamo</em>, ma esser ignoranti ci offre il privilegio di mettere in moto la fantasia e fare previsioni. Saranno i migliori esperimenti che riusciremo ad immaginare, quelli che sopravviveranno alla selezione spietata della critica, a prender vita nelle cappe laminari, negli incubatori e sui microscopi. Dubito, ergo cogito, diceva un tipo saggio, 4 secoli fa.</p> La lotta sulle staminali embrionali, ancora una lettera delle Tre Ricercatrici 2010-02-19T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/02/19/la-lotta-sulle-staminali-embrionali-ancora-una-lettera-delle-tre-ricercatrici <p>Da pochi giorni ricevo gratuitamente la rivista <em>Nature</em>: non so come, ma sono stato inserito in un programma di valutazione dei contenuti della rivista e quello che mi si chiede in cambio, fino all’estate, e di compilare un formulario online sui contenuti della rivista, settimanalmente. Con grande invidia dei compagni di corridoio, sfoglio la mia copia cartacea di <em>Nature</em> intanto che scocchi l’ora del prossimo passaggio nell’esperimento odierno. Dalla <em>corrispondenza</em> con il giornale emerge una lettera delle ricercatrici Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai, e Silvia Garagna[1]. Lo scopo della lettera delle tre ricercatrici e’ allertare la comunita’ scientifica italiana ed internazionale sull’importanza di permettere che fondi pubblici italiani (nell’ambito di un bando ministeriale dello scorso anno) siano erogabili per ricerche scientifiche che facciano uso delle cellule staminali embrionali. Il caso, gia’ discusso sulla stessa rivista[2] ha qualche somiglianza con il veto posto dall’amministrazione Bush negli USA, sollevato poi da Barak Obama al cambio della Presidenza. Nel caso nostrano, l’appello delle tre ricercatrici presentato la scorsa estate e’ stato rigettato perche’, apparentemente, solo gi Enti possono appellarsi alla decisione, ma non i singoli ricercatori.</p> <p>Affermano le tre ricercatrici nella lettera della scorsa settimana</p> <blockquote> <p>…la battaglia contro lo Stato sul tema delle staminali embrionali e’ resa difficile dalla diffusa indifferenza. […] occorre allertare i canali dell’informazione, gli studenti, i politici, nonche’ gli accademici sui rischi che un’ideologia possa condizionare la ricerca scientifica. […] I ricercatori italiani che conducono ricerca di base devono reagire se non vogliono esser marginalizzati dalla scena internazionale.</p> </blockquote> <p>Come ricercatore Italiano di base, diffondo.</p> <table> <tbody> <tr> <td>[1] Italy’s stem-cell challenge gaining momentum, p729, Nature</td> <td>Vol <a href="http://dx.doi.org/10.1038/463729c">463</a> del 11 Febbraio 2010</td> </tr> </tbody> </table> <p>[2] Nature Vol 460, <a href="http://dx.doi.org/10.1038/460019a">19</a> &amp; <a href="http://dx.doi.org/10.1038/460449c">449</a>, p 339, 2009</p> Un limite per i social networks scientifici 2010-02-17T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/02/17/un-limite-per-i-social-networks-scientifici <p>Ho letto qualche articolo sull’avanzata dei social networks scientifici, <em>à la Facebook</em>, ma per ricercatori, medici, professori. La maggior parte di questi portali della socializzazione scientifica e’ in lingua Inglese, ma se ne vedono, e se ne usano, anche in Italiano. Se provassi a stilare una lista ne dimenticherei troppi. Mi piacerebbe, davvero, se questi portali offrissero delle opportunita’ ai ricercatori, ma pur essendo utente di piu’ di uno di questi portali, sono perplesso sulla possiblita’ che portino nuove collaborazioni. Usiamo i social networks quando percepiamo che ci sono persone vicine ai nostri interessi ma fuori dalle mura della nostra stanza, lontano dal nostro istituto, universita’, forse in un altro paese. Alcuni dei nostri amici di social networks sono a troppi fusi orari di distanza, e l’incontro con loro e’ tanto gradito quanto casuale. Io stesso ne conosco qualcuno con cui potrei avere delle discussioni approfondite e stimolanti, ne sono sicuro, anche se non li ho incontrati mai. Leggo il loro blog, loro leggono il mio. In alcuni casi possiamo condividere documenti, le nostre ricerche bibliografiche. Informarci sulle conferenze a cui parteciperemo, reciprocamente.</p> <p>Lavoreremo insieme? Potremo contare sull’altro per una collaborazione scientifica? Probabilmente non abbiamo posizioni lavorative stabili e dobbiamo innanzitutto onorare i contratti che abbiamo sottoscritto. L’instaurazione di una nuova collaborazione scientifica necessiterebbe di autonomia, liberta’ di accesso ad un ente di ricerca in qualita’ di ospite, senza troppe ambizioni e senza crear troppo fastidio, di acquistare del materiale per il nostro laboratorio, impiegare un tecnico di laborarotorio, formare uno studente. Si tratta di “infrastrutture” senza le quali i social networks non credo faranno la differenza.</p> Bella iniziativa, ma poi chi paga? 2010-02-15T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/02/15/bella-iniziativa-ma-poi-chi-paga <p>Scadenza giunta: documenti inviati. Come spesso accade, le date di scadenza per la presentazione di documenti annessi a progetti di ricerca sono associate ad una forte crescita dello stress di gruppo. Per oggi si prevede una giornata di degassamento. La mia sara’ al microscopio. Che fortuna, eh?</p> <p>Nei giorni passati si rifletteva, con gli amici colleghi di lavoro, sul <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/235/provaci-ancora-zio-sam">nuovo bando di gara</a> Ministeriale per la ricerca Biomedica e l’opportunita’ che offrirebbe ai giovani ricercatori, o per lo meno a quelli che hanno la fortuna, ol il coraggio, di concorrere senza sottomettersi a prestanome per qualcuno piu’ attempato di loro. Le riflessioni centrali sono state due.</p> <p>1) Va benissimo che ci sia una nuova gara e che il finanziamento sia apprezzabile (101 milioni di euro totali). Ma che cosa accade alla <a href="http://www.salute.gov.it/bandi/dettaglio.jsp?id=48">gara precedente</a> a cui hanno partecipato centinaia di ragazzi? Difficile reperire informazioni sullo stato di avanzamento delle valutazioni dei progetti. Sul portale del Ministero sono riportate le classifiche della <a href="http://www.salute.gov.it/ricercaSanitaria/paginaMenuRicercaSanitaria.jsp?menu=ricercatori&amp;lingua=italiano">gara dell’anno ancora precedente</a>, quella del <a href="http://www.salute.gov.it/ricercaSanitaria/paginaInternaMenuRicercaSanitaria.jsp?id=909&amp;menu=ricercatori">Bando 2007</a>. Non e’ che si pretenda molto, ma e’ solo cosi’, perche’ si possa capire se poter riporre qualche speranza in questa gara o lasciar perdere. Sperando che non vada nulla all’aria: nel 2001 partecipai, con tanti altri, ad una gara per giovani aspiranti ricercatori promossa dal CNR sotto il nome di Agenzia 2001. Dopo la presentazione dei progetti (e numerose settimane di lavoro) la gara fu annullata per mancanza di fondi. Fantastico. E’ una storia che tiro fuori ogni tanto per gli amici stranieri, quando vogliamo farci una risata.</p> <p>Stando all’articolo di <a href="http://dx.doi.org/10.1038/459900a">Nature del 17 Giugno 2009</a></p> <blockquote> <p>… La somma da assegnare (nell’ambito del Bando 2008, NdBlogger) e’ pari a 29 milioni di Euro e servira’ a finanziare dai 50 ai 60 giovani ricercatori. I fondi saranno distribuiti nel Gennaio 2010.</p> </blockquote> <p>2) La valutazione dei progetti del nuovo bando di gara sara’ curata, per la seconda volta, da una squadra di arbitri esterni (tre per progetto/candidato), ai National Institutes of Health. Iniziativa lodevole e che ci fa anche riflettere, come <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/235/provaci-ancora-zio-sam">scrivevo</a> la scorsa settimana. Ebbena, la riflessione fatta con gli amici era questa: questa operazione ha un costo? Di norma il <em>peer-review</em> delle pubblicazioni scientifiche e’ gratuito, ma il commissionamento di un intero pacchetto di valutazioni potrebbe non esserlo, perche’ richiede anche riunioni di esperti ed annesse spese di viaggio e soggiorno. Del resto, chi glielo fa fare allo NIH di spender tanto tempo e denaro a giudicare i nostri progetti Italiani? Nota cinica di un collega saggio e maturo: i costi dell’arbitraggio esterno sono sottratti dal budget totale. Anche da quello dello scorso anno, di cui avrebbero dovuto beneficiare i 50-60 vincitori gia’ dal mese scorso. Ed aggiunge il collega: non e’ detto che poi si servano delle classifiche stilate dallo NIH.</p> <p>Scaldiamo le penne e le tastiere. Tra pochi giorni inizia una gara nuova. E chi si ferma e’ perduto.</p> Provaci ancora, (zio) Sam 2010-02-09T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/02/09/provaci-ancora-zio-sam <p>Quando si tratta di dare merito al merito, non siamo capaci. Ma la cosa buona e’ che ne prendiamo atto e ci comportiamo di conseguenza. Infatti, e’ gia’ la seconda volta che l’italia commissiona ad un paese estero la valutazione di un intero bando di gara per finanziamenti alla ricerca scientifica. Altrimenti, si teme, i fondi non sarebbero aggiudicati in modo meritocratico. A meta’ tra l’indignato ed il fiero, <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/165/che-giudichino-gli-altri">scrissi</a> su questo blog, la scorsa estate, del primo caso a me noto di <em>peer-review outsourcing</em>. In preda all’eccitazione, ne scrissi anche su <a href="http://network.nature.com/groups/italy/forum/topics/4930">una pagina</a> del Nature Network, nel gruppo di discussione sulla scienza Italiana (in Inglese).</p> <p>L’episodio di cui sono venuto a conoscenza l’altro di’ riguarda il secondo caso di <em>outsourcing</em> di revisione tra pari, sempre mediante i <em>National Institutes of Health</em> (NIH) americani, i quali offriranno gli arbitri per guidicare i progetti di ricerca che saranno presentati nell’ambito del prossimo <a href="http://www.salute.gov.it/dettaglio/phPrimoPianoNew.jsp?id=265">bando ministeriale per la ricerca sanitaria finalizzata</a>.</p> <p>La sete di onore al merito che imperversa in Italia dovrebbe guidare moltissimi ricercatori verso la presentazione di domande di finanziamento nell’ambito di questa gara. Viene da chiedersi, tuttavia, quando saremo pronti a fare queste cose da soli, a giudicare in modo trasparente ed in base al merito i progetti di ricerca. Se lo <a href="http://www.nature.com/news/2009/090617/full/459900a.html">chiedevano anche gli americani</a>, quando gli fu chiesto di partecipare come arbirtri terzi, l’anno scroso. <a href="http://www.nature.com/news/2009/090617/full/459900a.html">Dichiarava</a> Scarpa, il direttore del reparto revisione scientifica dello NIH:</p> <blockquote> <p>…ci aspettiamo [in futuro] che gli italiani saranno in grado di gestire le loro cose da soli.</p> </blockquote> <p>Ed allora? Forse l’istituzione di una commissione di vigilanza/referaggio estera, che affianchi l’operato di revisori italiani, potrebbe mettere in luce eventuali discrepanze tra il giudizio emesso in casa nostra da quello di arbitri necessariamente super-partes ed al di fuori di interessi interni al nostro Paese. Le discrepanze nei giudizi dovrebbero puntare verso i ‘favori’. Unitamente alla visibilita’ pubblica di questo confronto, questo doppio peer-review parallelo potrebbe mettere alla berlina quelli inadeguatamente ‘favoriti’, eventualmente eliminandoli dalla gara. In questo modo ci serviremmo dei revisori esterni per migliorare gli effetti della nostra peer-review.</p> <p><em>Pizziccotto</em>.</p> <p>Ops. Mi rendo conto che stavo solo sognando.</p> Tutti al microscopio! 2010-02-03T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/02/03/tutti-al-microscopio <p>Siamo prossimi ad una scadenza: entro il 28 Febbraio occore inviare un rapporto sullo stato d’avanzamento del nostro contributo ad un progetto a cui partecipiamo, come gruppo di ricerca, insieme a numerosi <a href="https://ssl.note-ip.org/Participants">altri gruppi</a> europei e canadesi. <a href="https://ssl.note-ip.org/index.asp">Un progettone</a>. Immaginate ricercatori in camice ed occhialoni, intenti ad usare macchinari elaboratissimi e costosissimi. No. Immaginate invece ragazzi in stanze semi-buie, al microscopio a fluorescenza, ad osservare <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/138/unordinaria-giornata-di-microscopia">micronuclei</a>, quelle bestie strane che ti fanno anche fare, alle volte, <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/139/al-microscopio">pensieri d’evasione</a> per sopravvivere alla noia. Una barba mostruosa, alla quale si sopravvive solo con la radio, un podcast, o un audiolibro. Tedio all’ennessima potenza, ma necessario. Perche’ la tecnica, vecchia come il cucco, e’ uno standard sicuro, una che ti da sempre un risultato, che non ti abbandona, anche se ti fa penare un po’. Occorre classificare un livello di danno al DNA (in una scala da 1 a 5) e contare a mano gli eventi che afferiscono a ciascuna categoria. L’unico strumento in aiuto: un contatore. Simile a quelli che usano negli aerei per contare quanti passeggeri sono seduti.</p> <blockquote> <p>Ma perche’ fate tutto a mano? Ci sara’ pure un sistema automatico…compratevelo!</p> </blockquote> <p>Magari…il sistema automatico non c’e’ ancora. Ci stanno lavorando, con dei software che effettuano riconoscimento automatico di immagini, ma il tema e’ complesso. Cosi’ complesso, evidentemente, che intanto continuiamo a fare tutto a mano, ovvero ad occhio.</p> <p>Conobbi, ad un convegno, la persona che ha inventato questa tecnica di analisi. Si chiama Michael Fenech, e’ nato a Malta e’ vive in Australia. Fece una comunicazione orale bellissima. Mi avvicinai a lui alla fine, per complimentarmi, e per dirgli che ero felice di avere finalmente conosciuto la persona reponsabile di tanta sofferenza. Ci sorridemmo, complici</p> <p>Torno al buio a fare <em>clic clic</em>.</p> La nascita di un progetto di ricerca 2010-01-30T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/01/30/la-nascita-di-un-progetto-di-ricerca <p>Come nasce un progetto di ricerca scientifica? Non credo che esista una ricetta, ma vi racconto che cosa sta accadendo in queste settimane entro le mura dell’istituto presso cui lavoro, insieme ad i miei collaboratori. C’è eccitazione. Sulla scia di quanto fatto e pubblicato in questi anni, ed incoraggiati da alcuni colleghi, stiamo pensando a che cosa accadrà alla fine di uno degli esperimenti in corso, grosso modo l’estate del 2011. Si sono susseguite riunioni brevi, riunioni lunghe, riunioni in pochi, poi messaggi, telefonate, riunioni in molti. Ricerche sugli archivi di pubblicazioni di biomedicina, su internet. Studio di alcune pubblicazioni. Pensieri. Abbiamo poi individuato un collaboratore italiano, ed un possibile collaboratore australiano che ha messo a punto un sistema sperimentale che sembra fare proprio al caso nostro. Ed allora, nuove riunioni, per pianificare il contatto con l’Australia.</p> <p>Contatto. Risposta: entusiasmante.</p> <p>Nuove riunioni. Visita ad un laboratorio esterno, positiva. Riunione per raccontare a quelli che non c’erano, per stendere le linee guida dello sviluppo del progetto, sperando di presentarlo entro la fine del prossimo Aprile, per la valutazione, e per fare il punto della situazione con i collaboratori australiani. Si seguono linee di ragionamento, si viene interrotti per chiarire il pensiero. Chi parla capisce, talvolta, che il percorso logico era sbagliato, ma inavvertitamente ha aperto una parentesi importante e ci si mette un segnalibro mentale. Interviene un altro che segue un percorso diverso. Partendo da un ipotetico risultato, si chiede che cosa avremmo dimostrato, quale ipotesi sarebbe stata avvalorata o dimostrata errata. Il metodo scientifico rovesciato come un calzino, ma serve per chiarirci le idee ed evitare errori. Il progetto sta diventando troppo ambizioso, ed allora vien fuori un altro che con i piedi per terra invita a fare qualche semplificazione. Qualcuno ribatte che è un peccato “non fare anche questo”, perché “quando ci ricapita più?”. E così, avanti. Dopo alcune ore ho il cervello fritto, il quaderno pieno di note, ma il sorriso tipico di quelli che amano il loro lavoro.</p> Figliolo, prenditi una bella Laura... 2010-01-19T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/01/19/figliolo-prenditi-una-bella-laura <p>Una volta bastava la laurea per un posto di lavoro. Per i genitori, il conseguimento di una bella “Laura”, per dirlo alla Edoardo De Filippo, rappresentava la vera garanzia di aver ‘sistemato’ i figli. La laurea di oggi non e’ certo un passe-partout. L’asticella si e’ alzata: il dottorato di ricerca e’ diventato necessario, così come un tempo lo era stata la laurea. Scrive[1] Howy Jacobs che senza un dottorato e’ difficile tentare non solo la carriera universitaria, ma anche quella nella ricerca pubblica, privata, nell’editoria accademica, nell’amministrazione della ricerca scientifica e nell’attuazione delle azioni che fanno contorno alla ricerca scientifica. Sara’ forse anche per questo che qui in Italia si stanno diffondendo i concorsi pubblici per ricercatore in cui il dottorato di ricerca e’ un requisito indispensabile per accedere alla una selezione, non piu’ un elemento di merito facoltativo. Almeno, voglio credere che sia cosi’, ma forse, piu’ banalmente, e’ che non c’e’ nessuno piu’ da sistemare con un posto di ricercatore che non possegga il titolo di dottore di ricerca, perche’ questo in Italia non esisteva prima del 1980). Nella carriera accademica, l’asticella si e’ poi alzata ancora di più’: senza una, spesso due esperienze post-doc (io stesso sono alla mia seconda) non si può diventare ricercatori indipendenti, anche se questo dell’indipendenza e’ un discorso quasi privo di significato in Italia. Ma questa corsa sempre piu’ in alto non e’ priva di conseguenze. Jacobs:</p> <blockquote> <p>[…] la ricerca scientifica accademica e’ come una vetta verso cui ci sono due scelte: continuare ad arrampicarsi, nonostante le scarse possibilita’ di raggiungerla, o cadere. Piu’ in alto si arriva prima della caduta, piu’ dura sara’ la caduta.</p> </blockquote> <p>Ricalco il pensiero di Jacobs: visto che in vetta ci arrivano in pochi, occorre ristrutturare il percorso dei post-doc perche’ non si creino eserciti di ex-ricercatori delusi e falliti, oltre ad una manciata di ricercatori eccellenti. E’ uno spreco pazzesco, perche’ le doti che si acquisiscono durante gli anni di formazione scientifica sono tante, ma solo una piccola frazione serve per valutare la produttivita’ dei giovani che desiderano compiere un percorso accademico. Secondo Jacobs occorre rivoluzionare il modo di finanziare i progetti post-doc, e conseguentemente gli stipendi, strutturandone il percorso in modo che i programmi post-doc <em>debbano</em> essere qualificanti anche fuori dall’Accademia. Inoltre, invece che lasciare che il percorso di un candidato post-doc sia determinato da cio’ che il suo capo aveva scritto nel progetto di ricerca che ha generato il finanziamento su cui il giovane e’ stipendiato, il candidato dovrebbe aver partecipato alla definizione del progetto, prevedendo spese per il laboratorio per i suoi esperimenti, magari lo stipendio di un tecnico di laboratorio che lo assista. Bella idea, visto che e’ quello che il post doc dovra’ poi fare quando sara’ indipendente e scrivera’ le sue proposte di progetto di ricerca, ma temo che questo renderebbe il candidato post-doc troppo indipendente per i gusti del suo capo, che non avrebbe tutti i torti a lamentarsi di non riuscire a trovare chi esegua il lavoro che lui (il capo) ha programmato. In Italia siamo lontanissimi da tutto questo, ma e’ bene farci gia’ una riflessione, visto che la nostra ricerca scientifica di base ambisce a somigliare a quella oltre confine.</p> <p>[1] Howy Jacobs, <em>Postdockin’ in the free world</em>. EMBO reports (2010) 11, 1. <a href="http://dx.doi.org/10.1038/embor.2009.259">10.1038/embor.2009.259</a></p> Dismisure 2010-01-17T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/01/17/dismisure <p>Un collega un po’ piu’ maturo di me mi ha chiesto parere su una faccenda che lo riguarda in prima persona: ad un concorso interno, riservato a Primi Ricercatori (piu’ o meno equivalente dell’Accademico Professore Associato) che ambiscono a diventare Dirigenti di Ricerca (circa equivalente Accademico del Professore Ordinario), sono state adottate alcune metriche per quantificare la produzione scientifica dei candidati. Specificamente, il valore di ciascun manoscritto scientifico e’ stato pesato in funzione della rivista su cui questo e’ stato pubblicato. Trattasi, nella fattispecie, del famoso impact factor, su cui ho scritto <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/213/al-diavolo-limpact-factor-parola-di-nature">a Novembre</a> ed anche <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/9/come-potete-giudicare">tempo addietro</a>. L’impact factor e’ una <em>zampata</em> di <a href="http://www.garfield.library.upenn.edu/">Eugene Garfield</a> che poi, pare, e’ rimasto poco colpito dal modo barbaro in cui, talvolta, e’ stata adoperata la sua invenzione. Torno al mio collega. Furioso, perche’ alcuni suoi lavori sono stati giudicati 0.2 punti, altri 1 punto. La penalizzazione che ne e’ derivata gli e’ molto amara. Lui, come i colleghi che leggono queste due riviste, sa che il loro prestigio, ammesso che questo esista e sia misurabile, e’ sostanzialmente lo stesso. Si potrebbe argomentare che una delle due e’ appena piu’ letta (e citata) dell’altra, ma poca roba. Da dove sbuca allora il fatto che i manoscritti apparsi sulla prima sarebbero cinque volte meno validi di quelli apparsi sulla seconda? Il mio collega ha forse lavorato cinque volte meno o cinque volte peggio? Non credo che esista una spiegazione ragionevole (e’ il miglior parere che sono riuscito a dare) perche’ questo e’ l’ennesimo caso di malpratica nell’uso delle metriche ‘moderne’ nel giudizio di merito. Ci mancava solo che fossero disponibili degli indicatori quantitativi, ed il peggio sarebbe seguito. E come il caso sembra suggerire, queste ingiustizie si presentano sia sul cammino dei giovani sia su quello dei meno giovani.</p> <p>Per quanto possano esser ritenute affascinanti da chi vuol fare del giudizio della ricerca una faccenda di contabilita’, le metriche come l’impact factor e lo h-index non potranno esser sostituite dal buon senso: il parere verbale degli esperti. Non e’ una mia idea: l’ha scritto David Colquhoun[1] su Physiology News 2 anni fa e mi ha convinto.</p> <p>[1] D. Colquhoun, <em>Physiology News</em>, No. 69, Winter 2007</p> La ricerca fa denti piu' bianchi 2010-01-11T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/01/11/la-ricerca-fa-denti-piu-bianchi <p>Altro che 5 per mille alla ricerca scientifica, quel metodo lanciato da pochi anni nel Bel Paese e non privo di <a href="http://network.nature.com/people/massimopinto/blog/2008/05/03/0-5-of-your-taxes-to-whom-and-why">insidie</a>. Leggo[1] che sta emergendo nel nostro paese una realta’ a cui siamo poco abituati: pubblicita’ in cui la ricerca scientifica appare come la piattaforma su cui puo’ reggersi l’innovazione tecnologica. Confesso di non averla veduta, ma da quanto leggo, si tratta di una pubblicita’ in cui figura <a href="http://www.biorepair.it/">un dentifricio</a> che aiuta a riparare lo smalto, realizzato con il solido contributo della ricerca scientifica <a href="http://www.biorepair.it/certificazione.html">all’Universita’ di Bologna</a>. L’alleanza tra la casa produttrice del dentifricio e l’Universita’ offrirebbe una certificazione alla prima, e dei finanziamenti aggiuntivi alla seconda. In un paese in cui la percezione comune e’ che la ricerca e’ fine a se stessa, ovvero una perdita di denaro, ed in cui gli elettori si conquistano a suon di specchietti per le allodole, un riconoscimento alla ricerca come questo sembra un moto rivoluzionario. Che ben venga.</p> <p>[1] Paola Coppola, <em>La Repubblica</em> 10 Gennaio 2010, pagina 21.</p> Inventori di animali cercansi 2010-01-08T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/01/08/inventori-di-animali-cercansi <p>Sul Forum dei <a href="http://network.nature.com/groups/sciencewriters/forum">romanzieri della scienza</a>, sul Nature Network, Todd S ha postato <a href="http://network.nature.com/groups/sciencewriters/forum/topics/6273">un messaggio</a> in cui chiede consiglio per l’invenzione di un nuovo animale per un suo libro.</p> <p>I requisiti:</p> <p>1) Sia un predatore 2) Si riproduca rapidamente 3) La dimensione della sua popolazione sia direttamente legata alla disponibilita’ di cibo.</p> <p>I <a href="http://www.youtube.com/watch?v=uuOc7Eopiw4">minolli ed i rostocchi</a> ci sono gia’.</p> I risultati della ricerca scientifica devono essere aperti? 2010-01-08T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/01/08/i-risultati-della-ricerca-scientifica-devono-essere-aperti <p>All’Auditorium Parco della Musica di Roma sta per iniziare <em>Tra Possibile e Immaginario</em>, il <a href="http://www.auditorium.com/eventi/4952242">Festival delle Scienze 2010</a> che ci intratterra’ per cinque giorni a partire dal 13 Gennaio[1].</p> <p>Tra i vari appuntamenti, ho notato che Mercoledi 13 Gennaio alle 18 ci sara’ <a href="http://www.auditorium.com/eventi/4959133">Cameron Neylon intervistato da Ilaria Capua</a>. Non conosco direttamente la dottoressa Di Capua, ma ho avuto il piacere di conoscere Cameron a Londra, allo <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/32/science-blogging-2008">Science Blogging 2008</a>, e rimasi molto affascinato dalle idee che presento’ nel corso di quella giornata di studio sulle frontiere della scienza 2.0.</p> <p>Cameron e’ un paladino della diffusione completa di tutti i dati sperimentali, sia verso la comunita’ scientifica, sia verso i non addetti ai lavori. Secondo lui, e chi sostiene le sue stesse idee, le pubblicazioni scientifiche sono produzioni fin troppo distillate del lavoro che c’e’ stato dietro. Non raccontano tutta la storia, e magari omettono dati poco convincenti, che i ricercatori hanno deciso di rigettare dalla versione finale, quella che viene mandata alla rivista per la pubblicazione. Inoltre, si e’ detto piu’ volte quanto sia piu’ facile pubblicare risultati in cui si evidenzi un effetto ‘positivo’ (farmaco A migliore del farmaco B, o farmaco A piu’ efficace del placebo, etc) mentre sia piu’ difficile pubblicare quelli in cui non si evidenzia alcun un effetto (i risultati negativi, quelli che abbondano nel mio curriculum). La diffusione di ogni passo verso la conoscenza renderebbe onore ad ogni tappa, ai risultati negativi come quelli positivi, e renderebbe piu’ trasparente l’intero processo di avanzamento della conoscenza. Fin qui, bell’idea, strafighissima, come pensai quando ero a Londra.</p> <p>Come si fa, in pratica? Basta vedere il blog del gruppo di ricerca di Cameron o dei <a href="http://biolab.isis.rl.ac.uk/">suoi colleghi</a>. Sul <a href="http://biolab.isis.rl.ac.uk/camerons_labblog">suo</a>, uno dei tanti blogs che cura, viene riportato dettagliatamente con testi ed illustrazioni, ogni esperimento condotto nel suo laboratorio. Le annotazioni, invece che farle sul quadernone a quadretti, lui ed i suoi collaboratori le mettono in commenti ai ‘post’, come <a href="http://biolab.isis.rl.ac.uk/sriharsha_lablog/11524/KI_quenching_with_addition_of_variable_concentration_of_ligand_RESULTS.html#86">questi</a>. Facile, penserebbe qualcuno, produrre un manoscritto e mandarlo ad una rivista: basta seguire quello che Cameron pubblica sul blog, magari capendoci poco in principio, ma dopo qualche giorno….zzacchete! ecco un bel manoscritto pronto pronto per la pubblicazione, cosi’ che il <em>Rockerduck &amp; Bassotti</em>, International Journal of Furbacchion Science, e’ bello e fatto, alla facciaccia del povero Neylon che rimane frodato. Ma invece no. Come sostiene Neylon, questo e’ impossibile se i suoi dati sono postati sul suo blog, con tantopopodimeno che data di pubblicazione. Quel ‘timestamp’ e’ un’autenticazione vera e propria, se ufficiale (e qui sta uno dei grossi problemi da risolvere). Nella sala della Royal Society in cui Cameron parlava, a Londra, quasi si scateno’ una rissa tra chi lo appoggiava e chi sosteneva che metter tutto online cosi’ sarebbe stato come buttare la zappa sui piedi di qualunque ricercatore. Meglio restare in incognito, sostennero in molti. Sempre secondo Neylon, queste micropubblicazioni, una sorta di <a href="http://twitter.com">twittering</a> scientifico, non precludono in alcun modo la possibilita’ di pubblicare di manoscritti classici, quelli ‘distillati’ e ‘puliti’.</p> <p>La questione e’ tutt’altro che semplice. Come ricercatore, mi aspetto di leggere pubblicazioni brevi, in cui vengano riportate sempre e solo le informazioni piu’ salienti, necessarie. Mi aspetto che per reperire delle informazioni non debba imbarcarmi nella lettura di una <em>Divina Commedia</em>. E mi aspetto che chi pubblica un articolo non stia barando, mai, che mi stia raccontando la storia cosi’ come e’ andata. Non posso, non possiamo permetterci che vengan raccontate balle, perche’ quello che leggero’ potra’ ispirare il mio lavoro, la tesi di un mio studente (se ce l’avessi). Posso dire di avere qualcosa contro chi desidera pubblicare il risultato di ogni misura, come fa Cameron? No. Probabilmente non lo leggerei, comunque, e mi manterrei sulla pubblicazione classica. Ma se avessi dei dubbi, o anche solo delle curiosita’ sulla fattibilita’ dell’esperimento, se volessi valutare quante volte una tecnica, a cui sono interessato, fallisce, dovrei puntare il naso su un blog, non su una pubblicazione classica. Ed allora, perche’ no?</p> <p>Buon seminario. Se si scatenera’ un buon dibattito, sara’ divertente.</p> <p>[1] Evento recensito da Galileo <a href="http://www.galileonet.it/agenda/12080/festival-delle-scienze-di-roma">qui</a>.</p> Buon 2010! 2010-01-02T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2010/01/02/buon-2010 <p>La stampa scientifica dell’anno passato ci ha raccontato di riscaldamento globale, Large Hadron Collider, influenza H1N1, genomi di nuove specie, previsione di terremoti… Che cosa leggeremo nel 2010? Probabilmente meno H1N1, ma molto LHC, ora che l’esperimento più ambizioso che sia stato mai realizzato è di nuovo ‘in corsa’. Anche il riscaldamento globale sarà sul piatto quotidiano, dunque la corsa alla produzione di energia da fonti rinnovabili.</p> <p>Internet continuerà ad affermarsi l’infrastruttura che sta contribuendo a democratizzare il mondo. Barack Obama ha riposto enorme fiducia in Internet durante la sua campagna per la Presidenza USA. Non so che cosa ci porterà Internet nel 2010. Secondo Ignazio Arroyo[1], Internet dovrebbe persino esser eletto a Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Per ciò che vale, sono d’accordo, unitamente al principio primo di libertà di espressione, in Italia come in Cina, in USA come in Afghanistan.</p> <p>Post D.O.C. continuerà a parlarvi di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Merito">merito</a> e <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Peer-review">peer review</a>, oltre che di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Radiobiologia">Radiobiologia</a>. Esprimo un desiderio, per Babbo Natale, la Befana, e quant’altri vorranno dargli ascolto. Anzi, due desideri. Il primo è che il nostro Paese renda onore al merito. Il secondo riguarda i nostri cugini Americani: che il 2010 gli porti la Sanità Pubblica.</p> <p>Buon anno a tutti, Massimo</p> <p>[1] Ignazio Arroyo, <em>Descargas en Internet</em>, El Pais, <a href="http://www.elpais.com/articulo/opinion/Descargas/Internet/elpepiopi/20091223elpepiopi_4/Tes">23 Dicembre 2009</a> (grazie Mario per la segnalazione)</p> Sherlock Holmes molecolari 2009-12-29T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/12/29/sherlock-holmes-molecolari <p>Il 25 Dicembre, durante la digestione di un poderoso tacchino marinato, mi ritrovavo a passeggiare nella Villa Comunale di Napoli insieme a Fabio, un giovane dotato di straordinaria curiosità per il genere umano e le sue attività. Attore, più volte coinvolto nella rappresentazione sul palcoscenico di celebrità della scienza, Fabio mi chiedeva come stesse andando l’esperimento su cui lavoro, argomento di cui avevamo parlato anche l’anno precedente. Ho provato a metter su una metafora che mi è parso l’abbia convinto, così ho pensato di riprenderla qui.</p> <p>Raccontavo a Fabio che trascorro meno tempo del solito in laboratorio, con camice e guanti, mentre sono spesso alla scrivania a smanettare con <em>R</em> e l’analisi delle misure del <em>trascrittoma</em>. Come spiegare allora le <a href="http://omicsomics.blogspot.com/">-omics</a>, come la trascrittomica, la proteomica o la metabolomica? Si parte da misure su una quantità spropositata di entità osservabili, per poi cercare di mettere ordine ed evincere quali processi si possono essere innescati (in un sistema cellulare, in un tessuto di un organismo multicellulare). Un processo biologico può essere più o meno complesso, ma richiede sempre la partecipazione di più ‘attori’ molecolari. Tutti sapremmo interpretare la seguente scena: un salottino con un divano; di fianco, una libreria. Sul comodino vicino al divano si vede una tazza fumante, forse c’è del tè. A terra, proprio davanti al divano, si trovano un telefono <em>cordless</em> ed un libro aperto, poggiato a rovescio. Sul divano c’è un cane che sonnecchia. Accanto, una netta piega sulla fodera del divano. Evidentemente c’era <em>qualcuno</em> sul divano, si stava <em>rilassando</em> con un libro ed una tazza di <em>tè</em>. Si è <em>alzato</em>, <em>da poco</em> per fare altro. L’interpretazione delle misure di trascrittomica procede in modo simile. Il divano, il cane e la tazza di tè sono sostituiti da <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/gene/?term=2167">entità molecolari</a> più o meno note alla comunità scientifica <em>in toto</em> (seppure non tutte note all’investigatore ed aventi nomi come p53, ras, cdkn1a, brca1, jnk etc) ed afferenti a molteplici <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/utils/fref.fcgi?http://amigo.geneontology.org/cgi-bin/amigo/go.cgi?view=details&amp;depth=1&amp;query=5504">processi</a> oppure <a href="http://www.reactome.org/cgi-bin/eventbrowser_st_id?ST_ID=REACT_602">eventi</a>, ognuno dei quali può essere descritto come la scena del tizio che si rilassava sul divano.</p> <p>Affinché sia possibile puntare il dito verso la manifestazione di un certo processo biologico, occorre che più attori si trovino sulla scena contemporaneamente. La sola tazza fumante, senza cane sul divano, senza libro e senza telefono, non raccontano la stessa storia. Magari la tazza è stata messa lì da qualcuno in attesa che un’altra persona passasse a prenderla, ma questa è…tutta un’altra scena.</p> <p>In bocca al lupo, Sherlock.</p> Auguri a tutt' quante 2009-12-24T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/12/24/auguri-a-tutt-quante <p>Ho sempre trovato piuttosto ridicolo l’uso ostinato della lingua nazionale, inteso come strumento per evitare l’invasione di termini appartenenti a lingue straniere, come chiamare <em>ordinateur</em> quello che molti chiamano <em>computer</em>. Ed ora….informatici, ristoratori, baristi…tremate! Nel nostro Parlamento (quello in cui dovrebbero sedere, e legiferare, i nostri Deputati ed i Senatori, gli Onorevoli che ci rappresentano) è stata proposta l’istituzione di un Consiglio per difendere la lingua Italiana, quella ‘pura’, si intende. Ed allora preparatevi a cancellare le parole <em>computer</em>, <em>SMS</em>, <em>croissant</em>, <em>nouvelle cuisine</em>… ed a sostituirle con quelli raccomandati dal suddetto Consiglio, presumibilmente.</p> <blockquote> <p><strong>Carla</strong>: Amore, temo che il CUP sarà fuori uso per cui non so come fare per inviarti un messaggio di posta elettronica</p> </blockquote> <blockquote> <p><strong>Luca</strong>: Che cosa c’entra ora il Centro Unico Prenotazioni? Ho già prenotato la tua visita e non resta che pagare il <em>ticket</em> per il tuo <em>day hospital</em></p> </blockquote> <blockquote> <p><strong>Carla</strong>: Ma sei matto? Io intendevo il Calcolatore per Uso Personale[1]. Per il resto, suppongo che tu ti riferisca alla <em>tassa</em> per la <em>prestazione ambulatoriale</em> in ospedale</p> </blockquote> <blockquote> <p><strong>Luca</strong>: Certo…ma allora mandami un SMS…</p> </blockquote> <blockquote> <p><strong>Carla</strong>: Non so di che parli. Al limite posso mandarti un SMB[2]</p> </blockquote> <blockquote> <p><strong>Luca</strong>: Ovviamente, <em>mon amour</em>.</p> </blockquote> <p>Nella ricerca scientifica l’imposizione rigorosa di termini italiani sarebbe ridicola, oltre che di dubbia utilità. La flessibilità delle lingue è segno della loro vitalità. E’ nel loro DNA….ooops avrei dovuto scrivere ADN, l’acido desossiribonucleico. <em>Of course</em>.</p> <p>Buon Natale a tutti!</p> <p>[1] Un tempo noto come PC o <em>personal computer</em></p> <p>[2] Sistema per i Messaggi Brevi</p> Se Ricerca ed Innovazione contano meno del cinema 2009-12-21T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/12/21/se-ricerca-ed-innovazione-contano-meno-del-cinema <p><em>Il Sole 24 ore</em> di ieri, 21 Dicembre, pubblicava il suo ventesimo rapporto annuale sulla qualita’ della vita nelle 107 province italiane, comprese le quattro nuove province sarde. Come gli altri anni, l’Italia appare spaccata in due, con le province del nord nell’area piu’ alta della classifica e quelle del sud al fanalino di coda. Penultima <del>addio mia bella</del> Napoli, seguita solo da Agrigento. Stimolato dalla rassegna stampa per radio ho deciso di acquistare il quotidiano e sono andato a spulciare nel Dossier speciale del Lunedi, per capire quali sono i criteri secondo cui Trieste, Belluno, Sondrio ed anche Bolzano[1] appaiano cosi’ in alto mentre Caltanissetta, Napoli ed Agrigento sono cosi’ giu’ nella classifica. Lo studio e’ molto complesso e, almeno apparentemente, molto articolato, con indicatori accompagnati anche da interviste alla popolazione (dati di <em>sentiment</em>), con un campione di tutto rispetto di 700 persone intervistate per ciascuna provincia.</p> <p>Pero’… Curiosa la scelta di alcuni indicatori necessari per stilare sia la classifica generale sia le classifiche di categoria (gli indicatori afferenti alle <em>aree</em> “tenore di vita”, “affari e lavoro”, “ordine pubblico”, “servizi ed ambiente”, “popolazione”, “tempo libero”). La percentuale di occupazione femminile sostituisce quella dei giovani sotto i 35 anni. Non sarebbe meglio tenerle tutte e due? Forse pero’ e’ meglio non guardarlo il dato sull’occupazione giovanile perche’ sarebbe deprimente.</p> <p>Vengo al dunque: Universita’ e Ricerca pesano poco nel quadretto presentato, nel senso che sembrano fare capolino come risultato finale piuttosto che come volano, come trainante dell’economia, dell’offerta culturale. Peccato. Sarebbe stato sufficiente mettere in risalto il successo di Trieste con il dato di fatto che l’area Triestina vanta il maggior numero di ricercatori per unita’ di popolazione[2]. Un caso? Potrei esser stato distratto, ma trovo solo un indicatore “Scuole Superiori” inteso come disponibilita’ di scuole per giovani tra i 14 ed i 18 anni (vittoria della <em>new entry</em> Ogliastra e Nuoro) ed uno “Investimento in Formazione”, messo su per misurare il numero di laureati ogni mille giovani (Trieste prima classificata, sebbene il collegamento tra laurea e lavoro sembra non esser cosi’ ovvio).</p> <p>Uno dei tanti indicatori riguarda il (numero di) imprese nuove in relazione alle cessazioni (Area “Affari e Lavoro”), ma non mi pare ci sia cenno, o lode, a chi segue la via dell’innovazione. Per chi si occupa di ricerca, innovazione ed educazione secondaria, una ricerca (quella pubblicata sul <em>Sole</em>) forse un po’ deludente. Comunque, un dossier colossale, consultabile anche <a href="http://www.ilsole24ore.com/speciali/qvita_2009/qvita_2009_settori_classifica_finale.shtml">online</a> per gioire, o soffrire, della propria citta’.</p> <p>[1] Una curiosita’ su Bolzano, che conosco poco essendoci stato solo un paio di volte e per tempi brevi. Nonostante l’ottavo posto in classifica generale, nell’indicatore “Impegno per gli altri”, definita come organizzazioni di volontariato ogni 1000 abitanti, Bolzano si classifica <em>ultima</em>.</p> <table> <tbody> <tr> <td>[2] [NATURE</td> <td>Vol 438</td> <td>15 December 2005](http://dx.doi.org/10.1038/nj7070-1046a)</td> </tr> </tbody> </table> Déjà vu 2009-12-17T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/12/17/deja-vu <p>Uno stalcio di dura realta’: lo scambio di messaggi SMS avvenuto tra mia madre e me negli ultimi giorni.</p> <p><em>Madre</em>. Come va il lavoro a Roma?</p> <p><em>io</em>. Piuttosto impegnato, pieno zeppo di scadenze</p> <p><em>Madre</em>. Avete scoperto qualcosa?</p> <p><em>io</em>. Piu’ o meno. Scriviamo vari articoli. Spero che ce li accettino. Poi c’e’ il lavoro sperimentale…</p> <p><em>Madre</em>. Scrivici quando hai scoperto qualcosa di interessante</p> Bozze & risposte 2009-12-14T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/12/14/bozze-risposte <p>Altro che letterine a Babbo Natale: insieme con i miei colleghi di lavoro si fa poco altro che scrivere bozze per due pubblicazioni scientifiche, definite in altrettante riunioni che rosicchiano gran parte della giornata. Se verranno giudicate meritevoli dai nostri pari, questo sarà stato il coronamento di un periodo fruttuoso. Abbiamo discusso anche dell’esito di un altro ‘manoscritto’ (in tempi antichi, forse, il nome era pertinente), inviato a giudizio pre-pubblicazione lo scorso Ottobre, e che evidentemente è <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/217/maluccio-per-noi-meglio-per-altri">piaciuto poco</a>. Il giudizio dei nostri pari (anonimi) e dell’editore della rivista è insindacabile, ma alla volte può essere utile mandare una lettera di ricevuta al loro referto, in cui si ringraziano i pari che ci hanno giudicato, per il tempo che hanno dedicato alla lettura critica del lavoro. Si può anche commentare il giudizio negativo che è stato emesso. Se ben articolata, questa ‘contro-valutazione’ potrebbe anche migliorare il processo di <em>peer-review</em>. Nel caso dell’articolo che ci è stato bocciato, avremmo potuto rispondere (e modificare il testo in modo adeguato) a molte delle domande e critiche che erano state sollevate dai revisori. Se solo ce l’avessero permesso, perché il rigetto è senza condizioni. E’ il vecchio problema del ‘chi giudica i giudici’: come revisore, mi è capitato di consigliare il rigetto di un manoscritto, e la sensazione mi era scomoda: bocciavo senza nemmeno poter ascoltare l’opinione del bocciato. E se fosse stato il mio giudizio a meritare la bocciatura?</p> Giornate banali ma sincere 2009-12-09T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/12/09/giornate-banali-ma-sincere <p>A parte gli ultimi giorni di festa, quelli lavorativi sono stati dei veri giorni di stallo. Ore ed ore a cercare la soluzione a problemi in cui l’intuito contava poco, e per cui i manuali per l’utente erano scritti maluccio, fornendo scarsi indizi. In compagnia del capo, immerso nella missione quanto me, ho cercato invano di districarmi tra le svariate complicazioni che sorgevano nel tortuoso cammino verso il minuscolo pezzetto di conoscenza che perseguivo insieme a lui. Fino a quando e’ stato il puro caso a ricordarci quanto siamo piccoli. Avevamo tascorso alcune ore con un’amica - santa, a dedicarci tutto quel suo tempo - per capirci di piu’. Ore dopo, ritiratasi nel suo studio, le e’ venuta un’idea. Ce l’ha scritta, ma abbiamo capito che non ci avrebbe aiutati. Tuttavia…nelle istruzioni per l’uso della sua idea e’ stato svelato cio’ che ci aveva tenuti in bonaccia per tutti quest giorni. Cosi’, in un colpo, ci siamo ritrovati a transire dalla frustrazione al sorriso. Per puro caso. Strana cosa, la ricerca.</p> Un po' di gioia non dovrebbe guastare 2009-12-02T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/12/02/un-po-di-gioia-non-dovrebbe-guastare <p>Ieri <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/217/maluccio-per-noi-meglio-per-altri">maluccio</a>, oggi alla grande: e’ stato appena accettato per la pubblicazione il manoscritto che corona tutto il lavoro a cui mi dedicai in USA <em>anema e core</em>. Il piu’ sudato, piu’ completo, forse il lavoro meglio progettato ed eseguito che sia riuscito fino ad ora a pubblicare nella mia relativamente breve carriera di ricercatore. La gioia e’ inconteninibile per questo Pinto, Azzam &amp; Howell 2010, al punto da abusare di questo blog in chiaro conflitto di interessi. Su il bicchiere!</p> Seal the Deal 2009-11-30T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/11/30/seal-the-deal <p>Ho trascurato il blog nei giorni scorsi (ma in compenso ho montato alcune librerie ed un tavolo nuovo in casa). Sopratutto, avendo passato una parte significativa del mio tempo al lavoro sulla trascrittomica, percorrendo un passo avanti verso la conoscenza e tre indietro, come nel gioco dell’oca, mi devo limitare ad un paio di segnalazioni.</p> <p>La prima segnalazione viene da Davide e’ la bella lettera di Pier Luigi Celli al figlio, <a href="http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/celli-lettera/celli-lettera/celli-lettera.html">pubblicata su Repubblica</a>. Al momento in cui scrivo, i lettori che hanno commentato on line sono quasi 2000, raccolti in una selezione in un <a href="http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/celli-lettera/commenti-celli/commenti-celli.html">articolo separato</a>.</p> <p>La seconda segnalazione arriva da Piero e riguarda il (rischio di) flop annunciato a Copenhagen per il COP15 tra il 7 ed il 18 Dicembre prossimo, e la campagna globale delle Nazioni Unite <a href="http://www.sealthedeal2009.org/">Seal The Deal 2009</a> perche’ questo sia scongiurato. Chi lo desidera puo’ <a href="http://www.sealthedeal2009.org/index.php">firmare la petizione</a> online oppure <a href="http://www.sealthedeal2009.org/index.php/unv">offrirsi come volontario</a> per la causa. Molto belle alcune delle <a href="http://www.sealthedeal2009.org/campaign-in-action">azioni</a> gia’ compiute e mostrate sul portale.</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/36t.jpg" alt="Seal The Deal Copenhagen 2009" title="Seal The Deal Copenhagen 2009" /></p> Maluccio per noi, meglio per altri 2009-11-23T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/11/23/maluccio-per-noi-meglio-per-altri <p>Nella stessa giornata sono giunti, via posta elettronica, due referti di <em>peer review</em>. Uno dei due riguarda un manoscritto per il quale ho prestato servizio come revisore, e che all’esito di una lettura approfondita (ed anche molto piacevole) avevo ‘raccomandato’ perché venisse pubblicato, seppure con alcune modifiche. L’editore della rivista, basandosi sul giudizio mio e dell’altro revisore, ha deciso proprio di accettare il manoscritto, ma solo dopo che le modifiche suggerite dai due revisori siano state apportate. L’altro referto riguarda un manoscritto in cui figuro come co-autore, e che invece è stato bocciato e non sarà pubblicato sulla rivista a cui lo avevamo mandato perché fosse giudicato dai revisori. Fortuna che è tornato indietro pieno zeppo di suggerimentil utili per rielaboare sia l’esperimento sia il manoscritto che lo descrive. Deludente essere ‘bocciati’, ma non troppo se viene fatto in modo costruttivo e se i suggerimenti sono puntuali. Dopo altro lavoro, il manscritto ne risulterà certamente migliorato.</p> Esiste la peer review in Italia? 2009-11-19T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/11/19/esiste-la-peer-review-in-italia <p>E’ sulla bocca (e sulle tastiere) di molti, la <em>peer review</em> o ‘revisione tra i pari’. Che giudichino i colleghi, quelli che fanno lo stesso mestiere e che conoscono più da vicino ciò che è oggetto di valutazione. E che sia questo giudizio a determinare chi sarà premiato. Facile facile, ma in Italia è l’eccezione, non la regola.</p> <p>Consiglio vivamente la lettura di un articolo breve e puntuale, quello di Guido Romeo su <em>nòva 24</em> di oggi, a pagina 8. Romeo scrive:</p> <blockquote> <p>…la novità potrebbe portare l’Italia verso il sistema della “peer review”.</p> </blockquote> <p>Potrebbe. Con 136 anni di ritardo, visto che, si legge sull’articolo di Romeo, la <em>peer review</em> è un’invenzione del 1873.</p> Quanto si guadagna a pubblicare articoli scientifici? 2009-11-16T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/11/16/quanto-si-guadagna-a-pubblicare-articoli-scientifici <p><em>Textpattern</em>, il motore che è dietro la pubblicazione degli articoli di questo blog, offre la possibilità di leggere come fanno i lettori ad arrivare a queste pagine. In particolare, <em>textpattern</em> riporta la pagina di provenienza, quella visitata prima di imbattersi su questo blog. Se questa pagina era un motore di ricerca, viene riportata anche la stringa di testo che i lettori avevano digitato sulla pagine del motore. Per il resto, nel caso in cui vi foste preoccupati, <em>textpattern</em> non sa nulla sull’identità dei visitatori. Di recente, qualcuno è arrivato a <em>post-D.O.C.</em> partendo da una domanda che riporto testualmente:</p> <blockquote> <p>Quanto si guadagna a pubblicare articoli scientifici?</p> </blockquote> <p>Nella mia esperienza, la risposta è, tipicamente: <em>nulla</em>. Anzi, l’autore di un manoscritto scientifico sopravvissuto alla mannaia del <em>peer-review</em> deve contribuire alle spese di pubblicazione, di solito ragionevolmente entro un migliaio di euro. Spese che diventano superiori nel caso in cui l’articolo venga pubblicato su una rivista di tipo <em>Open Access</em>, diventando così accessibile a chiunque, senza spese. Le spese, appunto, sono state già sostenute tutte dagli autori che si fanno così garanti dell’accessibilità del loro manoscritto.</p> <p>Ma allora chi glielo fa fare ai rcercatori, se devono persino sborsare del denaro per pubblicare il loro stesso lavoro? Credo che le ragioni per cui si cerca di pubblicare articoli scientifici siano almeno due. Da un punto di vista morale, è l’impegno mantenuto con chi ha finanziato la ricerca, cioè i contribuenti e/o i privati. Che, di fatto, stanno finanziando anche le spese per la pubblicazione scientifica. Da un punto di vista più personale, pubblicare un lavoro è l’unico modo per dimostrare di avere condotto ricerca, e questo servirà ai valutatori di gare di varia natura a cui l’autore deciderà di concorrere. Più pubblicazioni, e sopratutto, pubblicazioni di buona qualità, potranno contribuire a rendere possibile un’assunzione, un avanzamento di carriera, potranno contribuire alla vittoria in una gara per aggiudicarsi fondi per nuove ricerche in laboratorio, e qui gli interessi vanno oltre quelli del singolo ricercatore. Solo indirettamente, dunque, la pubblicazione di un articolo scientifico può risultare in un compenso. Da questo punto di vista, è certo meglio scrivere su un libro.</p> Proposte per la ricerca cercansi entro Domenica 2009-11-13T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/11/13/proposte-per-la-ricerca-cercansi-entro-domenica <p>Sul portale di <a href="http://ulisse.ning.com/">Ricercati</a>, un’area per la discussione sulla ricerca scientifica Italiana e su come migliorarla, è</p> <blockquote> <p>…aperta la caccia alle idee per salvare l’università e la ricerca italiana. Vogliamo sapere la tua opinione: inviaci le tue due migliori proposte con un breve video entro il 15 novembre. Per mandare il tuo video <a href="http://ulisse.ning.com/video/video/newWithUploader">clicca qui</a>. Vota il tuo video preferito; i tre più votati riceveranno la maglietta Ricercati personalizzata con la loro foto.</p> </blockquote> <p>Ogni video può avere una dimensione massima di 100 MB. Sotto con le idee e…motore, azione!</p> Al diavolo l'impact factor - parola di Nature 2009-11-10T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/11/10/al-diavolo-limpact-factor-parola-di-nature <p>Per il centoquarantesimo anniversario della rivista, <em>Nature</em> pubblica un editoriale[1] del quale mi permetto di tradurre una porzione:</p> <blockquote> <p>[…] Ma altri, alle volte, ripongono più valore nel nostro giudizio di quello che esso possa sostenere. Grandi finanziamenti, donazioni filantropiche e posti dirigenziali sono stati assegnati sulla base della forza di un manoscritto pubblicato su <em>Nature</em> - in effetti, utilizzando decisioni editoriali come surrogato di un giudizio indipendente. Questa è un’abdicazione della responsabilità di coloro i quali hanno potere decisionale, un tranello che deve essere evitato. Similmente, non traiamo alcun giovamento dal fatto che i ricercatori si sentano oppressi dalla necessità di pubblicare nelle ‘migliori’ riviste scientifiche. Sosteniamo quegli sforzi che possano creare sistemi che vadano oltre la crudezza dello impact factor[2], sistemi che rendano trasparenti le citazioni ed altri effetti di un articolo scientifico, e che testimonino l’impatto dei ricercatori anche in altri ambiti, quali i loro contributi alla costruzione di database e quella gran fatica della <em>peer review</em>.</p> </blockquote> <p>Ogni mio commento sarebbe assolutamente superfluo. Ma sono benvenuti i vostri, tenendo in mente che la rivoluzione annunciata della nostra università dovrebbe basare il giudizio di merito dei ricercatori proprio su indicatori come l’impact factor.</p> <p>[1] <a href="http://dx.doi.org/10.1038/462012a">140 Years on</a>, Nature 462, 12 (5 November 2009)</p> <p>[2] Sia in questo <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/9/come-potete-giudicare">blog</a> sia su questo <a href="http://www.galileonet.it/news/10233/cito-dunque-sono">giornale</a> si è parlato numerose volte di <em>impact factor</em>, <em>h-index</em>, e del problema generale degli indicatori quantitativi della produttività scientifico-letteraria di un ricercatore.</p> Nucleare da fissione contro energie rinnovabili 2009-11-09T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/11/09/nucleare-da-fissione-contro-energie-rinnovabili <p>Davanti ad un mare burrascoso, al Centro Congressi dell’Universita’ di Napoli Federico II si e’ svolto il workshop intitolato <em>“Energia e Radiazioni, quali prospettive dalla ricerca?”</em> Molto meno burrascoso e’ stato invece il contradditorio che e’ emerso nel corso della giornata, tra coloro i quali auspicano l’uso del nucleare da fissione e chi, invece, preferirebbe vedere sviluppare le sorgenti di energia alternativa, quali il solare e l’eolico. Altro che <em>Annozero</em>.</p> <p>Beata sia la mia ignoranza: confesso che non riesco ad uscire da questo dilemma con una posizione coerente, e la giornata di oggi mi ha aiutato poco perche’ tutti i relatori sono stati molto convincenti nelle loro esposizioni. Il Dr. Stefano Monti (ENEA) ha parlato dello stato d’avanzamento sull’uso dell’energia nucleare da fissione nel mondo, chiarendo anche molti punti, spesso oscuri, sul nucleare di III, III<sup>+</sup> e IV generazione[1]. Ascoltandolo, si aveva l’impressione che il nucleare da fissione sia oramai una cosa sicurissima. I punti piu’ salienti, che secondo la mia sensibilita’ dovrebbero essere discussi di piu’ con la societa’ civile:</p> <p>1) L’incidente di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_%C4%8Cernobyl%27">Chernobyl</a> del 1986, da un un punto di vista ‘tecnico’ non ha nessuna rilevanza sul perfezionamento delle misure di sicurezza da adottare nei reattori per uso civile. Il reattore di Chernobyl serviva a produrre plutonio per uso bellico (oltre che produrre energia elettrica per uso civile), e per facilitare il trasporto del plutonio prodotto dal reattore, pensarono di non racchiuderlo in un guscio di sicurezza. Se ci fosse stato un guscio protettivo, questo avrebbe contenuto le dispersioni di radioattivita’ nell’ambiente 2) Molto piu’ rilevante di Chernobyl e’ l’incidente ad un reattore di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Three_Mile_Island">Three Miles Island</a> (USA) del 1979, in conseguenza del quale, pero’, non ci sarebbe stata nessuna conseguenza ne’ sull’uomo ne’ sull’ambiente. L’incidente di Three Miles Island e’ servito a perfezionare le misure di sicurezza nei reattori piu’ moderni. 3) I reattori di IV generazione, quelli che recuperanno parte delle scorie radioattive, rendendole utilizzabili ancora, sono ancora una realta’ molto lontana ed anche se si prevede di poter avere a disposizione i primi reattori di questo tipo intorno al 2030, si potra’ parlare di pieno utilizzo di questo tipo di reattori solo dopo il 2050. Aspettare il lancio di questi reattori, insomma, non e’ ragionevole. Del resto, dal punto di vista della sicurezza, con quelli di terza generazione (oggi gia’ in costruzione nel mondo, ed uno gia’ funzionante in Giappone, perfettamente sopravvissuto ad un terremoto 20 volte piu’ forte di quello dell’Abruzzo) pare si sia raggiunto un livello difficilmente perfezionabile. Il valore aggiunto della IV generazione, piu’ che la sicurezza, saranno i costi di esercizio, l’impatto ambientale e la produzione di idrogeno sul sito della centrale.</p> <p>C’e’ stato poi chi ha parlato del nucleare con meno entusiasmo, come il Professor Vincenzo Balzani (professore a Bologna ed autore, con Nicola Armaroli, del libro <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;ct=res&amp;cd=1&amp;ved=0CAcQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fscuola.zanichelli.it%2Fonline%2Fchiavidilettura%2Ffiles%2F2008%2F10%2Fchiavi2008_armaroli_sito.pdf&amp;ei=MYX4SquEHYPInAOdu7WtAw&amp;usg=AFQjCNEKthTqWVtFKLqU2-YbIjZFkYOi2w&amp;sig2=Teiq7ZKZaNLGCNkk9KunHQ">Energia per l’Astronave Terra</a> e presidente dell’appello <a href="http://www.energiaperilfuturo.it/">http://www.energiaperilfuturo.it/</a>). Nelle sue parole (ma anche nell’articolo pubblicato su Repubblica <em>R2</em> di oggi) i costi del nucleare da fissione crescono, perche’ ciascuno Stato dovra’ gestire i propri siti di stoccaggio delle scorie radioattive, e questo si aggiunge alla bolletta. Da un punto di vista etico, diceva con passione Balzani, lasciare il problema (delle scorie) alle generazioni successive non e’ una scelta onorevole. Ed ancora, il nucleare non ci abitua ad una logica di risparmio, mentre dovremmo, nel rispetto dell’umanita’ intera, includendo sopratutto i paesi che si stanno sviluppando e che hanno diritto allo stesso benessere di cui beneficiamo noi oggi:</p> <p>1) riacquistare il senso del limite 2) vivere secondo l’etica della sobrieta’ 3) compiere le nostre azioni come se facessero la differenza, perche’ la fanno[2]</p> <p>Una gran bella giornata davvero. Domattina torno in laboratorio a fare il radiobiologo.</p> <p>[1] Parte della presentazione del Dr Monti si basa su un documento, di produzione ENEA, il cui indice e’ visionabile <a href="http://www.enea.it/produzione_scientifica/volumi/V2009_05_NucleareFissione.html">in versione PDF</a> sul portale ENEA.</p> <p>[2] Citazioni la cui fonte non ho fatto a tempo ad annotare</p> Un verme elegante 2009-11-08T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/11/08/un-verme-elegante <p>Ho gia’ segnalato le vignette di Viktor nel passato, ed anche <a href="http://network.nature.com/people/strippedscience/blog/2009/11/04/caenorhabditis-species-comic-strip">questa volta</a> riconosco che il ragazzo ha un grande talento. <img src="http://farm3.static.flickr.com/2595/4075151246_060b6b72ce_o.png" alt="" /> Nella vignetta, Viktor disegna il celebre <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Caenorhabditis_elegans">Caenorhabditis elegans</a>, ‘vermetto’ modello per gli studi di biologia dello sviluppo, distinguendolo dall’ipotetica versone ‘comune’ dello stesso nematode.</p> Attenti alla sete di popolarità 2009-11-04T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/11/04/attenti-alla-sete-di-popolarita <p>L’editoriale della rivista <em>Nature</em> della scorsa settimana[1] cita un recentissimo episodio di annuncio prematuro di ‘successo’ della ricerca, quello della sperimentazione in Tailandia di un vaccino contro il virus dello HIV. La diffusione dei risultati della sperimentatione clinica era stata data il 24 Settembre, giorno di festa Nazionale in Tailandia, perché ai Tailandesi era stato promesso che avrebbero saputo per primi dei risultati dello studio. Quando anche la comunità scientifica ha avuto accesso ai risultati, sono saltate fuori le prime magagne. Ed ora come glielo racconti al popolo Tailandese? Bisogna andarci cauti con le conclusioni quando si comunica al grande pubblico, che rischia di perder fiducia nella ricerca. Ci sono mille tranelli in agguato, e ne vale sia la credibilità dei ricercatori sia la sensibilità del pubblico. Secondo <em>Nature</em>:</p> <blockquote> <p>La tentazione dei ricercatori e dei loro istituti di ricerca di spingere la propria ricerca nei canali mediatici, o di ricercarne pubblicità, è sempre presente. […] Questa pratica deteriora il processo di comunicazione della scienza. Gli Istituti di ricerca non devono consentire che diventi la norma.</p> </blockquote> <p>In tempi di follia pubblica sull’influenza H1N1, questo <em>memento</em> sembra particolarmente puntuale.</p> <p>[1] Mind the spin, <em>Nature</em> <a href="http://dx.doi.org/10.1038/4611174a">Vol 461, 1174 (29 October 2009)</a></p> C'è qualcosa di buono nel disegno di riforma dell'Università 2009-11-03T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/11/03/ce-qualcosa-di-buono-nel-disegno-di-riforma-delluniversita <p>Il 28 Ottobre scorso il consiglio dei Ministri approvava il <a href="http://ulisse.ning.com/forum/attachment/download?id=3550730%3AUploadedFile%3A1240">disegno di Legge</a> sull’Universita’, e fioccavano sulla rete le manifestazioni di disprezzo, oltre che di protesta. Entro i limiti di cio’ che potevo permettermi, ho provato a vedere come i diversi quotidiani Italiani commentavano la notizia, confrontandola anche con quello che veniva riportato da gruppi indipendenti, per lo piu’ bloggers. Ne ho parlato con alcuni amici in Istituto e fuori dall’Istituto.</p> <p>L’impressione che sono riuscito a farmene, cercando il piu’ possibile di metter da parte i pregiudizi politici, evidenti, di chi scriveva cio’ che leggevo (oltre che i miei) e’ che questo disegno di legge contiene degli elementi positivi, e che non sembra una dichiarazione di guerra al diritto di studio. Non sara’ forse tutta farina del sacco di chi l’ha preparato, ispirandosi da chi aveva gia’ cercato di occuparsi di queste cose nelle legislature precedenti, ma credo che questo sia un dato relativamente poco importante ai fini di chi desidera il miglioramento delle nostre Universita’. Magari sarebbe piu’ onesto dargli credito, ma, per adesso, passi pure questa leggerezza. E’ un disegno di legge, del resto, e c’e’ tempo ancora per lavorarci su, anche trasversalmente, se i nostri parlamentari si ricorderanno di essere pagati per agire negli interessi dei cittadini che rappresentano. Vorrei anche cercare di mettere da parte il problema di come si fara’ a finanziare una simile trasformazione, perche’ questo e’ un problema economico, e non di principio. Ed ancora, voglio anche supporre che nel nostro Paese si possano seguire regole (leggi!) scritte. Ops, qui l’ho sparata ancora piu’ grossa.</p> <p>1) Prospettive di stipendio in crescita. Fintanto che lo stipendio di ingresso di un ricercatore universitario sara’ fermo a 1,300 euro, saremo la ‘pazziella’ dell’Europa. Ascoltato tante volte dagli amici all’estero: “Non ne vale la pena”.</p> <p>2) 3+3, poi <em>tenure</em>. Non molto diverso da quanto accade in molti altri paesi, purche’ ad accedere a cio’ che viene chiamato <em>tenure-track</em> non siano tutti i ricercatori, altrimenti non si fara’ altro che creare altri precari. Dovrebbero accedere al <em>tenure-track</em> solo coloro i quali hanno la maggiore probabilita di successo, che nel corso dei 3+3 anni sapranno dimostrare di sapere procurare finanziamenti extramurali, di confermarli all’esito del successo delle loro ricerche, qualita’ che avranno sviluppato negli anni successivi al dottorato di ricerca ed al termine dei quali potranno essere ammessi al <em>tenure-track</em>. Chi persegue la carriera accademica per la passione dell’insegnamento dovrebbe seguire un <em>percorso</em> diverso. Chi la persegue con le idee poco chiare, pure.</p> <p>3) Coinvolgimento dei privati neli CdA Universitari. Non e’ difforme da quanto sta accadendo nei centri d’eccellenza europei in questa decade. Se cio’ avverra’ con un tetto massimo del 40%, non si capisce come potranno i privati ‘decidere tutto’, come titolavano alcuni giornali. Non e’ neppure immediato assumere che questa trasformazione determinera’ l’aumento delle tasse Universitarie, anche se e’ difficile immaginare che possano restare ancora cosi’ basse, sempre in confronto ai paesi che ci sono intorno. Del resto, tra i principi ispiratori del disegno di legge e’ riportato:</p> <blockquote> <p>Al fine di rimuovere gli ostacoli all’istruzione universitaria per gli studenti meritevoli, anche se privi di mezzi, il Ministero programma e monitora specifici interventi per la concreta realizzazione del diritto allo studio e la valorizzazione del merito[1].</p> </blockquote> <p>Se si teme che i ceti meno abbienti avranno crescente difficolta’ a seguire un corso di studi superiore, si potra’ prendere spunto anche da quanto accade nei paesi dove le Universita’ sono molto piu’ care delle nostre e come si risolve, in quei paesi, il problema dell’accessibilita’ agli studi per le classi piu’ deboli. Quando ero a Londra, durante il PhD, arrivavano tanti studenti Lettoni, Lituani, Russi. Per loro le tasse Universitarie sarebbero costate molto di piu’ di quelle degli studenti Comunitari. Ma avevano delle borse di studio, le tasse Universitarie non le pagavano, e non c’era modo di indebitarsi. La selezione era avvenuta per merito. Oh, spesso le borse di studio venivano da fondazioni private. Se ci vantiamo di avere un’Universita’ accessibile a tutti, dovremmo chiederci anche perche’ gli stranieri non vengono a studiare dalle nostre parti.</p> <p>[1] Si prevede anche un fondo per il merito, Articolo IV.</p> Il volpone delle staminali in carcere 2009-10-28T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/28/il-volpone-delle-staminali-in-carcere <p>Ricordate la scoperta ‘scandalo’ sulle staminali? Nel 2004 e 2005, Woo Suk Hwang e colleghi della Seoul National University della Corea del Sud pubblicarono un paio[1] di articoli su <em>Science</em>. La scoperta del gruppo di Hwang era sensazionale, perche’ dimostrava fosse possibile produrre cellule staminali <em>ad hoc</em> per pazienti con lesioni al midollo spinale, generando speranze e fiducia nella scienza biomedica con rari precedenti. Peccato che i dati furono <a href="http://www.nature.com/news/specials/hwang/index.html">dimostrati falsi</a>, come lo stess Hwang ammise. Ebbene, il Dr Hwang e’ stato <a href="http://dx.doi.org/10.1038/4611181a">condannato a due anni di reclusione</a> per ‘violazioni bioetiche’, avendo acquistato illegalmente ovuli umani per le sue ricerche, ma non per frode, come si potrebbe credere. La beffa alla peer-review, dunque, resta impunita.</p> <p>[1] <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1094515">W. S. Hwang et al. Science 303, 1669–1674; 2004</a> e <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1112286">W. S. Hwang et al. Science 308, 1777–1783; 2005</a></p> Ricerca in radioprotezione (2) 2009-10-26T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/26/ricerca-in-radioprotezione-2 <p>Accennavo la <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/205/ricerca-in-radioprotezione-1">scorsa settimana</a> al dibattito scientifico che dovrebbe essere a sostegno del modello di rischio (da esposizione a radiazioni ionizzanti) lineare senza soglia (LNT), oppure del modello a soglia[1], come quello proposto dall’Accademia delle Scienze Francese. Per dirla con le parole di uno dei partecipanti al <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/201/filetto-di-renna">workshop</a> di Stoccolma:</p> <blockquote> <p>Come e’ mai possibile che, partendo dalla stessa domanda e dalla stessa letteratura scientifica, gli esperti Americani e quelli Francesi siano arrivati a risposte cosi’ diverse?</p> </blockquote> <p>Bella domanda, caro signor X. Mi sa che se lo chiedono in tanti. La risposta io non la so. Ovvero, ho una non-risposta, e non ne sono certo il padre: c’e’ abbastanza materiale in giro per poter sostenere l’una e l’altra ipotesi. Ah!</p> <p>L’argomentazione a sostegno del modello lineare senza soglia e’ piuttosto ‘lineare’: i danni molecolari indotti dalle radiazioni ionizzanti sono noti e, con il calare della dose di radiazioni, i danni diminuiscono in numero, ma non cambiano natura. Quando la dose di radiazioni si riduce ancor piu’, il numero di cellule danneggiate diminuisce, ma ancora in proporzione al calo di dose di radiazioni. Secondo i sostenitori del lineare senza soglia, non c’e’ nulla di davvero nuovo, ed allora perche’ il rischio dovrebbe esser maggiore o minore di quello che prevediamo?</p> <p>L’argomentazione dell’Accademia delle Scienze Francese invece prende in considerazione un elemento ‘biologico’ piu’ nuovo: la risposta cellulare, tissutale ed animale alle basse dosi di radiazioni e’ diversa dalla risposta alle dosi piu’ alte. Come la reazione ad un solletico o ad un graffio, alla basse dosi vengono indotti, pare, dei meccanismi di allerta; alle dosi maggiori si cerca di riparare il danno subito. Non solo: se e’ vero che a dosi molto basse solo alcune cellule sono colpite dalle radiazioni, le cellule comunicano tra loro e basta che poche siano colpite per sortire un effetto che ne coinvolge un numero ben maggiore. La letteratura scientifica degli ultimi vent’anni abbonda di dati sperimentali in cui si fa cenno a differenze tra effetti a basse ed alte dosi, e non si riesce a prevedere il comportamento biologico alle basse dosi basandosi su quello alle alte dosi. C’e’ un grosso pero’. La gran parte delle pubblicazioni scientifiche in fatto di effetti biologici alle basse dosi si riferisce a misure in modelli <em>in vitro</em> (colture cellulari), e qualche dato <em>in vivo</em> (topi, ratti). Gli stessi autori di articoli di forte impatto scientifico, realizzati in modelli <em>in vitro</em>, hanno poi trovato risultati opposti quando hanno replicato lo studio, quando cio’ e’ possibile, in un modello <em>in vivo</em>. Si salvi chi puo’. Comunque, l’accademia Francese trova spunto dal fatto che dopo basse dosi di radiazioni il nostro sistema di sorveglianza immunitaria sarebbe ancora efficiente da poter eliminare quelle cellule possono contribuire alla formazione di un cancro. Oltre una data soglia, questo non avverrebbe piu’.</p> <p>Insomma, in mancanza di un motivo forte e valido per abbandonare il vecchio modello di rischio lineare senza soglia, ce lo teniamo ancora ben stretto. Ma il dibattito e’ vivacissimo.</p> <p>[1] In verita’ i modelli di rischio sono piu’ di due. C’e’ anche la buona vecchia ormesi, il supralineare ed il sub-lineare senza soglia. Mammamiabella.</p> Ricerca in radioprotezione (1) 2009-10-22T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/22/ricerca-in-radioprotezione-1 <p>Ho riflettuto sul viaggio a Stoccolma della <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/201/filetto-di-renna">scorsa settimana</a>, intrapreso per partecipare all’interessantissimo workshop sul prossimo futuro della ricerca europea in ambito ‘radioprotezione’, ed ho pensato che potrei spendere qualche parola in piu’ sulla motivazione del workshop, sulla natura del problema scientifico che stiamo affrontando a livello Comunitario. Dopo tutto, si tratta di denaro dei contribuenti di tutta Europa.</p> <p>La normativa di radioprotezione corrente, inclusi i limiti di esposizione del personale medico (si pensi ai radioterapisti, ai radiologi, ma anche ai dentisti, i piloti e gli assistenti di volo, gli astronauti) e la stessa popolazione civile (e’ in crescita l’uso della Tomografia Assiale Computerizzata, TAC) si basa su conoscenze dirette degli effetti dannosi, sull’uomo, di dosi relativamente elevate di radiazioni ionizzanti. L’incidenza di tali effetti dannosi, di natura probabilistica, e’ espressa in stime di <em>rischio</em> aggiuntivo[1] di contrarre un cancro o di sviluppare malattie cardiovascolari in seguito all’esposizione a radiazioni ionizzanti. In larga parte, la nostra percezione del problema del rischio associato alle radiazioni ionizzanti deriva dagli studi sui sopravvissuti ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, ai lavoratori del nucleare del Techa river, presso i Monti Urali meridionali, al monitoraggio dei lavoratori delle miniere di Uranio, ai casi di cancro derivanti dall’incidente di Chernobyl e di altri incidenti legati alle radiazioni ionizzanti. Per lo piu’, si tratta di episodi in cui le dosi di radiazioni sono relativamente alte, impartite in esposizione acuta (es. ordigni nucleari) o cronica. Che cosa succede invece a dosi piu’ basse, quali quelle che ci vengono impartite ogni giorno dal cibo, dal <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/189/radon-e-rischio-di-cancro-polmonare">gas Radon</a> che respiriamo nell’aria, dalle rocce, dalle radiazioni cosmiche, ed a quelle appena un po’ piu’ alte a cui sono professionalmente esposte alcune categorie di persone? In mancanza di evidenze contrarie, e supportata da copiosa evidenza sperimentale, la comunita’ internazionale di radioprotezione ha supposto che il rischio (di cancro, malattie cardiovascolari) diminuisca proporzionalmente con la dose di radiazioni ionizzanti. Minore la dose, minore il rischio: e’ il modello di stima di rischio denominato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Modello_Linear_no-threshold">Lineare senza soglia</a>. Ma non tutta la comunita’ internazionale e’ d’accordo. Recentemente, una commissione Statunitense ed una Francese, esaminando lo stesso problema, sono giunte a conclusioni distinte. Secondo i primi, nonostante i risultati sperimentali in modelli <em>in vitro</em> ed animali, non esiste ancora nessuna evidenza che in <em>Homo Sapiens</em> ci siano deviazioni dal modello Lineare Senza Soglia. Dunque, meglio tenerselo cosi’, suggeriscono loro. L’accademia delle Scienze Francese, invece, basandosi su altrettanto copiosa evidenza sperimentale, ha concluso che il modello lineare senza soglia non tiene conto dei fenomeni della radiobiologia delle basse dosi, e che esisterebbe una <em>soglia</em> al di sotto della quale il rischio aggiuntivo sarebbe nullo. Le implicazioni di queste due ‘raccomandazioni’ sono notevoli: se il rapporto dei Francesi fosse piu’ attendibile di quello Statunitense, staremmo sovra-stimando i rischi delle radiazioni ionizzanti, con una spesa pubblica che potrebbe esser ridotta. Dal punto di vista scientifico, oltre che civile, il tema e’ affascinante. Ispirandomi al lavoro dei miei colleghi, cerchero’ di raccontare qualche dettaglio in piu’ nei prossimi giorni.</p> <p>[1] Rischio aggiuntivo o <em>excess relative risk</em> per una patologia, causato da un agente patogeno messo sotto esame, rappresenta il rischio (di contrarre detta patologia) che si aggiunge a quello gia’ esistente per altre cause e che risulta in un’incidenza della stessa patologia anche in assenza di esposizione all’agente patogeno in esame. Nel caso del cancro, i casi attribuibili all’esposizione alle radiazioni ionizzanti sono decisamente inferiori a quelli causati da altri fattori, come il fumo nel cancro polmonare.</p> In fretta, me bene 2009-10-19T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/19/in-fretta-me-bene <p>Pubblicare un lavoro scientifico richiede tempo, e capita, alle volte, che passino alcuni mesi da quando il lavoro e’ approvato a quando comparira’ sul web e sulla carta stampata. Senza contare poi il tempo che e’ trascorso per valutare il manoscritto, nelle mani di referees occupatissimi a fare mille altre cose (oggi mi sono appena fatto ‘incastrare’ di nuovo anche io ed ho tre settimane per inviare il mio referto). Nel frattempo, per il pubblico dei lettori, la pubblicazione scientifica non e’ disponibile, e quindi non e’ citabile, a parte cio’ che potrebbe essere stato comunicato ai congressi, ma e’ roba di poco. Le riviste scientifiche hanno allora escogitato alcune strategie per rendere piu’ veloci le loro pubblicazioni: versioni finali che appaiono come ‘pre-print’ in versione online, prima di andare in stampa, oppure istituzione di categorie di pubblicazioni scientifiche dette comunemente ‘comunicazioni rapide’ e che <em>dovrebbero</em> esserlo, ma che spesso sono appena piu’ veloci dei lumaconi ordinari. Quei volponi del <a href="http://www.nature.com/npg_/index_npg.html">Nature Publishing Group</a> (NPG) hanno pensato quindi di venire incontro alle esigenze di chi si muove entro le tumultuose acque del <em>publish or perish</em> (pubblica o schiatta), mettendo su una nuova rivista che promette di essere rapida nel pubblicare i lavori e, come le riviste del NPG, di qualita’. La rivista si chiamera’ <a href="http://www.nature.com/ncomms/about_journal.html">Nature Communications</a> e nascera’ la prossima primavera. Una scelta interessante sara’ quella di abbandonare completamente la versione stampata, e di pubblicare in modo ‘continuo’, cioe’ non mensilmente o settimanalmente, ma allorquando gli articoli si renderanno disponibili (approvati e soddisfacenti, da un punto di vista editoriale). Appetitoso.</p> Quanto è naturale la radioattività? 2009-10-16T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/16/quanto-e-naturale-la-radioattivita <p>Questa mattina, all’Accademia Reale delle Scienze di Stoccolma, il seminario di apertura della giornata di studio sul futuro della ricerca in radioprotezione è stato tenuto della Professoressa Drottz-Sjöberg, una psico-sociologa con un forte interesse nel tema della comunicazione del rischio al grande pubblico. La Drottz-Sjöberg ha raccontato come il grande pubblico percepisce le radiazioni come rischiose, e dell’importanza di informarlo in tema di radiazioni ionizzanti. Come molti di voi sapranno, lo spettro della bomba atomica prima e di Chernobyl poi incombe ancora sulla memoria umana, influenzandone la percezione sui rischi delle radiazioni ionizzanti. Rifletto qui su alcuni dati mostrati su una diapositiva della Drottz-Sjöberg.</p> <p>1) Più donne che uomini percepiscono le radiazioni ionizzanti come rischiose. Mmmm.</p> <p>2) Secondo il grande pubblico, in ordine decrescente di ‘naturalezza’ ci sono i campi di grano[1], seguiti dall’intelligenza umana, dall’uranio, dalla radioattività, dal virus dello AIDS, poi dalla stupidità umana, fino alle robacce più inquinanti che pochi davvero sarebbero disposti a credere siano prodotti naturali. Curioso come l’uranio sia percepito come più naturale delle radiazioni e come la stupidità sia percepita come meno naturale dell’intelligenza umana. Ovvero: della stupidità siamo responsabili, mentre l’intelligenza sarebbe un dono.</p> <p>3) Chi vive in aree con maggiore radioattività ambientale ha corrispondentemente meno radioattività nel proprio corpo (di origine alimentare). Evidentemente, l’informazione sulle radiazioni ionizzanti aiuta la cittadinanza a capire che in aree a maggiore radioattività ambientale è opportuno evitare di cibarsi di carne di cacciagione (si portava l’esempio di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/201/filetto-di-renna">renne</a> ed alci, ops) e di frutti di bosco.</p> <p>4) Nell’Europa dei 27, nei paesi in cui si fa già uso di energia nucleare, il 54% della popolazione è favorevole alla costruzione di altri reattori (media di più paesi). Nei paesi in cui non si fa uso di energia nucleare, la pecentuale si dimezza al 27%. Questo non dovrebbe sorprendere (chi conosce non teme) ma il dato mi pare davvero schiacciante. Chi volesse cercare di reintrodurre (ove sia stata precedentemente interrotta) energia nucleare in un paese attraverso un referendum popolare torverebbe dinanzi un muro.</p> <p>Domattina presto si rientra a Roma. Ho rinunciato al filetto di Alce, stasera.</p> <p>[1] I dati sono stati mostrati come percentuali dei rispondenti. Per esempio: il 70% dei rispondenti al test ha dichiarato che l’intelligenza umana è una cosa naturale. Quando gli è stato chiesto dell’Uranio, solo il 50% avrebbe risposto che si tratta di una cosa naturale.</p> Filetto di Renna 2009-10-15T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/15/filetto-di-renna <p>Nella Newsletter settimanale di <em>Galileo</em> e’ scritto che ‘Post D.O.C. contiene aggiornamenti (quasi) quotidiani dal mondo della ricerca’. Ebbene, ci sono dei (quasi) giorni in cui, nonostante si lavori con determinazione, mi viene difficile raccontare, anche a questo blog, che cosa ci sia di ‘aggiornamento dal mondo della ricerca’ in quello che ho fatto. Ieri, per esempio, ero con il capo dell’esperimento e siamo stati molte ore gettati a capofitto nel linguaggio di programmazione che serve per analizzare le misure di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/159/post-doc-post-genomico-in-erba">trascrittomica</a> che avevo tralasciato per alcune settimane dopo il convegno di Praga. Abbiamo fatto dei bei progressi e si sono susseguiti momenti di euforia, sgomento, rassegnazione, delusione, stupore, silenzio, gioia. Nonostante tutto, si e’ trattato di notevoli passi avanti, ma su una strada troppo lontana dal mondo reale, almeno secondo la mia percezione di principiante, per poterne raccontare.</p> <p>Intanto che procedo, sto per avere un’opportunita’ d’oro <em>sulla tastiera</em>. Scrivo da Stoccolma, a poca distanza dalla <a href="http://www.kva.se/en/">Accademia Reale delle Scienze</a> (esattamente…quella dei primi Nobel) per presenziare alla <a href="http://www.kva.se/EventDoc.aspx?eventId=177&amp;docId=19">giornata di lavoro sul futuro</a> della ricerca europea nell’ambito della radioprotezione dell’uomo.</p> <p>Meravigliosi i boschi con le betulle e le casette di legno rosse che si vedono dall’autostrada mentre si viaggia tra l’aeroporto di Skavsta e la citta’. Niente male anche il filetto di renna mangiato questa sera alla citta’ vecchia. A domani, dall’Accademia Reale!</p> Cellulari ed udito 2009-10-12T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/12/cellulari-ed-udito <p>L’ultimo numero del <a href="https://timssnet2.allenpress.com/ECOMRADRES/timssnet/wordpress/index.php/archives/129">Radiation Research Podcast</a> contiene un’intervista a Marta Parazzini e Paolo Ravazzani, due ricercatori del CNR di Milano, sui possibili effetti della telefonia UMTS sul sistema auditivo. L’intervista si riferisce ad un articolo[1] pubblicato lo scorso Agosto sulla rivista <em>Radiation Research</em>, uno studio internazionale a cui hanno contribuito, oltre l’Italia, Russia, Lituania, Polonia, Francia, Inghilterra ed Ungheria.</p> <p>[1] Parazzini et al, 2009. <a href="http://dx.doi.org/10.1667/RR1679.1">Effects of UMTS Cellular Phones on Human Hearing: Results of the European Project EMFnEAR</a></p> Evidenza amara per i carbon-scettici? 2009-10-09T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/09/evidenza-amara-per-i-carbon-scettici <p>Qualche giorno fa <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/192/sale-la-temperatura-in-protomoteca-sara-la-co2">raccontavo</a> su questo blog della strana giornata trascorsa in Protomoteca del Campidoglio, quando i relatori invitati si alternavano sul podio con visioni discordanti in merito alla responsabilita’ dell’uomo nei confronti dell’effetto serra. Ho continuato a riflettere, nei giorni passati, sulla natura del disaccordo. Non sono un climatologo, ma e’ vero che, da qualche secolo a questa parte, le evidenze scientifiche possono servire come base per il contradditorio in fatto di effetto serra e responsabilita’ umane. Il quesito piu’ significativo in questo ambito e’ se la CO<sub>2</sub> sale per colpa dell’industrializzazione ed il conseguente uso di combustibili fossili, o salirebbe comunque, anche se fossimo rimasti all’era pre-industriale. Questo giornale e’ molto sensibile al tema CO<sub>2</sub>, come si evince dalla copiosa mole di <a href="http://www.galileonet.it/search/?q=CO2">articoli pubblicati sul tema</a>.</p> <p>Nei giorni seguenti l’incontro al Campidoglio mi sono imbattuto nel Nature Podcast[1] del 24 Settembre 2009 che riporta una breve intervista ad uno degli autori di un articolo[2], pubblicato su <em>Nature</em>, a proposito delle emissioni di CO<sub>2</sub> per opera umana durante l’Olocene (da 11,000 anni or sono ai giorni recenti). L’articolo conclude che l’attivita’ umana in eta’ pre-industriale non puo’ avere influenzato il debole aumento di CO<sub>2</sub> che si e’ registrato durante l’Olocene (20 parti per milione di CO<sub>2</sub>, <a href="http://earthguide.ucsd.edu/virtualmuseum/Glossary_Climate/gloss_a-f.shtml#concunits">ppm</a>). Negli ultimi 150 anni di epoca industriale, invece, l’innalzamento di CO<sub>2</sub> sembra essere dell’ordine di 100 ppm, ma i carbon-scettici sostengono che questo non c’entri nulla con l’attivita’ dell’uomo industrializzato. Intervistato nel podcast, Elsig afferma, verso la fine dell’intervista, che l’innalzamento di CO<sub>2</sub> dei tempi piu’ recenti e’ inequivocabilmente di origine carbon-fossile, alla faccia dei carbon-scettici. Tale affermazione sorge dalle misure dei rapporti tra gli <a href="http://earthguide.ucsd.edu/virtualmuseum/Glossary_Climate/gloss_a-f.shtml#carbonisotopes">isotopi stabili</a> dell’atomo di carbonio presente nella CO<sub>2</sub>, il <sup>12</sup>C ed il <sup>13</sup>C. Nel podcast, Elsig ha avuto solo il tempo di dire che il rapporto <sup>13</sup>C/<sup>12</sup>C porta la ‘firma’ della provenienza del Carbonio. Traducendo allora da <a href="http://earthguide.ucsd.edu/virtualmuseum/climatechange1/03_2.shtml">qui</a>:</p> <blockquote> <p>I materiali che vengon bruciati per produrre energia (quali legno, carbone e idrocarburi) sono piu’ ricchi di <sup>12</sup>C di quanto ce ne sia dissolta negli oceani. Dunque, una variazione del rapporto <sup>13</sup>C/<sup>12</sup>C (nel mare, N.d.T.) e’ indice di progressiva invasione di CO<sub>2</sub> di origine industriale dall’atmosfera verso la superficie oceanica.</p> </blockquote> <p>[1] <a href="http://www.nature.com/nature/podcast/index-2009-09-24.html">Nature Podcast, 24 Settembre 2009</a></p> <p>[2] Joachim Elsig <em>et al.</em> Nature 461, 507-510 (24 September 2009), <a href="http://dx.doi.org/10.1038/nature08393">Stable isotope constraints on Holocene carbon cycle changes from an Antarctic ice core</a></p> Ci siamo! 2009-10-05T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/05/ci-siamo <p>E’ tempo di premi Nobel, ma anche di <a href="http://improbable.com/ig/winners/#ig2009">IgNobel</a>. Oggi e’ stato annunciato il <a href="http://nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/">Nobel per la Medicina</a>. Un premione…su <a href="http://www.galileonet.it/news/11909/il-nobel-a-chi-svelo-il-mistero-dei-telomeri">cromosomi e telomeri</a>. <img src="http://nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/blackburn.jpg" alt="" /> <img src="http://nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/greider.jpg" alt="" /> <img src="http://nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/szostak.jpg" alt="" /> Fotografie tratte da <a href="http://nobelprize.org">nobelprize.org</a></p> <p>Domani sara’ la volta del premio per la <a href="http://nobelprize.org/prize_announcements/physics/index.html">Fisica</a>. Curioso che sul portale dei Nobel sia stata scelta la storia della <a href="http://nobelprize.org/mediaplayer/index.php?id=1101">Montalcini</a> tra gli <em>Editor’s pick</em>, la selezione dell’editore del portale <a href="http://nobelprize.org">nobelprize.org</a>, Adam Smith.</p> Post D.O.C. in piazza 2009-10-04T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/04/post-doc-in-piazza <p>Ieri alla <a href="http://www.fnsi.it/Esterne/Pag_vedinews.asp?AKey=10350">manifestazione</a> in difesa della liberta’ di informazione, organizzata dalla <a href="http://www.fnsi.it/">FNSI</a>, e’ apparso anche Roberto Saviano, l’autore del libro-culto Gomorra.</p> <object width="400" height="220"> <param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="movie" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=6892789&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=00ADEF&amp;fullscreen=1" /><embed src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=6892789&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=00ADEF&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" width="400" height="220" />&lt;/embed&gt;</object> <p> <a href="http://vimeo.com/6892789">Roberto Saviano a Piazza del Popolo alla Manifestazione per la Liberta' di Informazione organizzata dalla FNSI.</a> </p> <p> Dubito che i blog scientifici, sulla base di cio' che scelgono oggi di trattare, siano a rischio di imbavagliamento. Ma se i blog scientifici mettessero a nudo i numerosi scandali di concorsi, finanziamenti e favori, facendo nomi e cognomi 'alla Saviano', credo che l'informazione scientifica via blog incontrerebbe ostacoli seri. Forse si tratta solo di tempo. </p> <p>Sulla rete si trovano molti filmati dell’intervento di Roberto Saviano, tratti dalle telecamere ufficiali, quelle piu’ vicine al palco. Ecco qui un <a href="http://www.youtube.com/watch?v=J3WBD49K-9o">link</a> ad uno tra tanti.</p> Ma questo in Canada non potrebbe accadere... 2009-10-01T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/10/01/ma-questo-in-canada-non-potrebbe-accadere <p>Ieri sera ero ospite a cena da mio cugino Piero, un altro della famiglia che se ne va all’estero per studiare. Piero aveva anche un altro ospite a cena, un medico Canadese del Saskatchewan che ha conosciuto mentre era in Australia. Si chiacchierava di formaggi e di vino, ma come era prevedibile siamo finiti a parlare anche di ricerca scientifica e di quanto sia complesso farla in Italia. Abbiamo raccontato a Luke lo <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/191/priiiiiinpriiiiiinci-daresti-il-massimo-dei-voti-please">scandalo</a> di <em>peer-review</em> di cui si e’ scritto qualche giorno fa su <em>La Repubblica</em>. Quando ho detto a Luke che Claudio Fiocchi era stato raggiunto da intimidazioni, e che il suo anonimato non era stato rispettato, sul suo volto c’era un’espressione di orrore. Quando ci ha chiesto come sia possibile, dicendoci che in Canada il peer review e’ un sistema ben radicato ed accettato dalla societa’, sul volto mio e di Piero deve esser comparsa la stessa espressione inebetita che Nanni Moretti aveva in <em>Aprile</em>, quando il suo amico Francese, con cui era seduto al tavolo di un ristorante, gli chiedeva come fosse possibile che in Italia qualcuno che possiede tanto di tre reti televisive possa arrivare alla carica di Primo Ministro.</p> <p>Dopo la cena deliziosa, di ritorno a casa, riflettevo su quella discussione e mi son sentito aggredito da un triste senso di sconfitta.</p> <object width="425" height="344"> &lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/NewgY\_aqFbw&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;"&gt;&lt;/param&gt;<param name="allowFullScreen" value="true" />&lt;/param&gt;<param name="allowscriptaccess" value="always" />&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/NewgY\_aqFbw&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"&gt;&lt;/embed&gt;</object> Ricercati e propositivi 2009-09-30T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/30/ricercati-e-propositivi <p>Gi amici di <a href="http://ulisse.sissa.it/">Ulisse</a> hanno lanciato un’iniziativa che merita attenzione: una piattaforma di discussione sulla scienza italiana ed il suo futuro. Si chiama <a href="http://ulisse.ning.com/">Ricercati</a> e si propone di creare uno spazio multimediale dove dialogare sulle soluzioni per salvare la ricerca scientifica Italiana, sperando che non ce l’ammazzino prima mettendoci i tornelli davanti all’ingresso dei laboratori ed i braccialetti elettronici. C’e’ gia’ un appuntamento segnalato sul portale di <em>Ricercati</em>:</p> <blockquote> <p>Cosa pensi del futuro della ricerca in Italia? Da un po’ di tempo si parla di una riforma dell’Università italiana e in questi giorni si sta ridisegnando il piano nazionale della ricerca. Sono molti i punti di vista a confronto, a volte in conflitto, ma è abbastanza diffusa l’idea che una riforma dell’università sia ormai necessaria. Cosa e in che modo, secondo te, dovrà cambiare? Come fare per migliorare la ricerca italiana? Dillo con un video.</p> </blockquote> <p>I video caricati sul portale entro il 15 Novembre e piu’ votati vinceranno una maglietta con il logo di <em>Ricercati</em>, personalizzata con la foto dei loro autori. Occasione ghiottissima! Intanto mi son registrato anche <a href="http://ulisse.ning.com/profile/MassimoPinto">io</a>. Mumble mumble…</p> <p><img src="http://api.ning.com/files/KaDlcAa26xYCdL6BoLpv9ZLvVbLkGctc*SpvjHD2lB9OXDA41JFXb1xWRir1GaVxNYvjS5BDTg-uJSxJRlEaAEWcwpdNzgjB/ricercati_whitesmall.jpg" alt="" /></p> Iran peggio dell'Italia? 2009-09-29T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/29/iran-peggio-dellitalia <p>Mentre ancora fioccano le critiche alla brutta faccenda di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/191/priiiiiinpriiiiiinci-daresti-il-massimo-dei-voti-please">peer review all’Italiana</a>, largamente commentata dalla stampa e dai bloggers, leggo su Nature[1] che l’Iran, se possibile, sembra stare peggio di noi. Il ministro della scienza Iraniano, Kamran Daneshjou, e’ accusato di plagio, avendo pubblicato un articolo[2] sulla rivista <em>Engineering with Computers</em> in cui veniva ricopiato, parola per parola, parte di un lavoro a firma Sud Coreana del 2002. Buona amministrazione, signor Ministro.</p> <p>[1] Publisher retracts paper by Iran’s science minister, <a href="http://dx.doi.org/doi:10.1038/news.2009.945">Nature Sep 23, 2009</a>. All’articolo fanno seguito numerosi commenti di sdegno di ricercatori Iraniani.</p> <p>[2] Daneshjou, K. &amp; Shahravi, M. Eng. Comput. 25, 191-206 (2009).</p> Sale la temperatura in Protomoteca, sara' la CO2? 2009-09-28T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/28/sale-la-temperatura-in-protomoteca-sara-la-co2 <p>Non sempre politica e ricerca vanno a braccetto, e stamattina, all’incontro in Campidoglio “Verso Copenhagen, come cambia il clima” indetto per la giornata conclusiva del <a href="http://www.festivaldellambiente.com">Festival dell’Ambiente</a> se ne sono viste delle belle. Mentre il mondo si preoccupa del Protocollo di Kyoto, della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici di Copenhagen e di come contenere le emissioni di gas serra, nella Protomoteca del Campidoglio gli invitati si sono susseguiti, sul podio, in presentazioni dai contenuti discordanti. C’era chi sosteneva i principi di Kyoto e Copenhagen, e chi affermava che l’uomo non c’entra nulla, ovvero che il livelli di CO2 atmosferici cambiano e sono cambiati nel corso della storia indipendentemente dall’attivita’ umana. Secondo questi ultimi, insomma, quelli di Kyoto e Copenhagen starebbero solo perdendo tempo e denaro. Pubblico basito. Sta di fatto che Carlo Carraro, rettore dell’Universita’ Ca’ Foscari di Venezia, ha deciso di non intervenire piu’ (il suo contributo era intitolato “Piccoli passi verso un grande accordo globale sul clima”) ed ha lasciato la sala a meta’ mattinata. Io che frequento piu’ incontri scientifici che politici non avevo mai assistito ad una scena del genere.</p> Priiiiiin...priiiiiin...ci daresti il massimo dei voti please? 2009-09-24T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/24/priiiiiinpriiiiiinci-daresti-il-massimo-dei-voti-please <p>Due affezionati lettori di questo blog mi hanno comunicato contemporaneamente (via email ed al telefono) la pubblicazione di un articolo che grida allo <a href="http://www.repubblica.it/interstitial/interstitial1709989.html">scandalo peer-review all’Italiana</a>. Secondo l’articolo appena pubblicato sul portale web de <em>La Repubblica</em>, lo scandalo riguarda i PRIN, i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale, finanziati dal MIUR. Ce ne sarebbe abbastanza per sospendere immediatamente il bando di gara. Avevamo gia’ discusso <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/165/che-giudichino-gli-altri">qui</a> il problema del referaggio all’estero.</p> <p>Cosa avreste fatto voi al posto di Claudio Fiocchi?</p> Che gran bella notizia! 2009-09-23T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/23/che-gran-bella-notizia <p>In tempi di magra, una soluzione per risollevare il clima di sfiducia puo’ essere incrementare l’investimento nella ricerca scientifica. La bella notizia e’ che uno dei finanziamenti, statale e di durata due anni, se l’e’ aggiudicato uno straniero. Il ricercatore che l’ha vinto potra’ anche assumere, per due anni, tre persone seguendo modalita’ rapide e snelle, messe a punto proprio in questa condizione di emergenza economica. Ah…quasi dimenticavo. Lo straniero si chiama Giovanni, ha 34 anni ed e’ di Cremona. Il programma si chiama <em>economic stimulus</em>. Il paese e’ gli USA. <em>Gran bel colpo, Giovanni!</em></p> Radon e rischio di cancro polmonare 2009-09-21T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/21/radon-e-rischio-di-cancro-polmonare <p>Questa mattina ho partecipato alla presentazione del rapporto[1] dell’Organizzazione Mondiale della Sanita’ <em>“WHO Handbook on indoor Radon, a Public Health Perspective”</em>, a cura dell’Istituto Superiore di Sanita’ e del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. Il rapporto OMS e’ in uscita in questi ultimi giorni di Settembre e rappresenta il risultato di un impegno internazionale coordinato da 35 paesi, tra cui l’Italia, per l’identificazione di strategie per ridurre l’impatto del Radon sulla salute umana. <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/35t.jpg" alt="" /> Piccolo passo indietro. Il Radon e’ un gas radioattivo presente nelle abitazioni, proveniente dal sottosuolo e dai materiali di costruzione. La sua concentrazione e’ facilmente misurabile. La ricerca scientifica ha mostrato che l’esposizione al Radon e’ associata ad un <em>rischio</em> (n.b. non <em>certezza</em>) di cancro polmonare, ed e’ la <em>seconda</em> causa di tumore polmonare (in Italia, circa il 10% del totale dei casi) dopo il fumo di sigaretta. Per questa ragione il Radon pone un problema di <em>salute pubblica</em> e richiede interventi di prevenzione mirati alla riduzione del suo impatto sulla nostra salute.</p> <p>Per quanto concerne l’implementazione delle linee guida stabilite dalla OMS, la responsabilita’ spetta alle singole Nazioni. Per poter fronteggiare questo problema, in Italia e’ stato lanciato nel 2006 un piano di studio, il <a href="http://www.iss.it/tesa/prog/cont.php?id=182&amp;tipo=14&amp;lang=1">Piano Nazionale Radon</a>.</p> <p>[1] <a href="http://whqlibdoc.who.int/publications/2009/9789241547673_eng.pdf">WHO handbook on indoor radon - a public health perspective</a></p> Eventi scientifici settembrini nell'Urbe 2009-09-17T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/17/eventi-scientifici-settembrini-nellurbe <p>Giro per Roma in scooter e noto numerose pubblicita’ di eventi a tema scientifico in programma nella Capitale per questo mese.</p> <p>Oltre all’EcoFest di Frascati, appena trascorso, ci sono in citta’:</p> <p><em>La Notte dei Ricercatori</em>, a Frascati <strong>dal 19 al 26 Settembre</strong>, a cura dei maggiori enti di ricerca scientifica italiani. Scientists Around Youth, <a href="http://www.frascatiscienza.it/pagine/notte-europea-dei-ricercatori-2009/">http://www.frascatiscienza.it/pagine/notte-europea-dei-ricercatori-2009/</a>. Se ne e’ parlato anche su questo <a href="http://www.galileonet.it/agenda/11747/la-settimana-della-scienza-2009">Giornale</a></p> <p><em>Anno 2050, Quale Energia? La risposta e’ scritta nella terra</em>, alla <a href="http://www.centralemontemartini.org/">Centrale Montemartini</a> <strong>dal 25 Settembre al 18 Ottobre</strong> in via Ostiense, a cura dell’ENEA. Questo evento fa parte di una manifestazione a piu’ ampio respiro che si chiama <em>Festival Internazionale dell’Ambiente</em>, <strong>dal 25 al 28 Settembre</strong> tra il Campidoglio, L’Ara Pacis, la Casa del Cinema e la Centrale Montemartini. <a href="http://www.festivaldellambienteroma.com/">http://www.festivaldellambienteroma.com/</a></p> <p>Ho pensato allora di fare un salto alla segreteria della scuola di mio figlio, stamattina, per chiedergli di considerare di portare i ragazzi a qualcuno di questi eventi. Mi hanno detto che quest’anno sara’ molto difficile portare i bambini in gita fuori dalla scuola, perche’ con la nuova riforma scolastica non ci sara’ la compresenza di due insegnanti per classe, ed il limite legale per poter portare i ragazzi in gita fuori scuola e’ 15 alunni per ciascun insegnante. Chissa’ se ci avevano riflettuto, gli addetti ai lavori che hanno pensato a questa riforma.</p> <p><img src="http://riflessioniquotidiane.files.wordpress.com/2009/06/barzellett-gelmini2012.jpg?w=500&amp;h=338" alt="" /> (vignetta tratta da <a href="http://ricercatoriprecari.wordpress.com/2009/09/14/si-vota-per-lelezione-delle-commissioni-dei-concorsi-universitari/">qui</a>)</p> Positivo si, negativo no 2009-09-16T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/16/positivo-si-negativo-no <p>A volte viene da pensare che le pubblicazioni scientifiche non debbano essere giudicate, in modo ciritico, da esseri umani. Da alcuni anni si parla del fatto che le riviste scientifiche tendono a pubblicare risultati di lavori in cui si mette in evidenza un effetto chiaro: il farmaco A è migliore del trattamento placebo, oppure del farmaco B. Ancora: la somministrazione di due farmaci insieme porta risultati superiori a quello del trattamento con un farmaco alla volta etc. I risultati negativi, invece, del tipo ‘non si riscontra un beneficio significativo nella terapia con <em>pippex</em> sciroppo’, piacciano meno agli editori e gli articoli che li descrivono vengono pubblicati con maggiore difficoltà di quelli che riportano effetti misurabili. Eppure, entrambi i lavori, ammesso che siano stati eseguiti in modo corretto, contribuiscono al progresso scientifico. Se un risultato è negativo, meglio diffondere la notizia e voltare pagina.</p> <p>Evidentemente, preferiamo il ‘successo’ al ‘fallimento’ ad ogni passo e siamo poco disposti ad accettare che il percorso verso la conoscenza ‘non è sempre una linea retta’. Nature[1] di questa settimana descrive in un articolo breve uno studio davvero astuto. Un articolo ben scritto è stato sottoposto a peer review in due forme diverse. In una prima versione, l’effetto del trattamento di un ipotetico antibiotico era positivo; nella seconda versione, invece non c’era alcun effetto. Tutto il resto, ovvero introduzione al lavoro, metodo sperimentale, discussione generale, erano assolutamente identici. Eppure…la versione ‘positiva’ ha suscitato più spesso il giudizio positivo dei revisori, che invece hanno indicato piu’ sovente che la versione ‘negativa’ non fosse pubblicata. Non solo…i revisori hanno anche giudicato peggiori le altre sezioni della versione ‘negativa’ del manoscritto, la parte metodologica, anche se questa era del tutto identica a quella della versione ‘positiva’. Nel manoscritto erano anche stati nascosti numerosi errori, identici nelle due versioni, ma i revisori hanno lasciato correre più errori, senza notarli, nella versione ‘positiva’.</p> <p>Questo atteggiamento mi porta dei ricordi sgradevoli e voglio azzardare un’analogia. A scuola, come all’università, si aveva spesso l’impressione che al migliore della classe veniva concesso un trattamento più leggero, domande più facili alle interrogazioni agli esami se aveva già altri voti alti sul suo libretto. A quelli meno bravi, invece, venivano fatte le pulci, e magari venivano ‘confermati’ i voti relativamente più bassi che erano stati dati agli esami precedenti.</p> <p>Umani, strana gente.</p> <p>Nicola Jones, <em>Sneak test shows positive-paper bias</em>, <a href="http://dx.doi.org/10.1038/news.2009.914">Nature News 14 September 2009</a></p> Cosa farò da grande? 2009-09-09T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/09/cosa-faro-da-grande <p>La stampa ci propone la copertura del diverbio accesosi tra le nostre Universita’ ed il Ministro Gelmini in tema di prove scritte ai concorsi pubblici per posto di ricercatore. Prove scritte si, prove scritte no. Come se il problema della nostra mancata eccellenza fosse dietro una prova scritta. Il diverbio si e’ anche centrato sul numero di pubblicazioni scientifiche massimo (o minimo) presentabili in un concorso. Un <a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=380687&amp;START=0&amp;2col">articolo</a> apparso ieri su Il Giornale racconta, con un esempio, le motivazioni dietro queste scelte.</p> <p>Fintanto che esisteranno i concorsi pubblici, e’ fatica sprecata discutere di qualsiasi dettaglio relativo a prove scritte, orali, formazione delle commissioni. Probabilmente ci vorrebbe una radicale revisione del contratto collettivo nazionale dei lavoratori del comparto ricerca. Del resto, i concorsi <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/185/cervelli-che-non-centrano-piu">si fanno solo in Italia</a>. Guardandosi intorno, oltre confine, si possono scorgere numerose possibilita’ per disegnare una strategia di svolta. Non c’e’ nemmeno bisogno di andare a finire negli Stati Uniti, dove il mercato del lavoro e’ cosi’ diverso da quello nostro. Prendiamo ad esempio la Germania, che certo non e’ l’Italia, ma non e’ neppure gli USA. Volker Dötsch, in un articolo pubblicato su EMBO[1], scrive che la carriera tedesca dei giovani aspiranti professori universitari e’</p> <blockquote> <p>sostanzialmente un contratto tra un professore piu’ anziano ed un giovane ricercatore. Sebbene il principio di questo sistema sia quello di guidare il giovane ricercatore verso il completamento della sua indipendenza, in pratica e’ stesso stato spesso abusato.</p> </blockquote> <p>Il confronto con le nostre Universita’ e’ immediato (magari da noi non c’e’ neppure, abilmente, il contratto di cui scrive Dötsch). Vediamo allora come stanno affrontando questo problema da quella parti. Pochi anni fa introdussero un nuovo percorso professionale, quella del <em>Junior Professor</em>, piu’ snello e trasparente della vecchia <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Habilitation">habilitation</a>, appesantita dai problemi che denuncia Dötsch. Ma si sono gia’ resi conto, in Germania, che questa non puo’ essere l’unica soluzione. Inutile offrire un gruzzoletto di denaro per sostenere la carriera di pochissimi giovani aspiranti professori: saranno solo una minoranza. Tornando in Italia, inutile sbandierare le proposte per <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/settembre/07/Trenta_borse_studio_per_far_co_8_090907009.shtml">fare rientrare i cervelli</a> con dei gruzzoletti per lasciargli fare ricerca in Italia, perche’ senza un programma per lanciarli e sostenere la loro indipendenza oltre il periodo previsto per il finanziamento (diciamo 3-5 anni) alla fine si troveranno tutto il vecchio sistema contro. E dovranno vedersela con i precari interni, incazzatissimi con loro, oltretutto.</p> <p>La proposta di soluzione tedesca e’ piuttosto sorprendente: liberalizzazione del programma di ricerca delle universita’ ed incoraggiamento a formare centri di eccellenza in cui, proprio perche’ si vuole perseguire l’eccellenza, sara’ naturale cercare di selezionare chi eccelle. Sempre Dötsch:</p> <blockquote> <p>Le Universita’ formano nuovi istituti, di solito, perche’ vogliono creare nuovi programmi di ricerca oppure nuove strutture organizzative che non e’ facile realizzare entro i confini delle strutture gia’ esistenti in Dipartimenti ed Istituti. Il ‘Frankfurt Institute for Molecular Life Sciences’ e’ stato creato con l’intenzione di realizzare entrambe le cose: non solo espandere nuove area di ricerca nel campo dei complessi macromolecolari, ma anche stabilire nuove strutture e procedure organizzative. E’ qui, nel cuore delle strutture organizzative, il luogo dove la rivoluzione accademica tedesca sta per aver luogo.</p> </blockquote> <p>Autonomia universitaria, diritto allo studio. Cervelli in fuga, concorsi bacati. Che cosa vuole fare da grande l’Italia?</p> <p>[1] Volker Dötsch, <a href="http://dx.doi.org/10.1038/embor.2009.190">On track to Tenure Track</a>, <em>EMBO</em> reports 10, 936 - 937 (2009)</p> Cervelli che non c'entrano più. 2009-09-07T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/07/cervelli-che-non-centrano-piu <p>Poco più di un anno fa <a href="http://network.nature.com/people/massimopinto/blog/2008/03/30/lose-them-get-them-back-lose-them-again">scrissi</a> sul mio blog inglese <em>Science in the Bel Paese</em> alcune impressioni su quei cervelli che vogliono rientrare in Italia, ci riescono, magari conquistando posizioni rispettabili, ma che poi non ce la fanno più a restare e decidono di andarsene di nuovo, in barba a tutta la fatica che era gli costata rientrare in terra natìa. Queste storie mi sembravano suggerire che il vero obiettivo-sogno dei cervelli che rientrano non sia tanto il guadagno di una posizione stabile, per quanto sia rarissima, quanto la soddisfazione di poter trovare, in Italia, condizioni di lavoro simili a quelle che si lasciano nel paese in cui si era espatriati. Merito, spazio ai giovani, ascolto e critica spassionata delle loro idee evidentemente valgono di più di un posto di lavoro permanente, che può pure esser vissuta come una condanna permanente, se mancano le condizioni desiderate.</p> <p>Leggo numerosi articoli su cervelli che non riescono a rientrare perché non trovano opportunità di lavoro stabile in Italia, articoli che raccontano di cervelli nostrani scappati all’estero perché qui non riuscivano a lavorare. Ci sono però anche degli Italiani che vanno via senza troppi dubbi e che vivono la loro dipartita in modo maturo, arrivando anche a posizioni di dirigenza.</p> <p>Quella che segue è una breve intervista, non comune su questo blog, a Marco Durante, 43 enne, direttore del <a href="http://www.gsi.de/forschung/bio/index_e.html">reparto di Biofisica del GSI</a> di Darmstadt, in Germania. Marco è stato il mio primo mentore, nonché la persona che mi ha fatto conoscere l’esistenza della radiobiologia, quando avevo appena 19 anni, per cui taglio corto ed in quest’intervista gli do del <em>tu</em>.</p> <p>=</p> <p><em>Post DOC</em>. Marco, tu sei professore Associato all’Università di Napoli Federico II, non certo un precario della ricerca. Raccontaci che cosa ti ha spinto ad andare via dall’Italia. Ha senso definirti un cervello in fuga?</p> <p><em>MD</em>. Personalmente detesto questa definizione. In fuga da che? Quando un calciatore si muove dal Brasile verso l’Italia o l’Inghilterra non si dice “piedi in fuga”. Purtroppo, l’Italia è un po’ il “Brasile” della scienza, mentre USA, Inghilterra, Germania ecc. giocano il ruolo dell’Italia del calcio. Ci si sposta perché vengono offerte opportunità migliori, è molto semplice. I discorsi vittimistici non hanno senso.</p> <p><em>Post DOC</em>. Che cosa sbaglia l’Italia, nei confronti dei suoi ‘cervelli’ e come si può risolvere?</p> <p><em>MD</em>. Sono stati scritti ponderosi tomi sull’argomento da eminenti studiosi, e ogni governo non resiste alla tentazione di una “riforma globale” che in genere parte dalla scuola materna per arrivare al dottorato di ricerca. “Cambiare tutto per non cambiare nulla”, come nel Gattopardo. Chiunque abbia lavorato all’estero nota che le differenze sono chiare e semplici. Investire sui giovani, in primo luogo. Servono a poco i progetti per ricercatori con meno di 40 anni che ogni tanto vengono lanciati in Italia per combattere la gerontocrazia. Si trova qualche giovane disposto a comparire come responsabile, ed il gioco è fatto. E’ una questione di potere. Perfino in Giappone, che è considerato un paese con una forte gerarchia basata sull’età, a 65 anni si va in pensione, e si decade da tutte le cariche. In Germania, è del tutto normale che un quarantenne come me sia professore ordinario e diriga un dipartimento di un centro Helmholtz - in Italia ero considerato un ragazzino. Vi è poi il problema dell’eccellenza. In Italia si investe poco, è vero, ma in aggiunta i fondi devono raggiungere uan miriade di centri, università, istituti, ecc. Concentrare i fondi sugli istituti di eccellenza è la strada giusta. Anche qui si parla di “meritocrazia” e “valutazione”, ma è tempo perso se non vi è un sistema di controllo serio. Per esempio, i “concorsi” si fanno solo in Italia. Nel resto del mondo, i ricercatori sono assunti con un semlice colloquio, ed il Direttore se ne assume la responabilità. Se prendo persone preparate e produttive, avrò successo, se scelgo male, pagherò in prima persona. Questo in Italia non esiste. Infine, il problema degli investimenti. In Italia gli investimenti dal privato nella ricerca sono quasi assenti, e questo è dovuto alla struttura dell’industria italiana - in genere piccola, e assai poco propensa a rischiare, a crescere. Quelli pubblici scarsi, e questo è anche un problema culturale. L’immagine della ricerca scientifica in Italia è quasi sempre negativa, al contrario di quello che avviene nel resto del mondo. Il politico non guadagna in popolarità investendo nella ricerca, tanto meno in quella di base, che è invece il motore del paese.</p> <p><em>Post DOC</em>. Il tuo consiglio a chi considera trascorrere qualche anno all’estero?</p> <p><em>MD</em>. Fatelo….</p> <p><img src="http://www.gsi.de/portrait/Pressemeldungen/M_Durante_72dpi.jpg" alt="" /> <em>dalle pagine web del GSI</em></p> Immortali, verso Marte 2009-09-04T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/04/immortali-verso-marte <p>La scorsa settimana al congresso della società Europea di Radiobiologia, a Praga, Il Dr. Marco Durante (lo presentavo <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/181/ultima-giornata-a-praga">qui</a>) ha relazionato sul tema delle esplorazioni spaziali e l’esposizione degli astronauti alla radiazione cosmica.</p> <p>Sulla terra siamo ben protetti dalla radiazione cosmica grazie al campo magnetico terrestre, che ci fa da scudo. Se lo scudo non funzionasse più…saremmo fritti…ma questa è <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Core">un’altra storia</a>. Nello spazio interplanetario questo scudo non c’è, e si pone il problema di come proteggere gli astronauti da lunghe esposizioni alle radiazioni ionizzanti, non tanto in un viaggio verso la luna, che dura pochino, ma piuttosto nei lunghi viaggi che potrebbero essere necessari se dovessimo mandare qualcuno su Marte, oltre a <a href="http://www.youtube.com/watch?v=PstTGPp9wFw">Corrado Guzzanti</a> che ci è stato già. Il rischio radiologico non è però l’unico problema da affrontare in una missione verso Marte. Da quanto leggevo sulle diapositive di Marco D., ce ne sono almeno altri due, sempre legati alla durata della missione: gli effetti dell’assenza di gravità sul corpo (problema già noto ed affrontato sulla stazione spaziale internazionale) e gli effetti dell’isolamento sul comportamento degli astronauti. Non so voi, ma passare <a href="http://www.esa.int/esaCP/SEM8GF7CTWF_Italy_0.html">520 giorni</a> lontano dai podcast, dai blog degli amici, la posta elettronica, i cartoni animati, la bicicletta e la pasticceria sotto casa, non è esattamente una priorità per i miei programmi futuri. Eppure, qualcuno ha fatto la fila per cercare di partecipare ad un <a href="http://www.galileonet.it/news/11145/grande-fratello-per-astronauti">esperimento di isolamento</a> di lungo termine, ed oltre a degli scapoloni, in fila, c’erano anche donne e padri di famiglia. Sono matti? Secondo la psicologa che collabora nella progettazione di questi esperimenti di isolamento, mi raccontava Marco D., c’è una spinta ben più forte del denaro a motivare questi aspiranti eremiti di squadra. E’ il desiderio di prender parte al progresso scientifico dell’uomo, iscrivendo il proprio nome nella lista di coloro che avranno contribuito, in una certa misura, alla conquista del Pianeta Rosso. Come quello di Aldrin, Armstrong…il loro nome sarà iscritto nella storia per sempre, e loro avranno soddisfatto l’antico bisogno umano di…immortalità.</p> Source Event 2009-09-02T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/09/02/source-event <p><img src="http://www.nature.com/naturejobs/sourceevent/images/tse-logo.gif" alt="" /></p> <p>Due grandi eventi per ricercatori in erba. <a href="http://www.nature.com/naturejobs/sourceevent/index.html">The Source Event</a> a Londra, 25 Settembre 2009; Berlino, 4 Dicembre 2009.</p> <p>Le lezioni offerte nei ‘raduni’ del 2007 e 2008 sono raccolte in <a href="http://www.nature.com/naturejobs/sourceevent/podcast.html">podcasts</a> scaricabilli gratuitamente.</p> Radioterapia e staminali cancerose 2009-08-30T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/08/30/radioterapia-e-staminali-cancerose <p>Nell’ultima giornata del congresso ERR di Praga c’è stata una bella relazione di Michael Baumann, di <a href="http://www.oncoray.de/">OncoRay</a> a Dresda, in Germania, a proposito degli ultimi sviluppi della radioterapia del cancro e delle previsioni per il futuro.</p> <p>Da qualche anno sono a disposizione delle tecniche di radioterapia denominate <em>conformazionali</em>, con cui è possibile impartire dosi di radiazioni sempre maggiori al tumore, anche quando questo si trova molto vicino ad organi ‘critici’, e senza compromettere troppo il tessuto sano che lo circonda. Nel tentativo di sterilizzare il tumore, i radioterapisti cercano di conformare quanto più possibile la dose al tumore, ma in questi trattamenti non si tiene conto della possibilità che il tumore sia un contesto tissutale eterogeneo, in cui non tutte le sue parti costituenti potrebbero avere la stessa sensibilità al trattamento radiante. Gli esperimenti in vitro ed in vivo, tuttavia, sembrano suggerire che i tumori sono delle strutture piuttosto complesse. Si sta affermando, seppure non in modo universale, la teoria delle cellule staminali tumorali, di cui abbiam parlato anche <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/43/metastasi-e-staminali">in passato</a> su questo blog. Sono stati eseguiti degli esperimenti molto affascinanti in cui si è dimostrato che sono le staminali tumorali a dare vigore alla crescita tumorale, e che queste sono solo una minoranza delle cellule che costituiscono un tumore. Nella prospettiva della teoria delle cellule staminali tumorali, dunque, il trattamento radiante dovrebbe tendere ad eliminare tutte le cellule staminali tumorali, pena la probabile comparsa di recidive.</p> <p>Baumann parlava, nella sua presentazione, di una radioterapia guidata da diagnostica per immagini (image-guided radiotherapy) in cui il trattamento radiante dovrebbe essere somministrato tenendo conto di dove di trovano le cellule staminali tumorali. A quel compartimento potrebbero essere associate dosi di radiazioni maggiori, probabilmente, rispetto a quelle che sono impartite al resto del tessuto tumorale, quello non staminale. Considerando gli sviluppi della ricerca di base in fatto di marcatori di staminali tumorali e la disponibilità di macchine per terapie conformazionali, questo tipo di radioterapia potrebbe non esser così lontano.</p> <p><strong>Approfondimenti</strong></p> <p>Exploring the role of cancer stem cells in radioresistance. Baumann, Krause and Hill, <em>Nature Reviews Cancer</em>, <a href="http://dx.doi.org/10.1038/nrc2419">pp545-554, 2008 Jul;8(7)</a></p> <p>Cancer stem cells and radiotherapy. Baumann M, Krause M, Thames H, Trott K, Zips D. <em>International Journal of Radiation Biology</em>, <a href="http://dx.doi.org/10.1080/09553000902836404">2009 May;85(5) pp391-402</a></p> Ultima giornata a Praga 2009-08-29T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/08/29/ultima-giornata-a-praga <p>Questa mattina ad ora di pranzo si chiude il congresso <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/178/post-doc-bohemienne">ERR di Praga</a> e stasera si rientra a Roma. Ieri sera c’è stata la cena sociale al <a href="http://www.klasterni-pivovar.cz/en/">Klasterni Pivovar</a>, a pochi passi da un Monastero nel quartiere di Mala Strana. Birra a fiumi, al solito, ma anche delle ottime salsicce e del prosciutto cotto di Praga di cui mi son fatto una bella scorpacciata.</p> <p>La giornata scientifica è stata buona quanto la prima. Una delle presentazioni che mi hanno colpito e’ stata quella del Dottor Marozik, risultato di uno studio Bielorusso-Canadese, in cui veniva riportato il risultato di un esperimento <em>in vitro</em> sull’azione citotossica del plasma isolato da persone esposte alla contaminazione radioattiva di Chernobyl. Funziona cosi: si preleva il sangue dai <a href="http://www.belarusguide.com/chernobyl1/liquidators.htm">liquidatori di Chernonbyl</a>, quelli sopravvissuti, chiaramente, e dalla popolazione civile che vive in relativa vicinanza all’area contaminata. Da questo sangue si isola il plasma e lo si mette a contatto con cellule coltivate in coltura, in laboratorio, per studiarne la tossicità. Sia le misure di danno indotto sul DNA, sia quelle di ‘vitalità cellulare’ sembravano suggerire che il plasma estratto dal sangue dei liquidatori dava effetti ancora maggiori di quelli indotti dal plasma della popolazione civile esposta, in confronto con gli effetti indotti dal plasma estratto dal sangue di persone non contaminate, ovvero il campione di controllo.</p> <p>La mia presentazione è andata liscia. Un ricercatore Giapponese si è letteralmente innamorato dell’esperimento. E’ stato piacevole avere nell’aula, tra i colleghi di vecchia data, anche Marco Durante, il ricercatore che mi fece apprendere dell’esistenza della radiobiologia, quando avevo 19 anni, e Jurgen Kiefer, autore del mio primo libro di radiobiologia, oramai settantenne ma con la stessa salute di ferro in cui ricordo di averlo visto già 10 anni fa.</p> <p>Una curiosità: nell’hotel ufficiale del congresso, dove il prezzo della stanza è significativamente più alto di quello che pago nel mio simpatico bed and breakfast a due passi dal ponte di Carlo, il servizio di accesso alla rete Internet è offerto dietro pagamento aggiuntivo. Nel bed and breakfast dove mi trovo, invece, c’è Internet senza fili gratis per tutti quelli che vi alloggiano. Bah.</p> <p>Scappo a fare colazione e poi alla sessione scientifica del mattino. A presto!</p> post D.O.C. Bohemien 2009-08-27T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/08/27/post-doc-bohemienne <p>Sono a Praga, al <a href="http://err09.org/">37-esimo convegno</a> della società europea di radiobiologia. Ci sono un mucchio di vecchi amici ed il convegno non è niente male davvero. Si festeggia pure il cinquantesimo anniversario dalla fondazione dell’associazione (una buona scusa per una birra in più).</p> <p>A proposito di birra, al banco della registrazione al congresso ne regalano due, più una bottiglia di vino bianco, a ciascun delegato. Come se si organizzasse un convegno a Sorrento e ciascun delegato di beccasse una bottiglia di limoncello. Digli di no…</p> <p>Oggi (ieri, oramai) è stata la prima giornata di lavori ed il livello delle comunicazioni è stato notevole. La presentazione più divertente è stata forse quella del Dr Landauer (USA) che ha parlato delle più recenti sostanze che possono essere somministrate per lenire gli effetti delle radiazioni. Queste sostanze sono utili per gli astronauti, il personale medico professionalmente esposto, i militari e coloro i quali possono dover intervenire in aree contaminate, per esempio in caso di incidenti nucleari o in caso di lancio di bombe cosi’ dette ‘sporche’, e dovrebbero anche essere utili in radioterapia per proteggere il tessuto sano mentre si cerca di sterilizzare quello tumorale. Ce ne sono di naturali e di sintetiche. La più utilizzata, sintetica, è l’amifostina, che protegge piuttosto bene ma causa un po’ di effetti collaterali, tra i quali una forte sonnolenza. Una conseguenza della sonnolenza è la scarsa mobilità, per cui i topolini (su cui si fanno i primi test di tossicità) se ne stanno buoni buoni in un angoletto invece che scorrazzare in giro per le gabbie. La parte più ‘forte’ dell’esperimento è stata quella in cui ha mostrato le misure di ‘forza nella presa’. Per valutare quanta forza abbiano questi topolini, quando sono un po’ assonnati, li si fa attaccare ad una sbarretta fissata ad un dinamometro, con le zampe anteriori, e li si tira per la coda. Lo sperimentatore deve leggere, sul dinamometro, la forza massima applicabile prima che il topino lascia la presa. Magnifico.</p> <p>Domani pomeriggio tocca alla mia presentazione. Per cena ci portano in una birreria storica, presso il Castello. A domani!</p> Indisciplinati 2009-08-17T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/08/17/indisciplinati <p>Mi sono imbattuto in un articolo del 2005 scritto da Sean Eddy[1] sul valore dell’interdisciplinarita’ che mi ha ricordato la frustrazione che sento quando rifletto su quanto sia limitativo mettere la ricerca scientifica in compartimenti stagni. Sei un Fisico? Allora devi occuparti di Fisica, e se ti immischi in cose di Biologia potresti dare fastidio ai Biologi, mentre sei deriso, allo stesso tempo, dai Fisici che ti considerano uno che non ce l’ha fatta a fare il suo mestiere, sporcandosi le mani. Sicuramente sto estremizzando, ma questa problematica si presenta davvero quando si cerca lavoro: si e’ <em>segnati</em> dal ‘colore’ della propria laurea, che puo’ valere di piu’ di quanto si sia fatto in seguito, inclusa l’esperienza lavorativa. Io stesso, per formarmi in Biofisica, sono passato prima dalla Fisica Nucleare sperimentale con ‘macchie’ di Genetica e Biofisica, per poi seguire un corso di dottorato in Oncologia Sperimentale e seguire ancora la strada della Biofisica delle radiazioni ionizzanti negli anni seguenti. Non so se presentarmi come fisico, oppure come biologo cellulare, forse anche un po’ molecolare, o magari un bioinformatico? Mi vien meglio pensare che sono un biofisico che guarda la ricerca da piu’ prospettive, e che riesce a conversare con i fisici, i biologi, magari gli oncologi ed i bioinformatici.</p> <p>Povrebbe essere un vantaggio. Eppure, leggendo l’articolo di Eddy, sembra proprio di capire che il ‘tutto tondo’ individuale sia una figura che rischia di essere scoraggiata. Eddy critica Il National Institute of Health (NIH), il cuore della ricerca biomedica statunitense, perche’ per affrontare i problemi posti dalla scienza biomedica moderna, lo NIH incoraggia i ricercatori a muoversi oltre i confini delle proprie discipline (Fisici, Biologi, etc) ed esplorare nuovi modelli organizzativi formando una scienza di squadra. In altri termini, lo NIH starebbe incoraggiando le interazioni tra gruppi di ricerca costituiti da Biologi con quelli costituiti da Fisici etc. Cito Eddy:</p> <blockquote> <p>Aspettarsi da un team di ricercatori disciplinari (ovvero ricercatori in discipline ritenute ‘pure’, quali la Fisica etc, NdT) di sviluppare una nuova area di ricerca sarebbe come inviare una squadra di diplomatici monolingue alle Nazioni Unite. Il progresso e’ guidato da nuove domande scientifiche, le quali richiedono nuovi modi di pensare. Bisogna andare dove ci portano le domande, non dove ci ha lasciato la nostra formazione.</p> </blockquote> <p>Secondo Eddy, insomma, l’interdisciplinarita’ dei singoli individui non deve essere scoraggiata. Secondo questo Blog, e’ impossibile stabilire se l’interdisciplinarita’ individuale e’ piu’ o meno importante della formazione di squadre di lavoro interdisciplinari, perche’ l’una non puo’ prescindere dall’altra.</p> <p>Vado a rinfrescarmi le idee al mare per una settimana, prima di partire per Praga e partecipare al congresso <a href="http://err09.org">ERR 2009</a> A fra qualche giorno, Massimo.</p> <p>[1] Sean Eddy, <a href="http://dx.doi.org/10.1371/journal.pcbi.0010006">Antedisciplinary Science</a>, PLoS Computational Biology, 2005, vol 1(1) ppe6</p> Soldi spesi bene? 2009-08-14T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/08/14/soldi-spesi-bene <p>In tempi di vacche magre della ricerca, cresce l’esigenza di valutare quanto bene sia speso il denaro per finanziarla. Il problema non riguarda soltanto i governi e le fondazioni private, ma anche i fruitori dei finanziamenti, i ricercatori, che sperano di competere per l’assegnazioni di questi fondi in gare che premino il merito. Secondo un articolo pubblicato sulla rivista della European Molecular Biology Organization[1], c’è il rischio - in mancanza di validi metodi per l’analisi dell’efficacia dei piani di finanziamento, di una crescente mancanza di rispetto da parte dei riceercatori verso questi piani.</p> <p>Resta il problema di come misurarli, i risultati della scienza. Il rapporto <em>EMBO</em> applica - per la valutazione della produttività scientifica di interi paesi - gli indicatori comunemente usati, seppure non esenti da critiche, per la valutazione dei singoli ricercatori e del loro operato, quali il numero di articoli pubblicati o il numero di volte che questi sono stati citati (perché letti e ritenuti validi) in altri articoli.</p> <p>Nel quadretto che ne emerge, l’Italia non sta messa troppo male. Le vere ‘tigri’ della ricerca europea, i paesi la cui crescita scientifica è stata più impressionante, sono i paesi Baltici (+400% in Lituania tra il 2000 ed il 2006) insieme a Portogallo, Romania e Grecia. In generale, sembra che l’output della ricerca sia cresciuto in tutti i paesi dell’Unione, anche se, mediamente, la percentuale del PIL destinata alla ricerca scientifica sia rimasta incollata ad 1.84 punti percentuali. Questo è sicuramente un dato positivo.</p> <p>Come ricercatore, però, non mi sento di poter riporre fiducia piena nell’uso di questi metodi per valutare la ricerca, ne’ su piccola ne’ su larga scala. Sono metodi ‘automatici’, che non tengono conto della complessità del problema. La ricerca scientifica si ingrandisce, ma la sua gestione migliore, probabilmente, resta ancorata ad un sistema di valutazione che può funzionare solo in comunità piccole: chiedere il parere agli esperti, senza preoccuparsi se la produttività percorre alti e bassi, perché il cammino verso le scoperte, dicono i saggi, non sempre è una linea retta.</p> <p>Buon Ferragosto!</p> <p>[1] Beatrix Groneberg-Kloft, David Quarcoo &amp; Cristian Scutaru, <a href="http://dx.doi.org/10.1038/embor.2009.162">Quality and quantitiy indices in science: use of visualization tools</a>, <em>EMBO Reports</em> (Science and Society) 10, <strong>8</strong>, pp 800–803 (2009) con informazioni aggiuntive online</p> Le strane opportunita' del 'publish or perish' 2009-08-07T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/08/07/le-strane-opportunita-del-publish-or-perish <p>Come potrebbe accertare un ricercatore piu’ anziano di me, nell’ultimo decennio la ricerca scientifica naviga in acque in cui il successo di un ricercatore, e quindi la sua sopravvivenza, viene misurato a colpi di numero di pubblicazioni, prestigio della rivista su cui egli pubblica i suoi lavori scientifici, numero degli autori che partecipano (meglio se pochi per valorizzare il lavoro di chi l’ha svolto) e ordine dei nomi sull’articolo (primo ed ultimo meglio che secondo etc). In due parole ‘publish or perish’, ovvero ‘pubblica o soccombi’. E se proprio non riesci a pubblicare e non vuoi soccombere, escogita qualcosa per fare finta che i tuoi risultati sono buoni. Anche se si tratta di inventare balle. Ed allora quante opportunita’ per inventare storie…se e’ vero che nella ricerca siano poche, per fortuna, le persone disposte a fare carte false, i romanzi di scienza piu’ recenti abbondano di storie di frode, manipolazioni di dati e di azioni non etiche. Il publish or perish e’ forse piu’ acuto nelle scienze biomediche, e l’editoriale di Luglio di Nature Methods[1] consiglia alcune letture per quelle ore altrimenti sonnacchiose da trascorrere sotto l’ombrellone. Tra quelli consigliati, il libro di Jennifer Rohn, <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/157/cuore-sperimentale">Experimental Heart</a>, presto anche in edizione Italiana, e <a href="http://www.djerassi.com/cantor.html">il Dilemma di Cantor</a>, di Carl Djerassi[2], un romanzo sulla biologia del cancro in cui un ricercatore ha un’idea ‘da premio Nobel’ e la persegue con l’aiuto di un suo studente il quale macina risultati molto incoraggianti, fino a quando si scopre che i risultati erano stati falsificati. Sulla falsificazione dei dati si centra anche Intuition[3], in cui un laboratorio subisce un grosso scossone dopo che dei dati sperimentali ‘troppo buoni per esser veri’ vengono smascherati. <a href="http://www.lablit.com/the_list#novels">LabLit</a> ne elenca numerosi. Per chi preferisce invece leggere in Italiano, <a href="http://ulisse.sissa.it/biblioteca/intrusione">Ulisse ne recensisce</a> numerosi.</p> <p>[1] <a href="http://dx.doi.org/doi:10.1038/nmeth0709-471">Summer reading, science in fiction</a>. Nature Methods, Vol 6 No 7, Luglio 2009, pagina 471</p> <p>[2] <a href="http://www.amazon.co.uk/dp/0140143599/ref=nosim?tag=lablicom-21">Cantor’s Dilemma</a>, Carl Djerassi, “Penguin Press</p> <p>[3] <a href="http://www.lablit.com/images/RohnNature_Apr_2006.pdf">Intuition</a>, Allegra Goodman, Dial Press</p> Come difendersi in peer review 2009-08-05T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/08/05/come-difendersi-in-peer-review <p>Rientrato dalla pausa valdostana (anche quest’anno ho fatto il pieno di camosci, stambecchi, marmotte, volpi ed aquile) ho trovato la bella notizia che il mio manoscritto <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/152/sottomesso">più recente</a> è stato accettato dalla rivista a condizione che vengano riviste alcuni punti, piccoli per la verità, sollevati dai <em>referees</em>. I loro commenti sono puntuali ed è chiaro che rispondendo ai dubbi sollevati l’articolo ne risulterà migliorato. Non sempre però le <em>review</em> son scritte bene, ed in alcuni casi risulta evidente anche che i referees si sono impegnati poco. Comunque vada, loro hanno il coltello dalla parte del manico ed anche se l’autore del manoscritto ritiene che i referees abbiano sbagliato, occorre rispondere in modo garbato ed esaustivo. Sennò…l’editore della rivista non ne vien fuori convinto e la pubblicazione, quanto meno, è ritardata. Su <a href="http://www.phdcomics.com/comics/archive.php?comicid=581">phdcomics.com</a> c’è un esempio che descrive quali errori non bisogna commettere rispondendo alle critiche dei referees…e che retorica può portare al successo anche in caso di manoscritto carente… <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/34t.gif" alt="" /> Segnalato da Sim e Paolo.</p> Post D.O.C. in alta quota 2009-07-18T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/07/18/post-doc-in-alta-quota <p>Post D.O.C va in montagna. Tornerà al livello del mare tra una decina di giorni.</p> <p>A presto! Massimo</p> Secondi cancri dopo radioterapia 2009-07-15T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/07/15/secondi-cancri-dopo-radioterapia <p>Il numero di Aprile del così detto <em>Green Journal</em> dedica una vetrina al problema dei ‘Secondi cancri’ in Radioterapia[1]. Si tratta del problema, emerso in quest’ultima decade, di poter contrarre un secondo tumore, a causa della radioterapia che anni prima aveva curato una prima neoplasia. Io stesso sono molto affezionato a questo problema, al punto che ho già preparato dei progetti di ricerca in merito, ora sottoposti alla valutazione per l’assegnazione di finanziamenti.</p> <p>Per comprendere l’origine dei secondi cancri occorre apprezzare che, mentre dosi elevate di radiazioni ionizzanti possono essere adoperate per sterilizzare un tumore, è anche vero che basse dosi delle stesse radiazioni ionizzanti, impartite ai tessuti sani durante la radioterapia, possono aumentare il rischio di insorgenza tumorale (sopravvissuti di Hiroshima, abitanti nelle aree intorno a Chernobyl, rischio di cancro polmonare da gas Radon). Detto altrimenti, le radiazioni sono uno strumento di cura, a dosi alte, ma possono essere anche un agente carcinogeno, a dosi basse.</p> <p>La circostanza in cui un giovane venga sottoposto a radioterapia per curargli un primo tumore, vedendolo poi nuovamente ammalato di cancro a distanza di molti anni a causa di un possibile effetto carcinogeno delle radiazioni su quelli che erano stati i suoi tessuti sani, è estremamente infelice.</p> <p>E’ bene chiarire subito alcuni punti, e lo faccio qui servendomi di quanto scrivono due esperti quali K. R. Trott[2] e M. Tubiana[3]. Lo scopo della radioterapia del cancro è salvare la vita del paziente, cercando di limitare gli effetti collaterali al minimo possibile. Senza la cura del primo tumore, non si può parlare dell’insorgenza di un secondo tumore, legato all’uso terapeutico delle radiazioni ma non riconducibile al primo. Quindi la <em>possibile</em> associazione tra radioterapia e secondi cancri non invalida l’uso delle radiazioni come agente di cura, ma solleva problematiche nuove e le cui soluzioni potranno aiutare a definire i futuri <em>piani di trattamento</em> in radioterapia, i quali non tengono ancora conto di questo possibile rischio.</p> <p>Non è ancora chiaro, e sarà oggetto di intenso studio, quali siano i fattori di rischio, ma si ipotizza che l’associazione tra radioterapia e secondi cancri sia funzione dell’età, degli organi interessati, della dose impartita, della distribuzione e del rateo di dose, fattori ereditari, suscettibilità individuale. Un problema piuttosto complesso, quindi, che sarà affrontato dapprima raccogliendo ogni evidenza clinica, come si propone di fare un consorzio di ospedali ed università europee[4]. Anche i radiobiologi si daranno da fare, in laboratorio, per cercare di comprendere i meccanismi alla base di questa problematica.</p> <p>Alcuni dati.</p> <p>1) Il rischio di contrarre un secondo cancro per effetto della radioterapia sarebbe almeno dieci volte inferiore al rischio di un’insorgenza di una recidiva del primo tumore, evidentemente non curato completamente. 2) Mentre una recidiva si presenta entro pochi anni, un secondo cancro da radioterapia è un fenomeno che può verificarsi nell’arco di una o più decine di anni. Pertanto, quello dei secondi cancri è un problema di salute pubblica che interessa maggiormente i pazienti giovani (o giovanissimi) della radioterapia. Anche per questa ragione il problema dei secondi cancri è così recente: in passato, la sopravvivenza dopo cinque anni dalla radioterapia era considerata un sucesso <em>pressoché</em> assoluto, e non ci si poneva il problema di seguire il percorso dei pazienti decine di anni dopo la terapia.</p> <p>Citando ciò che scrive Tubiana[5], la filosofia emergente in radioterapia è impartire la minima dose possibile senza compromettere l’efficacia della terapia, e non più impartire la dose maggiore possibile prima di incorrere in effetti collaterali.</p> <p>[1] Klaus Rudiger Trott, <a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.radonc.2009.01.007">Editoriale</a>, Radiotherapy and Oncology, vol 91 (2009) pp 1-2</p> <p>[2] Klaus Rudiger Trott, <a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.radonc.2009.01.007">Editoriale</a>, Radiotherapy and Oncology, vol 91 (2009) pp 1-2</p> <p>[3] Maurice Tubiana, <a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.radonc.2008.12.016">Can we reduce the incidence of second primary malignancies occurring after radiotherapy? A Critical Review</a>, Radiotherapy and Oncology, vol 91 (2009) pp 4-15</p> <p>[4] Progetto <a href="http://www.allegroproject.eu">Allegro</a>.</p> <p>[5] Maurice Tubiana, <a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.radonc.2008.12.016">Can we reduce the incidence of second primary malignancies occurring after radiotherapy? A Critical Review</a>, Radiotherapy and Oncology, vol 91 (2009) pp 4-15</p> Ricetta per una carriera scientifica brillante 2009-07-14T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/07/14/ricetta-per-una-carriera-scientifica-brillante <p>Sarà pure per invidia o per gelosia, ma più o meno tutti conosciamo persone delle quali saremmo pronti a dire che sono riuscite a fare carriere ‘veloci’, per dire, e delle quali persone sospettiamo che non fosse tutta farina del loro sacco. Io ne ho in mente sicuramente un paio, almeno. Anzi, tre.</p> <p>Ma se un tempo, nella ricerca scientifica, fosse potuto bastare la conoscenza di una persona ‘giusta’ per avanzare di carriera, adesso i ricercatori si sono fissati, ma tu guarda un po’ che matti, con queste pubblicazioni scientifiche e tutte queste noiosissime dimostrazioni di merito. I soliti rompiballe. Ed allora qui bisogna inventarsi qualcosa e pubblicare, pubblicare tanti lavori scientifici e poi sbandierarne il numero ed il prestigio della rivista su cui sono state pubblicate. E così…<em>zac</em>! Ecco la promozione, il posto di lavoro tanto ambito, o il finanziamento di quel progetto che terrà a galla il nostro gruppo di ricerca. Ma se di pubblicazioni ne abbiamo pochine pochine? Se abbiamo risorse inadeguate per competere con i nostri colleghi? Niente paura: l’editoriale della rivista Nature Medicine[1] ci offre qualche suggerimento pratico.</p> <blockquote> <p>“Vi occorre un po’ di scrittura creativa per uscire dalla crisi finanziaria. Ecco come: prendete una buona pubblicazione scientifica ed utilizzatela come base solida per ciò che sarà il vostro lavoro. Eseguite degli esperimenti simili, nel vostro laboratorio, con il vostro sistema sperimentale. Aggiustate i risultati in modo che i numeri non siano identici, ma restino realistici. Quando sarete pronti a scrivere l’articolo, parafrasate il manoscritto originario <em>ad libitium</em>. Infine, inviate il vostro manoscritto ad una rivista di livello modesto, sperando che gli autori dell’articolo di cui vi siete serviti per ‘ispirarvi’ non noteranno il vostro ‘riconoscimento’ al loro lavoro […] Se tutto andrà bene, pubblicare un paio di articoli di questo tipo basterà per fare la differenza nella competizione a cui state prendendo parte.”</p> </blockquote> <p><del>Buon lavoro</del> Buona frode!</p> <p>Purtroppo questo accade davvero, ma non deve essere un’occasione per gettarsi nello sconforto. Chi arriva in alto senza meritarselo è condannato a fare guai, prima o poi. Citando uno dei miei mentori, il lavoro duro e l’onestà ci ripagheranno. E scusate la banalità.</p> <p>[1] <a href="http://dx.doi.org/10.1038/nm0709-707">The insider’s guide to plagiarism</a>, Nature Medicine, <strong>15</strong>, 707 (2009)</p> Cellule impazzite o tutt'altro che matte? 2009-07-09T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/07/09/cellule-impazzite-o-tuttaltro-che-matte <p>Nell’andirivieni di questi ultimi giorni, un pò trafelati, mi sono imbatutto in un post[1] di <a href="http://network.nature.com/people/basanta">David Basanta</a>, un amico virtuale di quelli che sarebbe bello avere alla porta a fianco per naufragare insieme in chiacchierate scientifiche, ma che purtroppo non ho mai ancora visto di persona (aspetto però fiducioso che il web 3.0 proponga una soluzione).</p> <p>David racconta di un recente articolo pubblicato nientepopodimeno che su <em>Science</em>, mica il giornalino della parrocchia, sul tema dell’effetto del microambiente sulla curabilità di alcuni tipi di tumore del pancreas[2] che risultano molto resistenti alla chemioterapia. La questione della curabilità di questo tipo di tumori è tanto complessa quanto affascinante. Questi adenocarcinomi sono <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cancro_del_pancreas">molto resistenti</a> ad una chemioterapia standard, quella con gemcitabina, e urge la scoperta di un loro possibile tallone di Achille.</p> <p>Nell’articolo, Olive e colleghi mostrano[3] che, in un modello sperimentale di topolini che simula piuttosto bene proprio il contesto di questi tumori del pancreas umani, il tumore è poco irrorato da vasi sanguigni, quindi poco ossigenato. Abbiamo già parlato <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/158/radiosensibilizzazione-del-compartimento-tumorale-scarsamente-ossigenato">su questo blog</a> dell’ipossia nei tumori e delle complicazioni (radio)terapeutiche che questa può portare, ma nel contesto della chemioterapia, il problema principale della scarsa irrorazione di sangue è dettato dall’accesso limitato di farmaci al tessuto tumorale. Il contributo originale di Olive <em>et al</em> è stato comprendere che il tessuto sano circostante il tumore (lo stroma che è associato a questi adenocarcinomi) contribuisce direttamente ad una bassa irrorazione sanguigna. Come possibile strategia terapeutica, quindi, si cercherebbe di <em>indurre</em> il tessuto sano a lasciare che nascano nuovi vasi sanguigni vicino al tumore. Se è vero che ciò potrebbe apportare più ossigeno, e quindi potenzialmente energia per il tumore, è anche vero che questo faciliterebbe anche l’arrivo della gemcitabina. Questo è esattamente quanto dimostrano Olive e colleghi, anche se non nascondono che l’effetto che sono riusciti ad ottenere è stato piccolo.</p> <p>Ciononostante, lo studio indica che il principio è corretto, e questa è, forse, la notizia più rilevante del lavoro, perché indica che le cellule tumorali non son né impazzite, né stupide, ma si servono delle cellule sane circostanti per procurarsi dei vantaggi. Dicendo (chiacchierate molecolari con direttive dettate dal tumore) allo stroma sano di fare pochi vasi sanguigni (bassa vascolarizzazione), le cellule tumorali si tengono al riparo dalle incursioni che potrebbero giungere dal sangue, ma che diventano di nuovo possibili se queste chiacchierate vengono censurate, ‘molecolarmente parlando’, come hanno fatto Olive e colleghi.</p> <p>Secondo quanto è scritto nel commento all’articolo[4], le cellule tumorali potrebbero preferire un ambiente con poco ossigeno, condizione che le rende ancora più instabili e prone ad ulteriori cambiamenti che favoriscono la loro progressione maligna.</p> <p>Questa è un’altra dimostrazione che il microambiente tumorale sembra giocare un ruolo di sostegno al tumore. Nascono nuove strade per la sperimentazione terapeutica, strade che dovranno essere percorse in modelli di laboratorio sempre più rappresentativi dei tumori umani. Ciò dovrebber fare riflettere anche per chi crede che gli animali da laboratorio non dovrebbero essere usati.</p> <p>[1] <a href="http://network.nature.com/people/basanta/blog/2009/06/22/cooperation-and-cancer">Cooperation and Cancer</a>, 22 Giugno 2009</p> <p>[2] Pancreatic Ductal Adenocarcinoma o PDA</p> <p>[3] Inhibition of Hedgehog signaling enhances delivery of chemotherapy in a mouse model of pancreatic cancer, Olive <em>et al</em>, <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1171362">Science Vol 324, 12 June 2009</a>. L’articolo ha avuto anche <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1175940">un commento</a> sullo stesso numero del giornale.</p> <p>[4] Inhibition of Hedgehog signaling enhances delivery of chemotherapy in a mouse model of pancreatic cancer, Olive <em>et al</em>, <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1171362">Science Vol 324, 12 June 2009</a>. L’articolo ha avuto anche <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1175940">un commento</a> sullo stesso numero del giornale.</p> Vergognarsi, e chiedere scusa 2009-07-02T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/07/02/vergognarsi-e-chiedere-scusa <p>Ci risiamo. Ultimamente, <em>Nature</em> non perde nessuna occasione per rendere note faccende strane e curiose che accadono nel Bel Paese. Oggi, e di nuovo nella firma di Alison Abbott[1], <em>Nature</em> denuncia un nuovo scandalo in fatto di finanziamenti che coinvolge la nostra peer review, le cellule staminali, la politica, e le regole non rispettate.</p> <p>Che vergogna. La prossima volta che sarò all’estero per presentare un lavoro scientifico mi propongo di inserire, nella presentazione che preparerò per conto dell’esperimento, una diapositiva con cui chiedere scusa, a nome dei ricercatori italiani che vorrebbero lavorare in condizioni civili, per tutte le porcherie che accadono in Italia.</p> <p>[1] Alison Abbott, Italians sue over stem cells, <a href="http://dx.doi.org/10.1038/460019a">Nature July 2nd, 2009</a></p> Tutta la verità sul futuro di Ettore 2009-07-01T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/07/01/tutta-la-verita-sul-futuro-di-ettore <p>Ricorderete le disavventure di Ettore ed amici, di cui scrissi lo <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/145/36-24-12-6">scorso 12 Maggio</a>. Il contratto di Ettore, e di altre decine di ricercatori come lui, scadeva ieri (30/6). Oggi ha ricevuto una telefonata dall’ufficio Concorsi: gli chiedevano di andare a firmare il nuovo contratto, durata 6 mesi, che lo traghetterà fino al 31 Dicembre 2009.</p> <p>La progressione di Ettore, dunque, diventa ora: 36-24-12-6-6</p> <p>Un decadimento interessante.</p> Buon Compleanno post D.O.C. ! 2009-07-01T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/07/01/buon-compleanno-post-doc <p>Post D.O.C. ha compiuto <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/2/annunciazio-annunciazio">un anno</a> ieri.</p> <p>Vorrei ringraziare voi lettori per i suggerimenti sugli argomenti da trattare ed i commenti che avete aggiunto ai post. Avete contribuito a rendere questa ‘stanzetta virtuale’ un posto dover poter discutere in modo molto civile. Grazie.</p> <p>Tra breve, post D.O.C. avrà una nuova veste. In particolare, sarà migliorata la piattaforma anti-spam, e questo dovrebbe permettere ai vostri commenti di esser pubblicati senza passare per la mia moderazione, al momento resasi indispensabile dall’arrivo giornaliero di numerose decine di commenti spam.</p> <p>Come vale per tutti i bimbi di un anno che iniziano a muovere i primi passi, temo che i guai debbano ancora arrivare!</p> Seconda Edizione di Science Blogging a Londra 2009-06-28T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/28/seconda-edizione-di-science-blogging-a-londra <p>Anche quest’anno, il giorno 22 Agosto, si terrà alla <a href="http://www.rigb.org/registrationControl?action=home">Royal Institution of Great Britain</a> il <a href="http://www.scienceonlinelondon.org/">Science Blogging London</a>, giunto alla sua seconda edizione. Si tratta di un evento di una sola giornata in cui verranno proposti numerosi seminari concernenti i nuovi fenomeni del giornalismo scientifico, inclusi il blogging, twittering, l’uso di canali quali Facebook etc.</p> <p>Lo <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/33/improvvisazioni-in-conferenza">scorso anno</a>, all’edizione del 2008 c’erano solo due Italiani: Marco Boscolo di <a href="http://www.formicablu.it/fmblue/">Formica Blu</a> ed il sottoscritto, per post D.O.C. Fu una giornata splendida, ricca di contenuti di alto livello.</p> <p>Come si conviene in una ‘conferenza 2.0’, tutto il programma verrà definito via web, con dei forum virutali creati ad hoc. Parte del programma, inoltre, verrà preparata seduta stante, la mattina stessa dell’incontro. Per chi volesse partecipare, tutte le istruzioni sono sul <a href="http://www.scienceonlinelondon.org/">portale</a> della conferenza.</p> Che giudichino gli altri? 2009-06-25T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/25/che-giudichino-gli-altri <p>Un <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/165/che-giudichino-gli-altri#c001818">lettore</a> mi ha fatto notare una notizia che mi sta facendo riflettere, ed intanto che rifletto lo ringrazio per la sua gentilezza.</p> <p>L’articolo che mi ha segnalato, pubblicato nella sezione ‘Notizie’ della rivista <em>Nature</em> dela scorsa settimana[1], annuncia che i National Institutes of Health (NIH) americani faranno da arbitri nella <em>peer-review</em> di circa un migliaio di progetti di ricerca per il ‘Governo Italiano’, un caso unico ed apparentemente senza precedenti. L’articolo non menziona esplicitamente di quale gara si tratti, ma indica che i vincitori di questa gara dovrebbero essere 50-60 giovani ricercatori che dovranno dividersi un budget di circa 29 milioni di Euro, il prossimo Gennaio 2010. Sulla base di questi elementi, potrebbe trattarsi, ma è solo un’ipotesi perché pare non sia facile reperire informazioni aggiornate dal portale del Ministero, della gara indetta dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, comunemente detto <a href="http://www.ministerosalute.it/bandi/dettaglio.jsp?id=48">bando dei giovani ricercatori</a> dello scorso Dicembre 2008, chiusosi nel Marzo 2009.</p> <p>La notizia di <em>Nature</em> è focalizzata sull’unicità dell’iniziativa: un’agenzia di finanziamento governativa, nel nostro Paese, avrebbe scelto di rivolgersi ad un’agenzia di un paese estero, e dunque ai suoi arbitri, per assegnare fondi di ricerca a casa propria. Le ragioni addotte, come si può immaginare, sono legate alla nostra incapacità di condurre fino al termine un processo di <em>peer review</em> che sia onesto. In particolare, traduco:</p> <blockquote> <p>[…] I tanti sistemi nazionali di peer review esistenti [in Italia, N.d.T], e che lavorono in risposta a bandi di finanziamento emessi con frequenza irregolare, sono macchiati da accuse di conflitto di interessi tra gruppi ristretti di revisori.</p> </blockquote> <p>Un fatto gravissimo: non solo non siamo soliti assegnare i fondi tramite gare (con <em>peer review</em>), ma quando lo facciamo, in realtà stiamo solo facendo finta. L’unica soluzione, dunque, sarebbe fare giudicare ad altri, terzi ed imparziali.</p> <p>La notizia che questo blog vorrebbe essere sicuro di poter dare, ma mi prometto di chiedere anche direttamente al Ministero, è che i progetti in ballo in questa gara sarebbero proprio quelli dei giovani ricercatori, ai quali sarebbe stato dato il privilegio, secondo quanto starebbe asserendo <em>Nature</em>, di partecipare ad una gara che si preannuncia <em>reale</em>. Sarebbe, scusatemi se lo ribadisco, un privilegio rarissimo. Una gara in cui i perdenti potranno complimentarsi con i vincitori.</p> <p>[1] ‘Italy outsources peer review to NIH’, Richard Van Noorden, Nature 17 June 2009 <a href="http://dx.doi.org/10.1038/459900a">Nature 459, 900</a>. E’ possibile anche effettuare commenti (non ce ne sono ancora mentre scrivo questo post)</p> Non basteranno le regole 2009-06-24T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/24/non-basteranno-le-regole <p>La Rete Nazionale dei Ricercatori Precari (RNRP) <a href="http://ricercatoriprecari.wordpress.com/2009/05/21/e-in-uscita-il-decreto-ministeriale-sui-criteri-meritocratici-per-i-concorsi/">diffonde e critica</a> il testo del nuovo <a href="http://www.flcgil.it/content/download/67060/433198/version/1/file/Bozza+Decreto+Ministeriale+del+17+maggio+2009+-+Valutazione+titoli+e+pubblicazioni+concorsi+a+Ricercatore.pdf">Decreto per la valutazione dei ricercatori</a> in sede concorsuale.</p> <p>Il Documento contiene alcuni punti interessanti che non dovrebbero esser sottovalutati. Si riconosce l’importanza del titolo di Dottore di Ricerca, o di PhD se è stato conseguito all’estero. Si riconosce il valore dei premi conseguiti per merito, incarici di direzione di progetti di ricerca, e si fanno diversi accenni all’equivalenza tra attività condotte all’estero ed in Italia.</p> <p>La RNRP critica l’adozione di metriche quali l’impact factor[1] che, secondo il Documento, verrà adottato per valutare la qualità dei ricercatori e del loro output. In verità, nel Documento, non è citato solo <em>l’impact factor</em>. Questi sono gli indici che il Documento elenca:</p> <ul> <li>numero totale delle citazioni;</li> <li>numero medio di citazioni per pubblicazione;</li> <li>“impact factor” totale;</li> <li>“impact factor” medio per pubblicazione;</li> <li>combinazioni dei precedenti parametri atte a valorizzare l’impatto della produzione scientifica del candidato (indice di Hirsch o simili)</li> </ul> <p>Stando a questa lista, credo che il Documento sia stato redatto in modo relativamente adeguato. L’impact factor è una brutta bestia, l’h-index sembra esserlo meno, ma l’intenzione di misurare l’impatto della produzione scientifica del candidato è buona, oltre ad essere in sintonia con i criteri di valutazione internazionali. Stringi stringi, non ci sarà metrica che possa, da sola, dirla tutta[2].</p> <p>Il vero problema è un altro e la Rete dei Ricercatori Precari ne fa menzione:</p> <blockquote> <p>In ultima ipotesi le commissioni potranno comunque fare come gli pare perché il DM non vincola per nulla le commissioni.</p> </blockquote> <p>Infatti. Non servirà a niente riscrivere le regole, anche se queste vengono rese più conformi alla pratica comune degli altri paesi. Le commissioni di concorso possono decidere, seguendo criteri che devono essere verbalizzati, quali titoli possano essere presi in considerazione in un dato concorso, e, volta per volta, quali metriche adoperare. I gradi di libertà, insomma, sono comunque tanti. Ed è così che i Curricula di alcuni candidati possono venire, sostanzialmente, calpestati, decimandone le qualifiche, le pubblicazioni, le esperienze di ricerca, opportunamente resi irrilevanti per quella selezione.</p> <p>[1] Ne abbiamo parlato anche qui su <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/9/come-potete-giudicare">Post DOC</a>, mettendo a confronto l’impact factor con l’h-index e raccontando un po’ anche i limiti di queste metriche.</p> <p>[2] Ne abbiamo parlato anche qui su <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/9/come-potete-giudicare">Post DOC</a>, mettendo a confronto l’impact factor con l’h-index e raccontando un po’ anche i limiti di queste metriche.</p> 21 Giugno 2009 nasce Viola 2009-06-24T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/24/21-giugno-2009-nasce-viola <p>Anche i ricercatori si riproducono. <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/33.jpg" alt="" /> Auguri a Francesca e Gisberto.</p> Discorso di Obama alla National Academy of Sciences 2009-06-21T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/21/discorso-di-obama-alla-national-academy-of-sciences <p>Il 27 Aprile 2009 Barack Obama ha parlato alla National Academy of Sciences Americana, in difesa del ruolo della scienza e della tecnologia nel paese di cui lui e’ Presidente.</p> <p>Sono disponibili una <a href="http://edg1.vcall.com/video/nas/launch.asp">videoregistrazione</a> (dopo alcuni minuti di presentazioni) e la trascrizione completa del suo <a href="http://dx.doi.org/10.1073/pnas.0905049106">discorso</a>.</p> <p>Come ricercatore, ma anche come appassionato di comunicazione della scienza, mi hanno colpito alcuni punti del discorso di Obama.</p> <p>1) 3% del PIL alla ricerca ed allo sviluppo. Da noi, un sogno. 2) Raddoppio del finanziamento al Department of Energy (DoE), il quale, tra l’altro, finanzia insieme alla NASA un’eccellente <a href="http://lowdose.tricity.wsu.edu/">programma di ricerca scientifica</a> nel settore degli effetti biologici delle basse dosi di radiazioni ionizzanti, e non solo per laboratori americani. Quest’azione di Obama, dunque, dovrebbe dare benefici globali (almeno limitatamente al settore disciplinare in cui sono coinvolto anche io). 3) L’apertura di un portale web dove i cittadini possono inviare i propri suggerimenti al Governo Federale in merito ai miglioramenti delle azioni di Governo in ambito scientifico ed educativo. E sempre in onore alla trasparenza, molti di voi conosceranno gia’ le fotografie che Obama mette su <em>Flickr</em> sull’account della <a href="http://www.flickr.com/photos/whitehouse">Casa Bianca</a>. 4) Ci sono numerosi passaggi molto belli, nel suo discorso, in cui Obama mostra il meglio della sua retorica. Forse il mio preferito e’ quello in cui ‘sfida tutti i ricercatori ad usare il proprio amore per la scienza, nonche’ le loro conoscenze, per innescare lo stesso senso di meraviglia ed entusiasmo nella prossima generazione’.</p> <p>E tutto cio’, non e’ forse superfluo ricordarlo, in un periodo di crisi economica.</p> Finalmente pubblicato lo studio sulla supercazzola quantistica 2009-06-18T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/18/finalmente-pubblicato-lo-studio-sulla-supercazzola-quantistica <p>La pubblicazione di un lavoro scientifico e’ un traguardo di cui gioire, ma puo’ anche essere causa di imbarazzo, se si e’ inclusi tra gli autori e se si e’ fatto poco pochino per meritarselo. Mentre ero ancora in USA, insieme a quel marpione del mio compagno di bancone, Prasad, facemmo uno scherzetto a Sonia, una ricercatrice ben piu’ matura di noi, dotata di un’integrita’ scientifica indistruttibile. Sonia ti aiutava quando poteva e ti insegnava tutto quello che sapeva, ma se non aveva contribuito in modo sostanziale ad un lavoro scientifico, non voleva nemmeno sentire parlare di essere inclusa nella lista degli autori. Era, si dice in gergo, opposta alla <em>guest authorship</em>, ovvero l’attribuzione della firma di un lavoro scientifico come forma di cortesia, una pratica molto diffusa nel <em>Bel Paese</em>. Prasad era venuto a conoscenza di un portale web su cui immettere il nome di un paio di autori, fare ‘click’, e vedersi spiattellato sullo schermo un articolo scientifico che sembrava quasi vero, a meno che non andavi a leggerlo. Se non ricordo male, il giochino si faceva <a href="http://pdos.csail.mit.edu/scigen/">qui</a> ed il risultato conteneva roba senza senso, tipo questa:</p> <blockquote> <p>1 Introduction….Public-private key pairs must work. The flaw of this type of approach, however, is that architecture and the Turing machine can cooperate to fulfill this ambition. This technique at first glance seems unexpected but largely conflicts with the need to provide web browsers to system administrators. To what extent can architecture be deployed to realize this goal? […]</p> </blockquote> <p>Cosi’ un giorno ne preparammo uno in cui comparivano Prasad, Sonia, altri complici e me stesso. Lo spedimmo a Sonia, via email, chiedendole di rivedere la bozza e farci sapere le sue impressioni prima di inviarlo ‘alla rivista’. La incontrammo poi in corridoio poche ore dopo, e lei, con un po’ d’imbarazzo, ci prego’ di non essere inlcusa nel lavoro perche’ dice che non c’entrava niente. E ti credo: nemmeno noi!</p> <p>Il punto e’ che ogni tanto qualcuno fa degli scherzi un po’ piu’ pesanti e spedisce questi testi, generati automaticamente da un computer, perche’ siano (presumibilmente) valutati secondo i dettami della peer-review e quindi siano pubblicati. Se l’articolo viene pubblicato, evidentemente la peer-review non c’e’ stata. Lessi che qualcuno riusci’ a partecipare ad un congresso presentando un lavoro cosi’. Ascoltavo oggi pero’, nell’ultimo numero del <em>Nature podcast</em>, che qualcuno e’ persino riuscito a pubblicare su una rivista scientifica un lavoro preparato in questo modo. Uno scandalo a cui hanno fatto seguito sfotto’ di ogni colore sulla blogsfera e chi piu’ ne ha, piu’ ne metta. Fino a che l’Editore della rivista si e’ dimesso, pare. Proprio come fa la classe dirigente Italiana quando commette un errore di questa portata.</p> Siamo Cattolici, niente peer-review 2009-06-16T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/16/siamo-cattolici-niente-peer-review <p>Sono rimasto colpito dall’analisi del giornalista Gilberto Corbellini, autore di un articolo[1] segnalatomi da un amico caro che sa far risuonare le corde dei miei interessi. Questo blog dedica infatti una <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Peer-review">categoria</a> al tema della <em>peer-review</em>, la revisione tra i pari, i colleghi, gli esperti di un settore scientifico, gli unici, si ritiene, che possano giudicare la qualita’ della ricerca. Corbellini denuncia la scarsa propensione, nel Bel Paese, a sottoporsi alla critica degli esperti, riportando che nel 90% dei casi la <em>peer-review</em> non viene adoperata per l’assegnazione di fondi per la ricerca scientifica. Evidentemente, tali fondi sono assegnati attraverso un procedimento di <em>peer-review</em> all’Italiana. Preoccupante.</p> <p>Il confronto tra il costume Italiano e quello Anglosassone, secondo Corbellini, trova spiegazione nella dottrina Religiosa. Gli Anglosassoni, protestanti, sono piu’ propensi a fare le cose bene evitando in primo luogo i <em>conflitti di interesse</em>. Secondo la tradizione Cattolica, di contro, la scienza e’ apportatrice di pensiero critico e la critica, si sa, <em>non s’ha da fare</em>. Eccezione notevole e’ quella della Spagna, paese cattolico che sta abbracciando la <em>peer-review</em> con risultati eccellenti. Quale e’ la differenza tra la Spagna e l’Italia, mie cari lettori?</p> <p>[1] Non svuotate la ‘peer-review’, Gilberto Corbellini, Il Sole 24 Ore, 14 Giugno 2009, pagina 35.</p> Post-doc post-genomico in erba 2009-06-14T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/14/post-doc-post-genomico-in-erba <p>Sono ancora rapito dallo studio di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/136/un-buon-investimento">R</a> e l’ambiente di bioinformatica <a href="http://www.bioconductor.org/">Bionconductor</a> per <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/140/la-prima-heatmap">l’analisi dei dati</a> di microarray, dovendo sottomettere un report al mio capo domani, Lunedi pomeriggio. Qualche giorno fa ho scelto di fare un passo indietro, studiando in profondità il manuale del linguaggio base con numerosi esempi, perché la sintassi mi era un po’ ostile e procedevo a tentativi. Così, dopo un breve rallentamento, sono arrivato ad un punto di svolta importante: finalmente posso pormi domande di carattere biologico, quelle domande che si pongono anche i miei colleghi di lavoro, che mi hanno veduto immergermi in questo linguaggio si sono chiesti: ‘ma Massimo che starà combinando? (da quasi tre mesi)’. Adesso, dunque, si comincia a chiedersi che cosa è accaduto a <em>quelle</em> cellule come conseguenza di <em>quel</em> trattamento. La risposta, tuttavia, è ben altro che immediata. Supponendo di avere posto la domanda in modo appropriato (e da quanto ho letto sul mio <a href="http://www.bioconductor.org/pub/docs/mogr/">nuovo libro</a>, questo non è un punto banale), il risultato di cui si è investiti è una lista di geni la cui espressione appare fortemente regolata dal trattamento effettuato sulle cellule, le <a href="http://amigo.geneontology.org/cgi-bin/amigo/term-details.cgi?term=GO:0050729&amp;session_id=7950amigo1244996225">famiglie funzionali</a> a cui tali geni appartengono (ontologia) ed i <a href="http://www.genome.jp/dbget-bin/show_pathway?MAP05010+3.4.23.45">pathways molecolari</a> in cui è noto che essi siano coinvolti.</p> <p>Andiamo avanti. Che mondo incredibile che è questo della post-genomica.</p> Radiosensibilizzazione del compartimento tumorale scarsamente ossigenato 2009-06-09T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/09/radiosensibilizzazione-del-compartimento-tumorale-scarsamente-ossigenato <p>Diversi decenni fa i ricercatori in radiobiologia di base e radiobiologia clinica scoprirono che le aree tumorali scarsamente ossigenate, quelle che si trovano relativamente lontane dai vasi sanguigni, sono particolarmente resistenti al trattamento con radiazioni ionizzanti. Il lavoro di personaggi illustri come Gray, Adams, Howard-Flanders, Brown, Giaccia, Mitchell e molti altri ha aperto quindi la strada per la sperimentazione di strategie per sensibilizzare il compartimento tumorale scarsamente ossigenato che fa da vero ‘villano’ in radioterapia.</p> <p>Per il numero di <a href="https://timssnet2.allenpress.com/ECOMRADRES/timssnet/wordpress/index.php/archives/119">Maggio</a> del <a href="http://www.radres.org/podcast">Radiation Research Podcast</a> ho avuto il piacere di intervistare il Dr Ian Stratford del Patterson Cancer Institute di Manchester, uno degli autori di un articolo centrato su una possibile strategia terapeutica che potrebbe offrire nuove opportunita’ per sensibilizzare proprio le cellule ipossiche.</p> <p>Quando gli ho chiesto se la radiosensibilizzazione che si spera di ottenere sara’ sufficiente, lui mi ha risposto piu’ o meno cosi’</p> <blockquote> <p>…mi piace fare un’analogia, in tutti gli ambiti in cui si parla di ricerca sul Cancro, tra il Cancro ed un castello medievale, solido e duraturo. Noi ricercatori siamo i soldati che cercano di minacciarne le fondamenta, scavando dei tunnel alla base. Anche se il tunnel che stiamo scavando sembra non fare differenza, sappiamo che se ne scaveremo abbstanza l’intero castello crollera’. Questo, credo, e’ quello che stiamo cercando di fare qui.</p> </blockquote> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/31t.jpg" alt="" /> Ian Stratford, fotografia di Suzi Davies</p> Cuore sperimentale 2009-06-08T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/08/cuore-sperimentale <p>Ultima settimana caratterizzata dallo studio dell’ambiente di statistica R, per l’analisi di quella montagna di dati che sono venuti fuori dall’esperimento dei <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/140/la-prima-heatmap">microarray</a>. La sintassi mi e’ risultata un po’ complessa ed ho dovuto fare un passo indietro prima di poter riprendere il ritmo. Detto altrimenti, non sapevo che cosa stavo farfugliando e sono tornato al buon vecchio manuale del linguaggio R, con tanto di esercizi.</p> <p>L’eccezionalita’ delle ultime settimane sta pero’ nel fatto che sto riuscendo a leggere un libro (per intero!) ed appassionarmici, cosa che mi capita quasi sempre soltanto nelle vacanze estive e Natalizie. Di recente viaggio piu’ spesso con i mezzi pubblici e questo offre l’opportunita’ di leggere di piu’. Si tratta di un libro scritto da una persona che conosco[1] tramite il <a href="http://network.nature.com/">Nature Network</a>, un post-doc come me, che vive a Londra, e che mi ha spedito il suo libro con tanto di dedica. Mi mancano ancora un centinaio di pagine e potrei non riuscire a leggerle fino al prossimo fine settimana. Ma l’entusiasmo per questo libro mi induce a recensirlo gia’.</p> <p>Tanto di tre cappelli, mica uno, per una persona che riesce a fare il post-doc, gia’ di per se’ un mestiere piuttosto totalizzante, l’editore del portale di letteratura scientifica <a href="http://lablit.com/">Lablit.com</a> ed a scrivere un bellissimo romanzo come <em>Experimental Heart</em>. Narrato in prima persona dal post-doc Andrew O’Hara, un giovane molto promettente, il migliore post-doc che sia mai capitato nel laboratorio della brillante ricercatrice di origine Baltica Magritte Valorius, il romanzo e’ ricchissimo di dettagli sulla vita quotidiana di chi lavora come ricercatore: il lento cammino verso la conoscenza, per quanto dura ed inaspettata questa possa rivelarsi, i successi, i fallimenti. Andrew e’ un uomo, ma la scrittrice e’ una donna che, fuori campo, descrive i sentimenti di Andrew per la bella ed intelligentissima Gina, e relazioni con le altre donne che lo circondano, con quella lucidita’ di analisi che solo una donna potrebbe fare. Il romanzo e’ al tempo stesso un giallo, una storia d’amore ed una lezione facile di biologia molecolare applicata alla virologia. Peccato che sia (ancora) solo in Inglese. Jennifer compete, con questo libro, per il Dundee International Book Prize. In bocca al lupo!</p> <p>[1] Jennifer Rohn, <a href="http://www.amazon.com/Experimental-Heart-Jennifer-L-Rohn/dp/0879698764">Experimental Heart</a>, Cold Harbor Press, 360 pagine. <img src="http://www.oberlin.edu/alummag/winter2008/contentimages/book13.jpg" alt="" /></p> Due cromosomi X vanno bene quanto uno 2009-06-03T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/03/due-cromosomi-x-vanno-bene-quanto-uno <p>A proposito del peer review di cui pure al post <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/155/ammettiamolo-e-rimboccarsi-le-maniche">precedente</a>, <a href="http://feeds.nature.com/~r/peer_review/rss/peer_to_peer/~3/QIiFSe1a-jE/no_gender_bias_identified_in_p_1.html">uno studio recentissimo</a> indica che non esistono discriminazioni nei confronti delle donna, quando giunge il momento di criticare i progetti di ricerca o le pubblicazioni scientifiche. E’ il ‘contenuto che conta’, non il sesso della persona che lo ha prodotto. Mi auguro sia vero anche in Italia.</p> Ammettiamolo, e rimbocchiamoci le maniche 2009-06-03T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/06/03/ammettiamolo-e-rimboccarsi-le-maniche <p>Di ritorno da un breve ricovero in ospedale, programmato, un amico mi ha fatto notare un articolo, pubblicato su Nòva de <em>Il Sole 24 Ore</em> del 28 Maggio 2009[1] che tocca un tema non nuovissimo ma poco noto. I giovani ricercatori Italiani che hanno presentato domande per l’assegnazione di fondi di ricerca nell’ambito dello European Research Council, una novita’ del 2008, sono stati tantissimi, ma ben pochi ne sono usciti vincitori.</p> <p>Scritto altrimenti, siamo piuttosto scarsi quando si tratta di descrivere un progetto di ricerca. Questo non significa che non siamo dei bravi ricercatori. Messi in condizioni di lavoro adeguate, gli Italiani sono almeno altrettanto bravi quanto i ricercatori di altri paesi, siano questi inglesi, americani, coreani, messicani, indiani. Ma qui nel bel Paese non c’è una lunga tradizione di competizione per assegnazione di fondi di ricerca, ed in particolare i giovani non sono educati - salvo eccezioni - a maturare un pensiero scientifico <em>critico</em>, quello che consente di formulare ipotesi sensate, dimostrare di avere dati preliminari a supporto dell’ipotesi fatta, di un piano di lavoro per dimostrare (o confutare) quanto ipotizzato, nonché un piano di emergenza da adottare se gli esperimenti non dovessero riuscire come si era sperato. Un pensiero che consenta di criticare, in modo costruttivo e spassionato, le proprie ipotesi quanto quelle degli altri, che è anche alla base della <em>peer review</em>.</p> <p>Scrivere un progetto di ricerca che sia competitivo a livello internazionale non è una cosa da prendere sotto gamba, da fare nei ritagli di tempo. Piuttosto, è un’attività totalizzante che può richiedere diverse settimane, o persino mesi, se si tratta di competere per grossi finanziamenti pluriennali. Nei paesi scientificamente più all’avanguardia, i post-doc seguono dei corsi per imparare a maneggiare tutto ciò, e vengono seguiti per mano dai loro mentori quando muovono i loro passi in queste selve oscure.</p> <p>E’ ora che lo impariamo anche noi. Visto che siamo così indietro, sarà bene farcelo insegnare dagli altri.</p> <p>[1] Alla Gara della Ricerca, Guido Romeo, Nòva, 28 Maggio 2009</p> Torno subito 2009-05-26T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/26/torno-subito <p>Valigia pronta, con dentro un paio di numeri di <a href="http://seedmagazine.com/">Seed</a>, un <a href="http://network.nature.com/people/massimopinto/blog/2009/02/17/proudly-mine">Romanzo</a> ed il MacBook. Saro’ via dalla rete per qualche giorno. A presto, Massimo.</p> Sottomesso! 2009-05-25T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/25/sottomesso <p>Ovvero sottoposto a giudizio, inviato alla rivista per valutazione…insomma, non e’ che in italiano venga molto bene, ma quello che voglio dire e’ che bolle in pentola <a href="http://publicationslist.org/massimo.pinto">un altro articolo</a> Pinto <em>et al</em>. In effetti e’ ancora presto per festeggiare, perche’ prima di potere essere pubblicato l’articolo sara’ sottoposto al giudizio dei <em>referees</em>, secondo i dettami del peer-review. E considerando la rivista a cui e’ stato spedito il manoscritto, questi <em>referee</em> gli faranno barba e capelli.</p> <p>Tuttavia, il solo fatto che il processo di referaggio sia iniziato mi rende <em>felicissimo</em>. Questo manoscritto, sarebbe il mio dodicesimo se sara’ approvato per la pubblicazione, si basa su un lavoro molto articolato che ho svolto nel post-doc precedente, quello in New Jersey, dal 2003 al 2006. Ci sono voluti quasi tre anni per completare la stesura, tra aggiunte, modifiche, ammende…ripensamenti…E’ la parte decisiva di tutto il progetto di ricerca su cui lavorai li’ a Newark. Quasi una quarantina di esperimenti, innumerevoli fine settimana trascorsi in laboratorio, nonche’ alcune notti passate su un materassino da campeggio, in una stanzetta all’Universita’, con la sveglia ogni tre ore per effettuare una misura sperimentale. Tra le righe di questo manoscritto, celati negli spazi bianchi, ci sono impegno e perseveranza, ma sopratutto c’e’ il segno di una maturazione scientifica, sotto la guida esperta di due ricercatori eccellenti, che non smettero’ mai di ringraziare per tutto quello che mi hanno insegnato per farmi crescere come ricercatore.</p> <p>Incrocio le dita.</p> Giovani 55enni cercansi 2009-05-25T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/25/giovani-55enni-cercansi <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/30t.jpg" alt="" /></p> C'erano una volta quelli che ti dicevan di restare all'estero 2009-05-22T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/22/cerano-una-volta-quelli-che-ti-dicevan-di-restare-allestero <p>Nel cortile dello <em>Aspromonte Research Center</em>, Ester Ofila e Libero Mobile sorseggiano un te’. E’ la primavera dell’anno 2036.</p> <p><em>Ester Ofila</em>: Sai, Libero, ho trovato una copia di un email scritta, trent’anni fa, da mio papa’ ad un suo amico che allora viveva in Austria. Dipinge un quadro agghiacciante, inconcepibile oggi.</p> <p><em>Libero Mobile</em>: Le solite storie di ingiustizie alla maniera della vecchia Italia?</p> <p><em>EO</em>: piu’ o meno…te ne leggo un pezzo, dai.</p> <blockquote> <p>[…] Secondo me, Italo, avendo a disposizione un posto di lavoro sicuro, senza dover stare li’ con i contratti che scadono a che non sai fino a poco prima se te lo rinnovano, sarebbe difficile decidere di non volere stare in Italia. Dopotutto, e’ proprio un bel posto. Ma questi posti di lavoro sicuri sono rarissimi. Ed anche quando te lo promettono, un posto permanente, non ti puoi mai fidare davvero. Se qualcuno ti da’ garanzie, stai certo che e’ in mala fede. Con cinismo, si arriva a prendere atto della abnormita’ del sistema. Accettarlo e’ piu’ difficile, e credo che ci riescano in pochi. Venire in Italia senza <em>tenure</em> significa trasformarsi, la traduzione ha luogo proprio mentre varchi il confine, in quello che qui si chiama <em>precario</em>. Nel momento in cui diventi un precario, sei uno qualsiasi nella mischia. A quel punto o ti procuri un buon mentore, una persona che con il massimo impegno - dichiarato ed appassionato - cerca di sostenerti nella carriera, lasciandoti emergere come ricercatore indipendente e dandoti la possibilita’ di farti conoscere, ritagliandoti la tua schiera di collaboratori, avere un’identita’ tua, scrivere progetti di ricerca da sottoporre per ottenere dei finanziamenti, come leader, o sara’ bene che costruisca un piano B. Lasciato a te stesso, senza una guida, potrai fare poco uso della tua esperienza maturata all’estero. Rispetto ai tuoi concorrenti, in sede concorsuale, vedrai strappati via i tuoi anni spesi fuori. Con delle regolette piu’ o meno legittime, al limite dell’integro, ti butteranno via dalla competizione. Lo faranno attribuendo punteggio <em>zero</em> ai tuoi lavori, alla tua esperienza, secondo una logica che ti sembrera’ assurda, figlia smarrita del buon senso. Sara’ frustrante assai, e ti sentirai messo su un binario, altro che <em>tenure-track</em>, per convogli lenti. Piu’ lenti, forse, di quelli che sono stati a casuccia, per loro scelta o necessita’.</p> </blockquote> <blockquote> <p>Per come sei fatto tu, non credo che potresti tollerare un’offesa simile, e probabilmente te ne andrai via di nuovo. Tra le sensazioni piu’ frustranti, ti renderai conto di non essere piu’ padrone del tuo futuro. Le regole varranno fino a dove potranno essere infrante, non ci sara’ una struttura di carriera tale che, seguendola con impegno, avrai delle garanzie. Certo e’ che senza impegno andrai comunque poco lontano. Occorrera’ che tu t impegni molto, rendendoti disponibile, ma per risolvere i problemi degli altri, di quelli che prepotentemente si saranno eletti a tuoi superiori, non per seguire la tua linea di ricerca, come fai adesso a Salisburgo, da Post-doc. E comunque, anche questo non varra’ come garanzia di crescita professionale, ma e’ l’unica cosa che davvero ti resta da fare per restare a galla. Il tuo unico salvagente.</p> </blockquote> <blockquote> <p>Se vuoi il mio parere, tornare in Italia con la speranza di fare carriera scientifica e’ un’illusione. Tornare senza <em>tenure</em> e’ una follia ai limiti dell’irresponsabile. Se lo fai per motivi di famiglia, lo capisco. Ma per carriera, Italo mio, ti sbagli. Avrai sempre il tempo di andare via di nuovo, certo, perche’ questa valvola e’ sempre aperta e sai bene quanto sarai apprezzato, di nuovo, all’estero. Con affetto, Amerigo.</p> </blockquote> <p><em>LM</em>: Ma io non capisco.</p> <p><em>EO</em>: Lo so. E’ per questo che te l’ho letta.</p> <p><em>LM</em>: Non capisco che interessi aveva la gente a comportarsi cosi’. Perche’ sprecare talento in questo modo?</p> <p><em>EO</em>: Io posso darti la mia opinione. Al tempo dei nostri genitori, c’era uno scarso senso dello Stato, e nemmeno era cosa nuova. Tutto cio’ che era pertinente la <em>res publica</em> era visto come qualcosa di cui servirsi, piuttosto che un progetto comune da servire. Non c’era interesse a fare del proprio meglio. Era piu’ semplice trarre a proprio vantaggio quanto si poteva. E le squadre in gioco erano tante. Le Dirigenze, i Sindacati, i Ministeri…una baraonda.</p> <p><em>LM</em>: Mah…ma poi quell’Italo, l’amico di tuo papa’, ci torno’ in Italia?</p> <p><em>EO</em>: Non ne sono sicura. Credo che torno’ ma resto’ poco, perche’ nel frattempo era diventato <em>Assistant Professor</em> li’ in Austria, ma a Vienna, invece che a Salisburgo. Quando cerco’ di negoziare qualcosa di meglio in Italia, gli chiesero “negoziare?” Torno’ in Austria e non se ne penti’.</p> <p><em>LM</em>: Vienna…ci vado il mese prossimo. Il Direttore del dipartimento di Semantica vuole cercare di collaborare con noi qui all’Aspromonte. Il capo manda me per discutere dei dettagli della collaborazione. Sul prossimo <em>grant</em> dovrei essere io il <em>principal investigator</em> per la parte Italiana del lavoro.</p> <p><em>EO</em>: Si vede che hai un buon mentore. 8-}</p> Un nuovo paio di pantaloni 2009-05-19T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/19/un-nuovo-paio-di-pantaloni <p>Gioiscono i ricercatori, con i vertiginosi aumenti di stipendio previsti dal loro <a href="http://www.italiaoggi.it/giornali/preview_giornali.asp?id=1605000&amp;codiciTestate=1&amp;sez=giornali&amp;testo=Nuovo+contratto&amp;titolo=Nuovo%20contratto%20per%20i%20ricercatori">nuovo contratto</a>, potranno finalmente acquistare quel nuovo paio di pantaloni per l’armadio che langue. Non esattamente ai livelli salariali dei nostri colleghi europei. Un’altra occasione perduta.</p> Ancora una volta geniale 2009-05-19T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/19/ancora-una-volta-geniale <p>il solito Viktor, ci delizia con una vignetta umoristica delle sue</p> <p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3643/3504073934_03f36668ec_o.png" alt="" /></p> <p>immagine tratta da <a href="http://network.nature.com/people/strippedscience/blog/2009/05/05/the-price-comic-strip">Stripped Science</a>, di Viktor Poór</p> Basse dosi ed ipersensibilità chemio-radio 2009-05-15T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/15/basse-dosi-ed-ipersensibilita-chemio-radio <p>Ieri sono stato all’ENEA alla Casaccia per una giornata di studi sulle radiazioni ionizzanti dal punto di vista dei radioprotezionisti, dei radioterapisti ed i radiobiologi come me. Si è parlato anche di basse dosi, l’argomento su cui lavoro qui a Roma e su cui già lavoravo negli USA.</p> <p>C’è stata una presentazione che mi ha insegnato cose nuove e che vorrei raccontarvi. Breve premessa. Qualche anno fa, un gruppo di ricercatori di Londra, amici con cui condividevo pedalate, pause caffé e piacevolissime chiacchierate, si dedicarono anema e core alla ricerca sul fenomeno della ipersensibilità alle basse dosi di radiazioni ionizzanti. Peter, Mike, Brian, Brad, Susan ed altri pubblicarono svariati articoli sulle maggiori riviste del settore, tra la metà degli anni ‘90 e l’inizio di questo secolo. Scoprirono che le cellule umane (e non solo) in coltura morivano più facilmente se irraggiate con basse dosi (inferiori a 0.5 Gy, più basse dunque dei 2Gy che tipicamente vengono impartiti in una tipica seduta di radioterapia) rispetto a ciò che ci si aspettava dalla loro risposta alle dosi maggiori. Il fenomeno fu battezzato ipersensibilità alle basse dosi (HRS) ed era già stato descritto da John Calkins, qualche anno prima, in un sistema cellulare più semplice. Si tratta di uno di quei fenomeni che sono stati visti solo alle basse dosi e che sfuggono alle previsioni della concezione classica dell’origine del danno biologico da radiazioni ionizzanti, secondo cui tutto si spiega a partire dal danno al DNA. Maggiore danno al DNA, più effetto. Ebbene, questo non è del tutto esatto alle basse dosi. Senza dilungarmi troppo, devo dirvi che il fenomeno sembrava molto promettente perché era quasi esclusivo delle cellule tumorali, quelle che stanno duplicandosi, mentre la maggior parte delle cellule dei tessuti sani è in stato di quiescenza. Dunque, somministrando dosi di radiazioni piccole, ma più spesso del solito regime di frazionamento, si poteva sperare di sterilizzare il tumore in modo più selettivo, causando anche meno effetti sui tessuti sani. Basse dosi ed iperfrazionamento: una gran bella speranza, almeno per alcuni tipi di tumori, come quelli della regione testa-collo. Purtroppo, la traslazione ai test clinici di questo fenomeno, visto in coltura, ha mostrato più problemi di quanto ci si potesse aspettare ed i risultati sono stati modesti. La novità, almeno per me, del seminario di ieri riguardava la combinazione dell’uso di basse dosi di radioterapia con un regime di chemioterapia. In questo caso si avrebbe un effetto sinergico: la radioterapia fungerebbe da sensibilizzante per la chemio. Come radiobiologo ho sempre pensato valesse il contrario, ma forse è solo una questione di forma; ognuno tende a mettere il proprio oggetto di studio al centro dell’attenzione. Il risultato è quello che conta: quelle basse dosi di radiazioni, da sole, fanno pochino. La chemio, anche lei, a volte fa pochino, sopratutto quando il tumore sviluppa una resistenza al trattamento. Ma la combinazione di chemio con quelle <em>basse</em> dosi di radioterapia, qui è la novità, crea della condizioni ideali per sensibilizzare il tumore, che altrimenti risponderebbe male a ciascuno dei due trattamenti somministrati da soli. Un articolo sul tema è in corso di stampa su <em>International Journal of Radiation Oncology Biology Physics</em>, scritto da Valentini <em>et. al.</em> Da tenere d’occhio.</p> <p>Bibliografia essenziale <a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.ijrobp.2007.11.071">Low-dose hyper-radiosensitivity: past, present, and future</a>, Marples and Collis, Int J Radiat Oncol Biol Phys, 2008 vol. 70 (5) pp. 1310-8</p> Imaging Workshop in Sanità 2009-05-13T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/13/imaging-workshop-in-sanita <p>La prossima settimana, all’Istituto Superiore di Sanità, si terrà di Giovedi e Venerdi un workshop sulla diagnostica con immagini nei contesto cervello e cancro. Il <a href="http://www.iss.it/binary/tesa/cont/Programma.pdf">programma</a> è molto interessante e la partecipazione è gratuita, ma i posti a disposizione sono 150, per cui occorre affrettarsi con l’iscrizione. I partecipanti che porteranno una copia stampata di questo post avranno diritto ad un caffè o un cappuccino offerto direttamente dal <em>blogger</em> di Galileo, da consumarsi entro la stessa giornata presso il <a href="http://www.flickr.com/photos/pintarello/sets/72157603003074866/">bar dell’Istituto</a>. L’offerta non è cumulabile.</p> 36-24-12-6... 2009-05-12T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/12/36-24-12-6 <p>Ettore, pseudonimo, lavora all’Istituto Superiore di Sanità e si trova, con dubbi, su un percorso detto di <em>stabilizzazione</em>. Ha quarant’anni, è sposato, ed ha due figli in età pre-scolare. Ha poco di cui sentirsi stabile, Ettore. Il suo contratto con lo ISS scade alla fine di Giugno e l’attuale legge sulla stabilizzazione stabilisce che non potrà essere rinnovato. I primi contratti di Ettore erano di durata 36 mesi, poi sono diventati di 24 mesi, poi ancora di 12 mesi e l’ultimo, per traghettarlo fino al 30 Giugno 2009, di soli 6 mesi. Ciononostante, gli hanno detto che lui è in una <em>botte di ferro</em>. Con poco più di 40 giorni dalla scadenza del suo contratto, questo ferro sarà pure arruginito un pò. Magari andrà davvero bene, ed il suo contratto sarà ancora rinnovato (per 3 o 2 mesi? La regressione di cui al titolo non è chiarissima) ma certo non è divertente andare avanti con contratti di così breve durata. Che fare, nel caso in cui il processo di stabilizzazione subisse delle interruzioni, anche se di qualche mese? Tra pochi mesi il primo figlio inizierà la prima elementare. Hanno da chiedersi, e da tempo, Ettore e moglie, se non sia questo il momento giusto di cambiare aria, dal momento che di opportunità di carriera altrove - scritte con regole chiare - Ettore ne ha. Magari non sono <em>botti di ferro</em>, ma la carriera di Ettore dipenderebbe di più dalle sue capacità, da sistemi più snelli del nostro. Ah… quasi dimenticavo. Con collaborazioni internazionali ed una bella testa, Ettore non è certo uno mediocre. Il merito, come spesso si conviene dalle parti dello Stivale, non rientra - automaticamente - nel discorso. Certamente non nella <em>stabilizzazione</em>, per la quale il merito maggiore è essere stati fermi nello stesso posto per molti anni.</p> Diciamogliene quattro 2009-05-11T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/11/diciamogliene-quattro <p>Oggi alle 17:45, sul sito web del <a href="http://videochat.corriere.it/">Corriere.it</a>, ci sara’ la possibilita di videochattare con il Presidente del CNR, il Dr. Luciano Maiani, a proposito della Ricerca in Italia. Il titolo dell’incontro e’ <em>Ricerca: l’Italia ha perso anche l’ultimo autobus?</em></p> 5xMille e peer-review 2009-05-07T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/07/5xmille-e-peer-review <p>Un anno fa non scrivevo ancora su questo blog, che compiera’ un anno di eta’ il 30 Giugno. Mi dilettavo pero’ sul mio blog in lingua inglese, <a href="http://network.nature.com/people/massimopinto/blog">Science in the Bel Paese</a>, parte del <a href="http://network.nature.com/">Nature Network</a>, una piazza molto interessante dove confrontarsi con altri ricercatori, giornalisti, romanzieri della scienza, bloggers ‘per caso’.</p> <p>Il 3 Maggio 2008 scrissi un post sul 5xMille[1] in cui raccontavo quanto strana fosse la pratica del 5xMille alla ricerca scientifica italiana. Notai, in particolare, la pubblicita’ di uno dei nostri maggiori istituti di ricerca, in Italia, che invitava i passanti a donare il loro 5xMille scegliendo, eventualmente, anche e quale progetto destinare il loro denaro. Questa cosa mi apparve strana davvero, perche’ era in evidente contrasto con le regole del peer-review, secondo cui devono essere gli esperti scientifici a giudicare il merito di un progetto di ricerca, dunque destinandogli fondi, e non i contribuenti. Una simpatica scorciatoia, insomma.</p> <p>La notizia rimbalzo’ sulla rivista <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v453/n7194/full/7194xic.html">Nature</a>, fui invitato a parlarne a <em>Radio 3 Scienza</em>, e l’inserto scientifico <em>TuttoScienze</em> de <em>La Stampa</em> gli dedico’ un bell’articoletto a tutta pagina.</p> <p>E’ passato un anno e non credo, francamente, che qualcosa sia davvero cambiato. Noto con rammarico che alcuni si prendono il nome 5xMille, sul web, cosi’ che i cittadini interessati a donare alla ricerca scientifica finiscano dritti a loro quando cercano 5xMille su Google. Come se il 5xMille alla ricerca fossero loro. Una beffa, ritengo, senza nulla togliere al prestigio della fondazione di ricerca che c’e’ dietro, che andava evitata, non vendendogli quell’indirizzo internet, che avrebbe invece dovuto contenere informazioni generali sul 5xMille.</p> <p>Se volete donare alla ricerca scientifica, <em>pretendete</em> di sapere come verranno utilizzati i vostri soldi.</p> <p>[1] <a href="http://network.nature.com/people/massimopinto/blog/2008/05/03/0-5-of-your-taxes-to-whom-and-why">0.5% of your taxes, to whom and why</a></p> Quei poveri cervelli 2009-05-06T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/05/06/quei-poveri-cervelli <p>Mi sono imbattuto, per il tramite di un caro amico che me l’ha segnalato, in un articolo sui famosi cervelli in fuga, apparso su Il Giornale[1] del 24 Aprile 2009. Avendo trascorso sette anni per fare ricerca all’estero ed essendo tornato gia’ due volte in Italia, il tema mi sta a cuore. L’articolo non e’ il miglior esempio di giornalismo scientifico, ma questo non e’ il punto saliente, e sicuramente potrete giudicare voi stessi. La notizia centrale e’ lo stanziamento di un fondo, a firma del Ministro Gelmini, per finanziare 30 progetti - triennali - per ricercatori che siano all’estero da almeno tre anni e che abbiano conseguito il proprio dottorato di ricerca non piu’ di sette anni prima. Piu’ o meno, tanto per dare un’idea, dei trentacinquenni con gia’ una, oppure due eperienze post-doc alle spalle. Sempre per dare un’idea, nel caso degli USA, un salario di circa 45-50 k$ annui, lordi. Costoro dovrebbero trovare appetibile un salario di 35 mila EUR annui, per tre anni, somministrato, probabilmente, con un contratto tipo Co.Co.Co, con parziali agevolazioni fiscali iniziali. Meglio di un calcio nei denti, come dicava il mio amico Alex. Trascorsi i tre anni, il loro contratto potrebbe essere rinnovato per altri tre anni, e questo pure non e’ troppo male. Torni a fare il Co.Co.Co. per sei anni, mica il lavavetri. Supponendo che il ricercatore o la ricercatrice trovino appetibile il livello salariale da cervelli neo-rientrati, non e’ chiaro che cosa ne sara’ della loro carriera. Se non c’e’ un piano di medio-lungo termine, per loro si trattera’ di una nuova esperienza post-doc alla fine della quale si sposteranno altrove, e loro saranno stati dei cervelli <em>in transito</em>, in formazione. Difficile, del resto, promettere qualcosa di piu’ sicuro, viste le dinensioni abnormi che ancora oggi ha il precariato nella ricerca pubblica Italiana. Con la struttura delle carriere attuale, alla fine di quei tre/sei anni, i cervelli rientrati dovranno scontrarsi con i colleghi precari Italiani, quelli che non hanno avuto la stessa loro opportunita’ e che nel frattempo non se ne sono stati con le mani in mano. Anche loro avranno le loro pretese e non gli andra’ certo giu’ di lasciare il passo a quei cervellini che furono rientrati anni prima.</p> <p>Invece che stanziare questi fondi, in questo modo, caro Ministro Gelmini, mi permetta di suggerirle di studiare la strategia adottata dai nostri concittadini Europei. Non si attirano ‘cervelli’ con un contratto di 3 anni, e nemmeno di 6. Meglio forse creare un percorso di carriera alternativo a quello corrente, per pochi posti di lavoro, pochissimi, ma competitivi. E non solo per chi e’ stato all’estero, perche’ ci sono ragazzi bravissimi anche in Italia. L’importante e’ che sia una competizione aperta a cui potranno partecipare i ragazzi gia’ in italia cosi’ come quelli all’estero. La parola magica, gia’ altre volte persasi al vento, e’ <em>tenure track</em>. Buono studio.</p> <p>[1] Francesca Angeli, <em>Gli euro della Gelmini frenano la fuga dei cervelli</em>, <a href="http://www.ilgiornale.it/lp_n.pic1?PAGE=102811&amp;PDF_NUM=1481">23 Aprile 2009</a></p> La prima Heatmap... 2009-04-28T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/28/la-prima-heatmap <p>…non si scorda mai. Risolto - grazie alla rete ed ai volontari - il problema a cui facevo riferimento <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/139/al-microscopio">ieri</a>, prosegue l’avventura nella trascrittomica. Ecco qui la mia primissima Heatmap[1], di una prima parte delle misure di microarray prodotte grazie alla collaborazione con Budapest, relativi all’esperimento in cui prendo parte qui a Roma, il <em>Silenzio Cosmico</em>. La mappa contiene 7 colonne (7 campioni sperimentali, di 24) e 50 righe rappresentanti i primi 50 geni (i cui nomi sono riportati sulla destra ed annotati come A_23…) più regolati nei trattamenti a cui sono stati sottoposti i campioni sperimentali. I geni il cui livello di espressione scende (verde, la maggior parte) oppure sale (rosso) vengono raggruppati in <em>clusters</em> evidenziati dai <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Dendrogram">dendrogrammi</a>, a sinistra ed in alto rispetto al grafico principale. Proseguo lo studio, per cominciare a dare un senso a tutto ciò.</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/29t.jpg" alt="" /></p> <p>[1] <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Heatmap">Heatmaps</a></p> Al microscopio 2009-04-27T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/27/al-microscopio <p>Ore contese tra <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/136/un-buon-investimento">l’apprendimento</a> della piattaforma di analisi di trascrittomica, R, e <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/138/unordinaria-giornata-di-microscopia">l’osservazione</a> di campioni al microscopio. Intanto che resto bloccato su un problema, di bioinformatica, che non sono ancora riuscito a risolvere e per il quale ho chiesto aiuto sul <a href="https://stat.ethz.ch/pipermail/bioconductor/attachments/20090427/fed9820b/attachment.pl">web</a>, mi sono lanciato ancora nella microscopia e la misura dei micronuclei. Questa volta mi sono lasciato accompagnare dalle belle parole di un bravo <a href="http://www.gianmariatesta.com/">cantautore</a>. E cosi’, ispirato da lui, ho pensato a queste.</p> <blockquote> <p>Mi tuffo nel buio giri di vite mi portano al fuoco ovali blu grandi e piccoli sani e malconci mi accompagnano mentre io, asservito, Mendelianamente registro. Forme gemelle quasi simmetriche vicine come due amanti seppur sorelle mi parlano di loro.</p> </blockquote> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/28t.jpg" alt="" /></p> Un'ordinaria giornata di microscopia 2009-04-22T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/22/unordinaria-giornata-di-microscopia <p>Prendo i vetrini dal contenitore grigio e gli applico su un’etichetta con un nome in codice, che poi chiudo in una busta che apriro’ solo alla fine delle misure, perche’ non lasci possibilita’ che la consapevolezza dell’identita’ dei campioni sperimentali che mi appresto ad osservare possa influenzare le mie misure. Non si sa mai, del resto siamo ricercatori, non siamo santi. La stanza della microscopia a fluorescenza e’ buia, ma non completamente, perche’ dovro’ fare anche delle annotazioni a matita, di tanto in tanto, cosi’ che lascio uno spiraglio di luce mantenendo la porta appena socchiusa. Metto sul primo vetrino, nome in codice “cantante”, due gocce di olio marcato con fluorocromo DAPI. Ci poggio su il vetrino coprioggetto e sigillo i bordi con lo smalto per le unghie (tranquilli, non e’ rosso). Intanto che si asciuga lo smalto, accendo la lampada al Mercurio e metto il vetrino sul carrello del microscopio, con su una goccia d’olio per immersione, e via con l’obiettivo 100X, alla ricerca della messa a fuoco. Perfetto. Immagini belle nitide. Peccato che il campione e’ un po’ affollato: sara’ difficile distinguere in modo inequivocabile quegli eventi che voglio misurare, quelli in cui il danno al DNA e’ stato riparato male ed ha prodotto dei <em>micronuclei</em> contenenti cromatina che sarebbe andata persa alla prima divisione cellulare, la mitosi, con conseguenze non determinate per le celluline malcapitate. Mi posiziono con lo sguardo in un angolo dell’area osservabile sul vetrino. Gli occhi sono poggiati sugli oculari. Le dita della mano sinistra sono sulle viti micrometriche della messa a fuoco, quelle della mano destra controllano il movimento, lungo i due assi, del carrello su cui e’ fissato il vetrino. Scorro con lo sguardo, silenziosamente, alla ricerca di eventi di divisione cellulare. Eccone uno, senza danni. <em>Click</em>!, fa il pulsante sinistro del contacellule, quello destinato al conteggio degli eventi in cui il riparo e’ <em>apparentemente</em> andato a buon fine. Vado avanti, cerco altri eventi da osservare. La porta che apre sul corridoio lascia passare le voci dei colleghi ricercatori che camminano tra una stanza all’altra. Parlano di progetti, risultati, ma sento anche sfoghi di rabbia per questa cosa o quella persona - assente - che si e’ comportata male. <em>Click</em>…stavolta schiaccio su entrambi i tasti, con le dita della mano destra, perche’ ho visto un <em>micronucleo</em> vicino ad una cellula <em>binucleata</em>. Silenzio. Non trovo binucleate ‘certe’. Ne trovo poi alcune con ben due o tre micronuclei, ed allora <em>click</em> sul pulsante sinistro ed annotazione a matita sul quaderno, con una X. Tirero’ le somme alla fine. Passano ore. Dovro’ ricomprare un lettore musicale mp3 perche’ queste ore al microscopio sono ottime per ascoltare podcast e musica. Si sono fatte le 14 ed ho saltato il pranzo con gli altri ragazzi, rapito dal microscopio. Quando esco alla luce, ho gli occhi piccoli piccoli e me lo fanno notare. “Stai bene”? “Si, si..ero solo al microscopio”. Domani, stessa stanza, stesso buio.</p> Rita @ 100 2009-04-22T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/22/rita-100 <p>Auguri di buon compleanno, signora Rita Levi Montalcini. <img src="http://3.bp.blogspot.com/_mab7GJPu_pM/SSfc00dKCEI/AAAAAAAAAa4/hPb1XEwvYBQ/s400/montalcini.jpg" alt="" /></p> un buon investimento... 2009-04-21T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/21/un-buon-investimento <p>…un “autorevole” video sembra suggeriore che investire nello studio del linguaggio <em>R</em> sarebbe cosa buona.</p> <object width="425" height="344"> &lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/ZwYQPtU2Pa0&amp;hl=en&amp;fs=1"&gt;&lt;/param&gt;<param name="allowFullScreen" value="true" />&lt;/param&gt;<param name="allowscriptaccess" value="always" />&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/ZwYQPtU2Pa0&amp;hl=en&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"&gt;&lt;/embed&gt;</object> <p>Cani a parte, sembra che <em>R</em> sia sulla strada per <a href="http://career-resources.dice.com/articles/content/entry/is_there_an_r_in1">diventare uno standard</a> per chi si occupa di statistica, analisti di dati e persino…ricercatori. Mi conforta, visto che sono le 11 di sera e sono li’ che smanetto con questo <em>R</em>, chiedendomi perche’ lo hanno chiamato cosi’.</p> Prove tecniche di Peer Review 2009-04-20T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/20/prove-tecniche-di-peer-review <p>Si parla ogni tanto di <em>peer review</em>, tradotto in Italiano come <em>revisione tra i pari</em>, e mi permetto di dire che piu’ volte mi e’ sembrato che questa parola venga sbandierata - nelle nostre terre - come un’autocertificazione di lealta’, di correttezza, come a lasciare intendere che, normalmente, non si segue il percorso della revisione tra i pari laddove sarebbe necessario.</p> <p>E’ bene forse fare qualche esempio dei benefici di tale procedura, perche’ potrebbero non essere sempre ovvi. Un buon esempio di revisione tra pari - in questo caso <em>a posteriori</em>, purtroppo - e’ la discussione densa di carattere scientifico che e’ nata sul Blog <em>Made in Italy</em>, a cura di Marco Cattaneo, a proposito delle misure di picchi di radioattivita’ di Radon come indicatori di terremoti. Un amico lettore di <em>Post D.O.C.</em>, forte della sua esperienza in fatto di Radon e radioattivita’, ha prestato le sue conoscenze, per fare un po’ di chiarezza sulla questione <a href="http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/04/17/terremoti-scienza-e-dita-incrociate/">Radon e Giuliani</a>. La discussione che ne e’ venuta fuori e’ ricca di dettagli ed e’ un ottimo esempio di come si critichi la scienza: con le competenze di chi se ne occupa. Inutile chiedere il parere alla soubrette di turno in televisione. Il parere va chiesto ai colleghi <em>prima</em> di fare scalpore.</p> <p>Sono molti e diversi gli ambiti in cui occorre una revisione tra pari, i piu’ noti sono la pubblicazione di articoli su riviste scientifiche e la richiesta di finanziamenti per nuovi progetti di ricerca. In tutti questi casi i revisori sono invitati a prestare la loro esperienza e ‘servire’ per la selezione, dare suggerimenti, contribuire, insomma, ad identificare i meritevoli. La scorsa settimana mi e’ giunta la richiesta di fare da revisore per una quarantina di lavori che i corrispondenti autori intendono presentare ad un convegno che si svolgera’ in USA il prossimo Ottobre. E’ un’offerta che non si rifiuta, nonche’ un privilegio, quello di essere riconosciuti come esperti in un settore ed essere chiamati direttamente a giudicare il lavoro dei propri colleghi. A titolo assolutamente gratuito. Nel caso di questi <em>Abstracts</em>, mi viene chiesto di indicare se il lavoro e’ accettabile per essere presentato al congresso, e se e’ piu’ opportuno che sia presentato come poster o come comunicato orale. Se si tratta di un <em>Abstract</em> di un giovane, occorre indicare anche se e’ meritevole di borsa di studio per alleviare le spese di partecipazione al convegno. I migliori <em>Abstracts</em> dei giovani, inoltre, competono per l’assegnazione di premi aggiuntivi, di riconoscimento d’eccellenza. In questa procedura di selezione, non e’ banale che io non sia messo a conoscenza degli autori del lavoro che si intende presentare al congresso. Questo per limitare le scelte basate sulle antipatie…magari qualche revisore potrebbe cercare di penalizzare un suo concorrente.</p> <p>Sebbene il lavoro di revisore sia una distrazione alla propria attivita’ di ricerca - richiede tempo ed impegno - si tratta di un procedimento indispensabile, intorno a cui si muove la complessa macchina della ricerca scientifica. Diffidate della scorciatoie: le affermazioni lanciate direttamente sui media e che non godono dell’approvazione degli esperti dovrebbero far suonare un campanellino d’allarme.</p> Credete nei valori! 2009-04-16T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/16/credete-nei-valori <p><img src="http://www.unescoeh.org/blog/wp-content/uploads/2008/06/rita-levi-montalcini-maki-galimberti.jpg" alt="" /> Fotografia di Maki Galimberti, presa da <a href="http://www.unescoeh.org/blog/?p=245">qui</a>.</p> <p>Che bello ascoltare la Rita Levi-Montalcini stamattina, proprio qui all’Istituto Superiore di Sanità. Molto bella anche la scelta di chiedere ad un attore di leggere alcune lettere, scritte da amici colleghi della Levi-Montalcini, la quale ha poi proseguito con un discorso a braccio, del quale ho annotato alcuni tratti:</p> <blockquote> <p>…mai pensare alla nostra persona, ma apprezzare il mondo intorno a noi.</p> </blockquote> <blockquote> <p>In nessun altro paese al mondo c’è tanto capitale umano come in Italia, e non solo scientifico, ma anche sociale.</p> </blockquote> <blockquote> <p>Credete nei valori, che siano laici o religiosi. Poco importa se la mia vita finirà domani. L’importante saranno i messaggi che ho inviato ai giovani.</p> </blockquote> <p><em>Chapeau</em>.</p> Ricordatevi che siete bravi 2009-04-15T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/15/ricordatevi-che-siete-bravi <p>Oggi ho ascoltato due relazioni al convegno-report sulla <a href="http://www.iss.it/pres/prim/cont.php?id=965&amp;lang=1&amp;tipo=6">collaborazione</a> Italia-USA in fatto di marcatori precoci di malattie. In particolare mi interessava la sessione dedicata al cancro, in cui ha parlato <a href="http://www.gmu.edu/departments/lifesciences/proteomics/liotta.htm">Lance Liotta</a> della <a href="http://www.gmu.edu/">George Mason University</a>, in Virginia. Liotta ha raccontato i risultati dell’applicazione delle nanotecnologie per la rivelazione di biomarcatori (tumorali) in traccia nel sangue, esperimenti di firma Italiana. Cio’ che mi ha colpito e’ stato il suo l’elogio appassionato della scienza Italiana e dei suoi ragazzi cosi’ pieni di talento. Mi e’ gia’ capitato altre volte di sentire belle parole spese a proposito di ricercatori Italiani meritevoli, ma oggi e’ stato particolarmente piacevole ascoltarle da Liotta, perche’ e’ da troppo tempo che tira una brutta aria di sfiducia, ed un <em>memento</em> del genere puo’ fare bene. Fortuna che l’aula era piena e c’erano molte persone giovani. Domani, nella giornata conclusiva del convegno, verra’ dedicata un’aula dell’Istituto a nome di Rita Levi-Montalcini, nell’anno del suo centesimo compleanno. Ci sara’ anche lei, alle 9:30. Appero’.</p> Dù sistemi is meglio che uàn? 2009-04-13T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/13/du-sitemi-is-meglio-che-uan <p>Il <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/124/click-progetto-chiuso">progetto</a> di ricerca che ho preparato per partecipare alla gara rivolta ai giovani ricercatori “under 40”, per ottenere fondi per la ricerca messi a disposizione dal Ministero della Salute, riguarda gli effetti tardivi della radioterapia del cancro. <em>Da grande</em> vorrei infatti studiare i processi che potrebbero essere associati con l’insorgenza di <em>secondi cancri</em>, molti anni dopo la radioterapia che curò dal primo tumore. Tuttavia proprio a causa del primo trattamento radiante che, senza desiderarlo, seppure consapevolmente, avrebbe impartito una dose di radiazioni piccola, ma non completamente trascurabile dal punto di vista dei rischi di effetti tardivi, potrebbero comparire secondi cancri nei tessuti che all’epoca del primo trattamento erano sani, ma che ebbero la sfortuna di essere intercettati dai fasci radianti. Nel mio progetto di ricerca ho dovuto descrivere il modello sperimentale in cui effettuerei questo studio, se fosse finanziato. Per renderlo più simile al contesto dei tessuti sani, ho previsto di mettere in coltura, in un sistema tridimensionale, delle cellule <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Epitelio">epiteliali</a>, quelle che assolvono a compiti specifici di un dato organo, insieme a fibroblasti, cellule del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mesenchima">mesenchima</a>, di sostegno, sia dal punto di vista stutturale sia da quello funzionale. Non è certo una cattiva idea, se si considera che i tessuti sono costituiti da più tipi di celllule con complesse interazioni. Sempre per il progetto di cui alla gara, alcune delle tecniche che ho previsto di adoperare mi consentirebbero di effettuare misure specificamente in cellule epiteliali e fibroblasti, anche se queste crescono insieme. Con altre tecniche, come pure i cDNA microarray che sto <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/129/welcome-to-transcriptomics">già adoperando</a> per l’esperimento <a href="http://www.centrofermi.it/progetti/silenzio-cosmico.html">Silenzio Cosmico</a>, per misure di espressione genica, potrei effettuare solo misure sull’espressione media dei due tipi di cellule, senza distinzione tra ciò che accade alle une o alle altre. Cerco di spiegarmi meglio con un esempio: se l’attività delle cellule epiteliali fosse associata al colore rosso e quella dei fibroblasti al colore giallo, non potrei misurare distintamente le sfumature di rosso e quelle di giallo, ma dovrei “accontentarmi” di misurare solo le sfumature di arancione, prodotto, appunto, dal giallo ed il rosso messi insieme. Ho temuto che questa potesse essere una limitazione, e probabilmente lo sarà. Ma un articolo pubblicato sul numero di Aprile di Seed[1] mi incoraggia a pensare che queste misure ibride, in un contesto “collettivo” e forse più realistico, possono portare a risultati inattesi. <em>Seed</em> parla del corpo umano come una collettività di cellule umane e batteriche, in cui le seconde sono dieci volte più numerose delle prime. Separare l’uomo dai batteri è un approccio riduzionista, su cui si basa anche la medicina moderna, ma è importante comprendere che i due sistemi sono in simbiosi e che il comportamento dell’uno non può prescindere da quello dell’altro. Evidentemente, secondo questi approcci integrativi, contrapposti a quelli riduttivi, viene riconosciuto che uno+uno fa più di due. <em>dù sistemi is meglio che uàn</em>.</p> <p>[1] The Body Politic, <a href="http://seedmagazine.com/">Seed</a> Aprile 2009, pp 55-60</p> LNGS intatti, pare 2009-04-09T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/09/lngs-intatti-pare <p>L’attenzione è esclusivamente riversata sulle vittime del terremoto in Abruzzo e dare altre notizie richiede sforzo. Non ci sono ancora andato di persona, ma leggo che i Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS), a pochi km dall’epicentro della scossa più forte, stando a quanto scrive Nature[1] ieri, ne sarebbero usciti relativamente illesi. Sempre Nature riporta che i laboratori esterni potranno essere usati come alloggi per gli sfollati.</p> <p>[1] Nature 458, 693 (2009), <a href="http://dx.doi.org/doi:10.1038/458693a">8 Aprile 2009</a></p> Sisma in Abruzzo 2009-04-06T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/06/sisma-in-abruzzo <p>Ciascuno di noi stanotte e stamattina avrà pensato agli amici in Abruzzo. Io ho chiamato gli amici dell’esperimento, che si svolge in parte a Roma ed in parte ad <a href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=en&amp;geocode=&amp;q=assergi&amp;sll=37.0625,-95.677068&amp;sspn=37.819897,79.013672&amp;ie=UTF8&amp;ll=42.392023,13.471298&amp;spn=0.137937,0.308647&amp;t=h&amp;z=12&amp;iwloc=addr">Assergi</a>, ai <a href="http://www.lngs.infn.it/">Laboratori Nazionali del Gran Sasso</a>.</p> <p>I danni a L’Aquila sono notevolissimi, e mentre scrivo il bilancio delle vittime è già salito a 16. Chissà che cosa sarà successo nei laboratori sotterranei. Alle 3:30 del mattino ci saranno stati ben pochi ricercatori al lavoro in galleria, ma potrebbero esserci stati danni seri anche lì, sotto terra.</p> Welcome to Transcriptomics 2009-04-03T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/03/welcome-to-transcriptomics <p>Qualche giorno fa sono rientrato in contatto con i collaboratori di Bupadest, quelli a cui abbiamo <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/109/rna-atto-secondo-giovani-ricercatori-armadillo">spedito i campioni</a> di RNA per le misure sul <em>trascrittoma</em> delle cellule TK6, per l’esperimento Silenzio Cosmico, quello a cui partecipo dal 2006. Lo scorso Venerdi erano pronti i risultati delle misure dei <em>microarray</em> e la ricercatrice, Katalin, mi ha chiesto come avrei gradito il file .txt di 23.7Mbytes. Appena un po’ grandicello, ma non poi tanto, ho pensato. Ci siamo così ritrovati Lunedi per un file transfer via Skype. Ebbene, 23.7 Mbytes erano, ma non una volta, bensì 24 volte, ciascuna per ogni campione sottoposto alla misura. Circa mezzo Gigabyte di dati in formato .txt. Certo, lo LHC di Ginevra ne produce parecchio di più, ma confesso di non avere mai avuto a che fare con una simile mole di dati. Per questo la bioinformatica viene in aiuto, per dare un senso a questa roba qui…</p> <blockquote> <p>CTTTTAAATAGTCTTCATTGCCAATTTGTTCTTGTAGCAAATGGAACAATGTGGTATGGC 446 0 A_23_P17490 C20orf30 NM_001009924 Homo sapiens chromosome 20 open reading frame 30 (C20orf30), transcript variant 2, mRNA [NM_001009924] 10668.4 316.973 0 1 6.998105e+003 6.998318e+002 0 0 63 6.192349e+003 5988 1.061023e+003 1.201647e+003 29 2.610345e+001 26 4.394354e+000 3.706500e+000 0 0 0 0 0 0 0 0 6132.99 613.318 1 0 1 1 59.3565 4.39435 1 0 59.3565 48.5334 48.5334 6175.33 0.876379 26.1034 4.39435 0 6136.92 0 0 DATA 545 7 35 ref|NM_024519|gb|AB067517|gb|AK127792|ens|ENST00000042381 chr16:66133758-66133817 0 0</p> </blockquote> <p>…che e’ giusto un pezzetto piccolo, a proposito di un gene che si trova sul <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/sites/entrez?db=gene&amp;cmd=Retrieve&amp;dopt=Graphics&amp;list_uids=29058">cromosoma 20</a> e che codifica per l’ipotetica proteina <a href="http://howdy.jst.go.jp/HOWDYCL//HOWDY.pl?Cls=TRefSeq&amp;Key=UKEY&amp;Val=nm_001009924">LOC29058 isoforma 2</a>. Appena avrò capito che significa tutta quella roba ve lo racconto! Per ora non posso che inchinarmi di fronte alla grandiosità delle tecniche della biologia moderna. Dunque torno a fare l’informatico, per un po’. Gente strana, i programmatori-informatici. Un mio amico Russo mi raccontò questa barzelletta.</p> <blockquote> <p>Un programmatore, alla sera, prima di andare a letto, metterà sempre sul comodino due bicchieri: uno pieno d’acqua, l’altro vuoto. Se di notte si sveglierà ed avrà sete, berrà dal bicchiere pieno. Se non avrà sete, berrà dal bicchiere vuoto.</p> </blockquote> Voi ricercatori ritardate le vostre scoperte per interessi economici 2009-04-02T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/04/02/voi-ricercatori-ritardate-le-vostre-scoperte-per-interessi-economici <p>In <em>Che ora è</em>, di Ettore Scola, Marcello Mastroianni, il papà di Michele (Massimo Troisi), fa visita al figlio in servizio di leva militare a Civitavecchia, durante una giornata di licenza. Padre e figlio sono insieme al porto, davanti ad uno specchio d’acqua in cui sta transitando un peschereccio. Sulla barca ci sono degli amici di Michele che, urlando, gli ricordano della prossima partita di calcetto. Mastroianni interviene chiedendo al pescatore se è vero che portano il pesce congelato al largo, attendono che si scongeli, per poi rivenderlo al mercato spacciandolo per fresco. Il pescatore resta basito ed il silenzio viene rotto da Michele che scusa il padre per la sparata poco opportuna.</p> <p>Ai ricercatori (di biomedicina) accade una cosa simile quando vengono accusati di ritardare o comunicare in modo distorto le loro scoperte per interessi economici della grandi aziende farmaceutiche. Con il sinistro ragionamento si sostiene che, scoprendo le cause di una malattia, non ci sarebbe più bisogno di curarla e, dunque, addio profitti delle aziende farmaceutiche. E’ capitato pure me, e rimasi tanto basito quanto il pescatore amico di Michele in <em>Che ora è</em>. Per ciò che vale il mio parere, trovo inaccettabile cambiare i propri risultati per richiesta di chi finanzia il proprio lavoro. Le misure dicono sempre la loro, sia che ci piaccia o no. Si può ritenere di doverle rigettare, ma mai per cause dettate da un interesse. Per questa ragione si esce (quasi) sempre a cuor leggero anche da un risultato scientifico poco sperato. Ciò vale certamente per tutta la popolazione dei ricercatori…meno qualcuno. Accade infatti ogni tanto che qualcuno faccia il furbetto ed ometta qualcosa, oppure alleggerisca o appesantisca le parole, per non mettere in cattiva luce chi gli ha dato i soldi per la sua ricerca. Ne ha parlato <em>The Economist</em> questa settimana, a proposito di un lavoro pubblicato su JAMA[1] in cui si minimizzava sulla scarsa performance di un farmaco di produzione dell’azienda che sembrava avere corrisposto dei compensi ad uno degli autori del lavoro.</p> <p>Probabilmente queste cose succedono, ma in modo isolato. Non credo ad una teoria della cospirazione. Forse accadono anche in Italia, perché no? Con i stipendi così bassi, quelli della ricerca scientifica, l’offerta di una ‘mazzetta’ potrebbe anche risultare interessante…oopss! Meglio smetterla. Già sento puzza di pesce scongelato.</p> <p>[1] The Economist, <a href="http://www.economist.com/science/displaystory.cfm?story_id=13361480">Pity the Messenger</a>, 26 Marzo</p> C'era una volta il concorso finto 2009-03-26T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/26/cera-una-volta-il-concorso-finto <p>Maggio, giardino dell’Aspromonte Research Center. Corre l’anno 2035. Ester Ofila mangia un gelato con il suo amico Libero Mobile.</p> <p><em>Ester Ofila</em>: Vista la bacheca degli annunci di lavoro? Ci sono diversi incarichi di ricerca, inclusi alcuni posti per Professore Associato, piu’ quello di Dirigente del centro di Bioinformatica.</p> <p><em>Libero Mobile</em>: Si, quello per il Dirigente lo avevo gia’ letto su Nature la scorsa settimana. Immagino si presenteranno in tanti dall’estero. Spero che qualcuno Italiano, magari proprio di qui, sia competitivo anche nella fase finalissima.</p> <p><em>EO</em>: Lo sapremo tra poche settimane, dopo i seminari pubblici dei candidati, quelli che seguono la valutazione internazionale.</p> <p><em>LM</em>: Forti quei seminari! Lo scorso mese un candidato per un posto di <em>Young Research Leader</em> fu messo al muro da un dottorando, che gli aveva fatto notare come l’ipotesi centrale del suo progetto di ricerca fosse poco credibile. La critica fu tosta e non credo che quel poveretto abbia fatto una bella figura. Il Consiglio Accademico potrebbe aver tenuto conto di quella critica, cosi’ ben posta. E mi sa che avranno anche bacchettato i revisori stranieri…</p> <p><em>EO</em>: Notevole…</p> <p><em>LM</em>: Cosa?</p> <p><em>EO</em>: Che durante un seminario pubblico, uno studente possa determinare se perderai il posto…</p> <p><em>LM</em>: Non ci vedo niente di strano. Che vuoi dire?</p> <p><em>EO</em>: Ma tu sei proprio un ingenuo… Certo che hanno ragione quando dicono che chi non conosce la storia dovrebbe riviverla. Ma tu hai mai sentito parlare dei concorsi pubblici per posti di ricercatore e prof?</p> <p><em>LM</em>: Eccola qui…arriva la solita saputella…</p> <p><em>EO</em>: Sfotti sfotti…intanto qualcuno ha lottato perche’ i concorsi pubblici sparissero; tu sei qui a goderne i benefici e non capisci nemmeno quanto sia fortunato. Evidentemente non hai mai partecipato ad un concorso finto.</p> <p><em>LM</em>: Nemmeno tu!</p> <p><em>EO</em>: Ovvio che no, ma mio padre partecipo’ a piu’ di uno, e si trovo’ anche in Commissione Concorso, minacciato di comportarsi bene e non contraddire le decisioni del Presidente. Anni fa se ne vedevano delle belle. Non contava quello che potevano pensare di te i colleghi piu’ forti del settore, quelli che oggi tu immagini siano in Malaysia, che so, o nelle Universita’ del Kazakhstan. Non c’era alcun modo perche’ gli si potesse dar voce. Non contava quanti articoli tu avessi pubblicato, i servizi prestati in riviste e commissioni di associazioni, i premi che avevi ricevuto, le relazioni che avevi dato su invito…</p> <p><em>LM</em>: Si vabe’…mi stai dicendo che se sapevi cucinare bene il pesce spada avevi piu’ chance di vittoria…</p> <p><em>EO</em>: Spiritoso…dipendeva poco da te e molto da chi ti sosteneva, lo staff permanente all’interno dello stesso laboratorio/ente in cui tu stavi cercando di entrare. Se il tuo protettore era potente e tu gli piacevi, allora qualche opportunita’ l’avevi. Ma tu te l’immagini la frustrazione di chi si presentava a questi concorsi con la speranza di vincerli?</p> <p><em>LM</em>: Ma io ‘sta cosa non l’ho mica mai capita. Come facevano ad occultare un buon curriculum?</p> <p><em>EO</em>: Lo dico io che sei ingenuo! Scrivevano le regole del concorso in modo che contasse poco quello che c’era nel tuo CV. In alcuni casi, di fronte a dei candidati scomodi, scrivevano le regole della selezione in modo che questi fossero penalizzati, che gli tagliassero le gambe. Magari regole scritte in modo che le cose che aveva fatto in passato non erano pertinenti la selezione in corso…un modo lo trovavano sempre per favorire chi volevano. C’erano delle eccezioni, piuttosto rare per la verita’, e venivano portate come esempio della regolarita’ del sistema. Mah.</p> <p><em>LM</em>: Cosi’ si premiava chi era stato meno mobile e piu’ asservito!</p> <p><em>EO</em>: Bravo, vedo che il gelato ti ha rimesso in funzione le sinapsi. Torniamo a lezione, va’…</p> La ricerca come avventura o come battaglia? 2009-03-25T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/25/la-ricerca-come-avventura-o-come-battaglia <p>Nel 2006 <em>Nature</em> pubblicava una lettera[1] di un professore di Fisica olandese che, commentando un’editoriale[2] apparso poco prima sulla stessa rivista, sosteneva che la ricerca scientifica è un’avventura (lunga anche tutta la vita) piuttosto che una battaglia continua. Tre anni dopo, in tempi di “grossa crisi” e di vacche magre, vorrei prendere una sua frase, che traduco dalla sopracitata lettera, come incoraggiamento a tutti quelli che ci stanno provando, comunque, anche quando le probabilità sono bassissime e quando dall’estero ci ridono su, come fecero gli amici in Québec quando gli raccontai del rateo di successo nella gara a cui presi parte lo scorso anno:</p> <blockquote> <p>… è vero che è difficile assicurarsi i finanziamenti (per la ricerca, ndT), tuttavia quasi tutti quelli che conosco e che hanno provato a risottomettere il loro progetto ce l’han fatta, alla fine.</p> </blockquote> <p>Chiaramente lui scriveva dall’Olanda.</p> <table> <tbody> <tr> <td>[1] Nature 439, 18 (5 January 2006)</td> <td><a href="http:/.dx.doi.org/doi:10.1038/439018c">doi:10.1038/439018c</a></td> </tr> </tbody> </table> <table> <tbody> <tr> <td>[2] Nature 438, 429 (24 November 2005)</td> <td><a href="http:/.dx.doi.org/doi:doi:10.1038/438429a">doi:doi:10.1038/438429a</a></td> </tr> </tbody> </table> Meno canne, fratello 2009-03-24T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/24/meno-canne-fratello <p>Spolverando nella casella della mia posta elettronica trovo l’indice del numero di Marzo di <em>Nature Reviews Cancer</em>, un rivistone di quelli seri. Tra l’altro, noto un lavoro[1] che mi colpisce: i giovani maschi che fumano cannabis sono a rischio aggiuntivo di cancro al testicolo. Il rischio di sviluppare un cancro al testicolo - spontaneo - è basso, ma, secondo questo studio, quasi raddoppia se si fuma cannabis abitualmente. <a href="http://www.nature.com/nrc/journal/v9/n3/full/nrc2617.html">L’editoriale</a> della stessa rivista, comunque, invita alla cautela sulle conclusioni di questo studio che dovrà esser replicato su un campione più ampio prima di dare l’allarme. Intanto io preferisco bere una lattina di chinotto.</p> <p>[1] Nature Reviews Cancer, <a href="http://dx.doi.org/doi:10.1038/nrc2617">Cannabis and Cancer Link</a></p> Click! Progetto chiuso 2009-03-24T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/24/click-progetto-chiuso <p>Mi è difficile descrivere la sensazione. Ieri notte alle 12:01AM ho cliccato sul bottone di consegna, e sono stato salutato con questo messaggio: Progetto chiuso. <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/27t.jpg" alt="" /> Sollevato, rinfrancato. Pochi minuti dopo devo essermi addormentato di sasso, finalmente. Non è stato il progetto degli ultimi anni su cui ho lavorato di più. Però l’ho sofferto perché ho accusato un forte ritardo; non riuscivo a trovare alcuna ispirazione. Mi è giunta dopo una pausa pranzo, qualche giorno fa, mentre percorrevo i viali de L’università La Sapienza. Non esattamente un momento <em>Eureka</em>, ma almeno l’impressione di essere stato visitato da un Eurekino l’ho avuta. Da quel momento ho iniziato a marciare ad un ritmo diverso. Al solito, occorrerà che ne siano convinti anche i revisori.</p> <p>Da oggi si riprendono le attività sperimentali ordinarie. Due stanze più in là c’è un nuovo arrivo, un ragazzo Inglese che è venuto a fare il suo primo post-doc qui a Roma. Sono rarissimi gli stranieri che fanno questa scelta. Ma il suo nuovo capo è uno in gamba e questa è già un’ottima ragione per essere qui.</p> Scusate il ritardo 2009-03-23T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/23/scusate-il-ritardo <p>26 ore alla scadenza per la presentazione di un progetto di ricerca per il bando ministeriale rivolto ai giovani ricercatori <em>under 40</em>. Cerchero’ di completare il mio questa notte. Ci sono quasi. A domani, Massimo</p> Il barone dimezzato 2009-03-19T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/19/il-barone-dimezzato <p>A proposito di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/119/attrezzature-condivise-piu-liberta">apparecchiature di laboratorio</a> condivise, parlavo l’altro giorno con il mio ex prof, Roger, in New Jersey, perché finalmente stiamo per inviare il nostro ultimo manoscritto ad una rivista, e lui mi spiegava che ha avuto delle settimane molto movimentate per il trasloco nei nuovi laboratori. Li vidi questi nuovi laboratori, fichissimi, nuovissimi, luminosissimi, in un edificio adiacente quelli vecchi. In quei laboratori il concetto di condivisione delle apparecchiature raggiungeva una dimensione nuova: si condivide la stanza in cui si lavora. E’ un po’ come essere in un supermercato, ma con gli scaffali più bassi, destinati alle apparecchiature da banco ed alle postazioni dei post-doc, e senza la musichetta easy-listening di sottofondo. Ciascun <em>principal investigator</em> (capo progetto), in possesso di uno o più finanziamenti, ha a disposizione una o più corsie. Io che sono giovane avrei una parte grande come la zona per le spezie da cucina. Roger, che è già un prof. ordinario, avrebbe tanto spazio quanto la zona dove c’è la pasta, riso e cereali per la colazione. Immediatamente accessibili alle corsie, numerosi laboratori condivisi con la strumentazione più all’avanguardia, di cui parlavo nel post dell’altro giorno. Chiesi a Roger perché non c’avessero pensato prima ad una soluzione del genere, perché ne vedevo solo vantaggi. Lui mi sfidò, come spesso faceva: “Prova a pensare quale è il vantaggio di una struttura modulare per l’Università, non quello per il ricercatore”. Non ci arrivai. La risposta era questa: se perdi un finanziamento e paghi corrispondentemente meno nelle casse dell’Università, il tuo spazio si riduce perché, presumibilmente, avrai meno studenti e post-doc a lavorare per te. Lo spazio che hai ceduto andrà ad altri che in quel momento sono più lanciati di te. Se poi le cose dovessero andare meglio, riavrai il tuo spazio ed anche di più. E’ facile cedere un pezzo di bancone, meno facile cedere una stanza intera. Ma voi ve lo immaginate un professore ordinario, in Italia, cedere parte del proprio castello al più giovane arrivato, plurifinanziato e lanciatissimo ricercatore?</p> Baby losers 2009-03-19T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/19/baby-losers <p><a href="http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_19/focus_italia_non_paese_per_giovani_6360683a-143c-11de-9dd5-00144f02aabc.shtml">Mamma santissima</a></p> <p>Buon San Giuseppe.</p> Attrezzature condivise = più liberta ? 2009-03-16T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/16/attrezzature-condivise-piu-liberta <p>Sono alle prese con la seconda parte della preparazione del progetto di ricerca per la gara rivolta ai “giovani ricercatori”, alla sua seconda edizione. in particolare devo definire come intendo raggiungere i risultati che mi propongo, con quali esperimenti, con quali attrezzature di supporto. Queste dovranno essere, in larghissima misura, attrezzature già esistenti perché i fondi resi disponibili ai vincitori non potranno essere utilizzati per acquistare nuovi macchinari. Semmai, piccoli strumenti da banco come una centrifuga, un bagnetto termostatico, magari un termociclatore etc.</p> <p>Mi piacerebbe poter dare per ‘scontato’, invece, che avrò a disposizione attrezzature per la tecnica X ed altre per la tecnica Y, che pagherò - con il denaro del finanziamento - solo all’utilizzo, come per il <em>Car Sharing</em>. Mi piacerebbe se esistessero dei laboratori attrezzati per fornire strumentazione funzionante, aggiornata, con supporto tecnico, a chiunque ne abbia bisogno e che ne potrebbe fruire su prenotazione, pagando solo per l’uso che ne fa. Era così in USA ed evidentemente mi sono abituato fin troppo bene. Di recente, devo però ammettere, per l’esperimento con i DNA microarray, qui da Roma ci siamo rivolti proprio ad una struttura-servizio, a pagamento, ma extra-murale. Acquisire i macchinari ed il <em>know-how</em> sarebbe stato un progetto mastodontico, lontano dagli scopi della nostra ricerca.</p> <p>La maggior parte dei ricercatori più maturi preferisce comunque avere i propri strumenti di battaglia, e non doverli dividere con nessuno. Certe cose sono davvero personali, come l’incubatore per le cellule, il pipettatore o il computer portatile, che è un po’ come il telefono cellulare. E poi, disporre di attrezzature proprie giustifica la necessità di spazio per ospitarle, dunque delle stanze dedicate alle proprie attività di laboratorio. Ci sono però tante strumentazioni costose, sia da acquistare sia da manutere, che non tutti possono permettersi. Manutenerle in modo più collettivo può risultare in una spesa complessivamente inferiore ed una manutenzione più efficiente. Oltretutto, una struttura condivisa offre anche altre opportunità di lavoro a chi la gestisce. Un giovane ricercatore che volesse cercare di affermare la sua indipendenza potrebbe risultare più competitivo quando si appoggia ad una struttura con strumentazioni condivise: non le dovrà acquistare ma potra’ servirsene all’occorrenza, contando sempre sul loro corretto funzionamento. Non dovrà cercare favori per l’utilizzo di attrezzature per i suoi esperimenti, favori che non potrebbe ricambiare. Ecco qui, in queste righe, un’idea piccola piccola per rendere la nostra ricerca Italiana <em>tanticchia</em> più libera.</p> Cartacce binarie 2009-03-14T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/14/cartacce-binarie <p>Scatoloni contenenti carte, sopratutto fotocopie, mi hanno accompagnato negli ultimi dieci anni nei vari traslochi, una decina, abbondante, tra l’Inghilterra, l’America e l’Italia. Tra le cartacce, anche delle fotocopie di articoli ritenuti ‘rari’, che furono il fondamento di una parte di ciò che produssi durante il mio dottorato, e che ottenni su richiesta alla British Library, a Londra. Pagine preziose che non ho mai avuto il coraggio di buttar via, e che giacciono ora presso la mia scrivania all’Istituto Superiore di Sanità. Ma aveva ragione Roger quando mi disse, in vista del mio rientro in Italia, che lui non avrebbe portato indietro con sè tutte quelle cartacce, dal momento che oggi si possono trovare quasi tutte su Internet. Ed infatti, più o meno ovunque si lavori esiste un accesso via internet ad archivi di pubblicazioni scientifiche immensi, accessibili anche da casa, tramite autenticazione, ai ricercatori, ma anche ai pazienti che necessitino informazioni sulle loro cure. Negli anni, questi archivi sono diventati così estesi da includere anche articoli molto antichi, grazie alla scansione di vecchi documenti cartacei, come <a href="http://www.jstor.org/?cookieSet=1">JStor</a>. Ad ogni modo Roger, seppur convinto di ciò che diceva, acconsentì al pagamento della spedizione di quei pacchi.</p> <p>Oggi mi trovo sempre più spesso a leggere articoli nel loro formato elettronico, direttamente dal computer[1], e stampo sempre più raramente un articolo che voglio leggere. Presto butterò via quelle stampe e quelle fotocopie, e per le stesse ragioni, un giorno, forse butterò via anche la collezione di <em>The Economist</em> che occupa prepotentemente una delle mie mensole in camera da letto, che una volta è pure crollata. Non sarà esattamente una casa minimalista, perché c’è comunque un casino pazzesco, ma sarà più essenziale. Non sono ancora pronto a buttare via libri. Per quelli mi ci vorrà del tempo. Davide, non storcere il naso, tu che dici che del libro vuoi sentirne l’odore.</p> <p>Ma c’è un valore aggiunto nel leggere gli articoli scientifici su un computer, e sono le <em>annotazioni</em> elettroniche che si posson fare. Le fotocopie che mi sono portato dietro nei tanti traslochi sono dei collage di commenti, idee, scarabocchi a matita, tra una macchia di caffè ed una di unto. Quei commenti, e tutto il valore che possono avere per la nascita di una nuova idea, sono sostanzialmente introvabili anche a me stesso. Se sto pensando ad un esperimento, è difficile che la mia memoria mi riporti a quello che ho scritto 4 anni fa leggendo un lavoro di un collega. Ad un seminario agli studenti della NYU a New York, il Professor Sun invitava gli studenti a prendere la buona abitudine di annotare tutto in formato elettronico. Un giorno, alle prese con i loro studi, avrebbero digitato nel motore di ricerca del loro archivio digitale le parole chiave che non li faceva dormire la notte, e quello gli avrebbe resituito non solo tutti quegli articoli che già contenevano quelle parole chiave, ma anche tutti quegli articoli in cui quelle parole chiave erano state inserite come annotazioni personali. Ed è così che nascono nuovi collegamenti tra frammenti di conoscenze prima mai intersecatisi. Così si spera di poter esclamare <em>Eureka</em>!</p> <p>[1] Prima o poi passero’ anche io a quella cosa, ritenuta da molti blasfema, che e’ il libro elettronico. Uno di questi e’ il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Amazon_Kindle">Kindle</a> di Amazon. Ma pare che anche lo <a href="http://www.apple.com/ipodtouch/">iPod touch</a> vada benone per chi vuole leggere articoli scientifici in PDF, tramite l’interfaccia con un software fichissimo e che sia chiama <a href="http://mekentosj.com/papers/">Papers</a>.</p> piacere, B-2817-2008 2009-03-11T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/11/piacere-b-2817-2008 <p>Tutti i lettori che rispondono al nome di Calogero Spandapicchio possono stare tranquilli. Ma se ti chiami Mario Rossi, o Gennaro Esposito, e vuoi che qualcuno trovi agevolmente tutte le pubblicazioni scientifiche in cui figuri come autore, mi sa che sei nei guai. Lo sanno bene anche i Cinesi, i cui nomi sono poco ‘unici’, con tutti quegli Zhou, Li e Chang. L’anno scorso ne parlò anche Martin Fenner sul <a href="http://network.nature.com/people/mfenner/blog/2008/02/17/are-names-important">Nature Network</a>. E saranno guai anche se ti chiami Irene Sandri, poi ti sposi e ti chiami Irene Russo: figurerà che la Sandri non pubblica più, e comparirà, dal nulla, la ricercatrice Irene Russo. Che si tratti della stessa persona lo sa la Irene, il marito e pochi altri. Per circumnavigare questo problemuccio si potrebbe dovere ricorrere ad un’identificazione univoca dei ricercatori, con una sigla di qualche tipo, e fare in modo che questa identificazione sia presente, oltre al loro nome, in ogni pubblicazione scientifica a cui abbiano contribuito. Del resto, il signor Pinto M ha pubblicato, secondo l’archivio PubMed, quasi <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/portal/utils/pageresolver.fcgi?log$=activity&amp;recordid=1236695786405276">800 articoli</a> che, ahime’, non sono tutti miei.</p> <p>Un articolo di Bourne &amp; Fink di un paio di mesi fa[1] partiva dal fenomeno <a href="http://claimid.com">OpenID</a> (mi ci sono messo anche <a href="http://claimid.com/massimopinto">io</a> seguendo l’esempio di alcuni colleghi Britannici), possibile soluzione al problema delle tante User ID e passwords che dobbiamo ricordare per accedere a siti protetti. L’articolo spiegava che nel caso della ricerca esiste un prodotto analogo ad OpenID, ma, pur essendo per ora gratuito, è proprietario della Thomson Scientific e si chiama <a href="http://www.researcherid.com">ResearcherID</a>. Thomson potrebbe imporne un uso a pagamento, un giorno o l’altro, e di sicuro uno strumento gratuito, come <a href="http://www.scopus.com/scopus/home.url">Scopus</a> di Elsevier potrebbe guadagnarsi una diffusione maggiore.</p> <p>Vista l’epidemia del mondo accademico di valutare i ricercatori e la loro produttività in moto automatico, con indicatori numerici, e visto che ancora non ne siamo guariti, tanto vale esser sicuri che, se dobbiamo esser valutati, almeno lo siamo per tutto ciò che abbiamo pubblicato. Dunque…oltre che ad avere un nome ed un cognome, occorrerà presto presentarsi anche con il nostro identificatore univoco.</p> <blockquote> <p>Ci siamo già visti, magari ad un altro congresso? Ad ogni modo, molto piacere, io mi chiamo <a href="http://www.researcherid.com/B-2817-2008">B-2817-2008</a>.</p> </blockquote> <p>[1] Bourne PE, Fink JL (2008) I Am Not a Scientist, I Am a Number. PLoS Comput Biol 4(12): e1000247. <a href="http://dx.doi.org/doi:10.1371/journal.pcbi.1000247">http://dx.doi.org/doi:10.1371/journal.pcbi.1000247</a></p> Droga, proibizionismo, liberalizzazione 2009-03-10T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/10/droga-proibizionismo-liberalizzazione <p>Il problema del proibizionismo e della liberalizzazione delle droghe è vecchio come il cucco. Come scrive <em>The Economist</em> questa settimana, nell’articolo[1] di cui alla copertina del settimanale, si tratta di un dilemma di almeno cento anni. L’articolo, sul quale ci sono già 414 commenti online dei lettori, dovrebbe essere di vostro interesse sia che voi siate di una corrente o dell’altra. Un passaggio mi ha colpito e ve lo segnalo:</p> <blockquote> <p>Il prezzo di una sostanza illegale è determinato più dal costo della sua distribuzione che dalla produzione. Prendiamo ad esempio la cocaina: il guadagno dal campo di coca al consumatore è di un fattore 100. Anche se la somministrazione di diserbanti sui raccolti degli agricoltori quadruplica il prezzo locale delle foglie di coca, questo tende ad avere un impatto minimo sul prezzo di strada (al consumatore), che viene principalmente stabilito dal <em>rischio</em> di fare entrare la cocaina in Europa o negli USA.</p> </blockquote> <p>Poffarbacco. Faremmo meglio a concentrare gli sforzi contro il narcotraffico a casa nostra piuttosto che spargere diserbanti in Afghanistan e Myanmar.</p> <p>[1] <a href="http://www.economist.com/opinion/displaystory.cfm?story_id=13237193">How to stop the drug wars</a>, The Economist, 5 Marzo 2009.</p> La disavventura di Salvo 2009-03-07T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/07/la-disavventura-di-salvo <p>Oggi navigherò su un terreno un pò scivoloso, raccontando una brutta storia di lavoro che ha visto come protagonista (leso) un mio amico. Su questo blog lo chiamerò Salvo, che almeno è di buon auspicio. A parte l’uso di uno pseudonimo, questo è un racconto basato sulla sua testimonianza diretta. Non c’è nulla di romanzato. Salvo ha da poco terminato il suo dottorato di ricerca in una disciplina molto specialistica, ed essendo un ragazzo in gamba, ben seguito dal suo mentore, è diventato uno dei pochissimi esperti italiani del settore, che praticamente si contano sulle dita di una, forse due mani. Tanto di cappello. Considerando il panorama delle opportunità di ricerca scientifica, le prospettive di lavoro e la sua inclinazione personale, Salvo si era “guardato intorno” ed ha sostenuto un paio di colloqui in azienda, fino a quando ha trovato un’opportunità che gli è parsa interessante. Ha chiesto consiglio ed ha avuto delle buone referenze: chi gli offriva lavoro era persona fidata. Salvo ha contrattato le condizioni contrattuali, fino a che non ha avuto un’offerta buona, con stretta di mano, sguardo di intesa ed accordo di firmare il contratto alle ore 17 di qualche giorno fa. Salvo ne ha parlato con il suo capo e mentore, che ci è rimasto male perché aveva, ed ha, stima di Salvo. Il suo capo era sicuro che, nonostante le difficoltà, Salvo si fosse ritagliato uno spazio promettente che in un modo o in un altro lo avrebbe traghettato oltre la fase acuta di crisi che sta attraversando la ricerca in questo momento. Ma Salvo la decisione di lasciare la ricerca scientifica accademica per quella applicata l’ha presa e, come si conviene tra persone civili, ha aiutato il suo capo nel trasferimento delle sue conoscenze al ragazzo che sarebbe venuto a lavorare al posto suo, sui fondi che Salvo, andando via, stava liberando. Alle ore 15 del giorno in cui Salvo doveva andare a firmare il contratto in Azienda, gli vien detto, via email, che non se ne fa più nulla perché, guarda caso, non ci son più fondi disponibili per assumerlo. Due ore prima. Via <em>email</em>. Nel frattempo, i fondi dello stipendio post-doc di Salvo sono già stati trasferiti al suo successore e, di fatto, Salvo è improvvisamente senza lavoro, e senza il tempo di correre ai ripari. In ambienti più “bastardi”, Salvo avrebbe dovuto tenere il suo capo all’oscuro di tutto ed annunciare le sue dimissioni solo dopo aver firmato il nuovo contratto in Azienda. Ma questo avrebbe causato enormi disagi al suo capo, e queste cose, nella ricerca, <em>non</em> si fanno. Mai. Per quanto possa, il capo di Salvo si è battuto per impegnare altri fondi per pagare uno stipendio a Salvo, seguendo una logica di rispetto e di umanità che contraddistingue questo ambiente, ma si tratta di un fondo di breve durata che basterà solo per qualche settimana.</p> <p>Un brutto caso sfortunato, di ‘mala’ ricerca privata, o un caso rappresentativo dello scenario non Accademico?</p> Non esattamente come previsto 2009-03-04T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/04/non-esattamente-come-previsto <p>Intorno al 1983, un ricercatore Italiano di nome Gregorio Olivieri si trovò a trascorrere del tempo presso il laboratorio di Sheldon Wolff, a San Francisco. Nel corso della sua permanenza, Olivieri tirò fuori dei risultati interessanti, rispetto a cui, come mi fu riferito da persone che lo conoscevano bene, lui stesso nutriva dei dubbi. Non tanto sul rigore con cui li aveva prodotti, quei dati, quanto sul loro significato. Nel 1986 veniva quindi pubblicato un lavoro[1] che rappresentò una svolta radicale dalla vecchia concezione, quella secondo cui il danno biologico da radiazioni ionizzanti è additivo ed è direttamente legato al danno sul DNA. Olivieri e colleghi mostrarono che piccole dosi di radiazioni ionizzanti potevano predisporre delle cellule in coltura a fronteggiare con maggiore efficacia il danno prodotto da una dose di radiazioni maggiore, impartita qualche tempo dopo. A seconda delle vostra prospettiva, questo potrebbe sembrarvi simile ad un fenomeno di immunizzazione, o sensibilizzazione. Ti dò un pizzicotto prima di darti uno schiaffetto, e questo ti farà meno male. Sembrò strano che le radiazioni ionizzanti potessero indurre cio’ che veniva chiamata “risposta adattativa”, perché si credeva, all’epoca, che il danno al DNA fosse sempre additivo: maggiore la dose, maggiore il danno. Con la risposta adattativa, una dose piccola seguita da una dose più grande sortivano un effetto inferiore a quello provocato dalla dose grande, quando questa veniva impartita da sola. Il mese scorso di Febbraio segnava il passaggio di 25 anni da quella pubblicazione, a cui hanno fatto seguito molte, molte altre pubblicazioni e progetti sulla risposta adattativa, argomento su cui ho lavorato anche io sia mentre ero in USA, sia adesso, qui a Roma. Nel gruppo di ricerca con cui collaboro, alcuni miei colleghi stanno mettendo su degli esperimenti sulla risposta adattativa. Prima di arrivare agli aspetti più originali degli esperimenti che si prefiggono-ci prefiggiamo di effettuare, abbiam pensato di eseguire degli esperimenti pilota, per vedere innanzitutto se siamo in grado di misurare la risposta adattativa classica, quella descritta da Olivieri e colleghi. ‘Siamo in grado’ significa che non siamo un branco di <em>spipettati</em>, che i nostri strumenti funzionano bene e così le nostre colture cellulari. La prima prova è finita ieri, Martedì e la misura riporta, perentoria e sicura di sé, l’esatto <em>contrario</em> di ciò che trovarono Olivieri e colleghi. Mi sa proprio che abbiam torto noi, che abbiamo sbagliato qualcosa, perché la risposta adattativa c’ha da essere, nelle condizioni che stiamo provando, nella coltura cellulare che usiamo in laboratorio. Ma cosa sia andato storto, questo non l’abbiamo capito. Le misure al microscopio sono state fatte senza conoscere l’identità dei campioni, per non essere influenzati dal risultato che si sperava di trovare. L’occasione, si sa, può fare il ricercatore baro, anche se lui non lo voleva “davvero”. Ma proprio “denudandosi” di fronte alla misura, asservendosi senza minimamente influenzarne il risultato, è possibile accettare tutto ciò che ne vien fuori, senza troppo sconforto, anche se non è come te lo aspettavi. Certo, dopo un paio di giorni trascorsi al microscopio, mi sarebbe piaciuto avere un risultato “grazioso”, ma non mi son sconvolto troppo. Ho passato di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/14/maledetto-atomo-di-ossigeno">peggio</a>. Stiamo già ripetendo l’esperimento, stando attenti ancora di più a quelle cose che potrebbero essere andate poco lisce la prima volta. Quando avremo dimostrato che la risposta adattativa c’è, allora andremo avanti con il resto del lavoro.</p> <p>[1] Olivieri G. et al, Science 10 Febbraio 1984, <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.6695170">pp 594-597</a></p> Venter, l'antipatico 2009-03-02T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/03/02/venter-lantipatico <p>Craig Venter, il ricercatore a capo della <em>Celera Genomics</em> che riusci’ a sequenziare il genoma umano piu’ in fretta del consorzio finanziato da denaro pubblico, e’ antipatico a molti, per il suo approccio ribelle, anticonformista. Antipatico o no, la storia dimostra che e’ stato un visionario ed un innovatore. E certamente non si e’ fermato al genoma umano. Nel numero di <em>Seed</em> di Dicembre, che ho iniziato a sfogliare solo ieri pomeriggio, in una domenica romana piovosa, c’e’ un articolo[1] scritto di suo pugno in cui Venter racconta come la biologia sia cambiata da quando lui ottenne il suo PhD, nel 1975, ripercorrendo gli eventi che segnarono la corsa alla stesura della prima bozza di genoma umano. Nove anni dopo il conseguimento del suo PhD, Venter si sposto’ a Washington, al National Institute of Health (NIH), insieme al gruppo di ricerca di sui era gia’ direttore. A proposito di questa esperienza, mi colpiscono alcune parole di Venter, che traduco</p> <blockquote> <p>…Ero stato un ricercatore di successo, essendomi procurato fondi extramurali[2], ma la possibilita’ di ricevere un budget generoso per le mie ricerche, senza dover inseguire i grants, affascinava sia me sia il mio gruppo. Ecco che si presentava un’opportunita’ per fare ricerca che guardasse ben oltre i quesiti del prossimo grant. Tuttavia, con mio stupore, pochi allo NIH la pensavano come me. Invece, mi accorsi che anche se quasi ogni laboratorio del programma intramurale (contrapposto, appunto, a quelli con fondi extramurali, ndT) era ben finanziato, la maggior parte della ricerca fatta li’ era mediocre. Soltanto una parte di quei ricercatori traeva davvero vantaggio dalla disponibilita’ di fondi essenzialmente illimatata, correndo rischi e provando cose nuove (relativamente alla complessita’ della ricerca da condurre, ndT).</p> </blockquote> <p>Mi pare puntuale la critica di Venter: in USA, dove la maggior parte dei ricercatori deve procurarsi i fondi di ricerca con le gare, a lui sembrava che chi ne poteva disporre <em>ad libitum</em>, dei privilegiati, ne faceva un uso cattivo. Uno spreco, insomma. Seguendo il pensiero di Venter, e’ incoraggiante, forse, che in Italia si stia abbandonando il modello di finanziamenti ‘a pioggia’, dove tutti prendono pochissimo, ed in cui i ricercatori debbano scrivere progetti di ricerca e competere con i propri colleghi per la loro assegnazione. Purche’ ci sia un budget adeguato per garantire che almeno 1 su 5 riceva il finanziamento, altrimenti il sistema vacilla.</p> <p>[1] The State of Science 2008. <a href="http://seedmagazine.com/stateofscience/sos_feature_venter_p1.html">Bigger, Faster, Better</a></p> <p>[2] Nei paesi anglosassoni, nella maggior parte dei laboratori di ricerca, e sempre piu’ anche in Italia, i finanziamenti per gli esperimenti devono esser cercati al di fuori del proprio istituto (extramurali). L’istituto offre l’ospitalita’, i locali per i laboratori e gli stipendi allo staff permanente. Questi finanziamenti (grants) sono assegnati con competizioni basate sulla revisione tra i pari (peer review) e forniscono, oltre agli strumenti ed i materiali di consumo, gli stipendi per lo staff non permanente, come gli studenti di dottorato ed i post-docs. Di contro, alcuni laboratori forniscono questi fondi senza chiedere ai ricercatori di scrivere progetti di ricerca ogni 2-3 anni, liberandoli da una incombenza scomoda, quasi totalizzante.</p> Nature punta sui blog 2009-02-26T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/26/nature-punta-sui-blog <p>L’editoriale pubblicato oggi su Nature[1] inneggia all’uso del blogging per la comunicazione della scienza al (grande) pubblico. E’ peculiare che lo faccia una rivista scientifica, perche’ quando un ricercatore parla della (sua) ricerca su un blog, di fatto, sta attirando lettori verso il suo blog, non verso la rivista stessa. Ma visti i magri successi dei tentativi, fatti da altre riviste come <em>Cell</em> e <em>PLoS ONE</em>, di stimolare dibattito online sui loro portali, <em>Nature</em> ritiene che il blog, con il suo carattere piu’ informale, piu’ direttamente ritagliato intorno allo stile del suo autore, possa avere piu’ <em>chance</em> di successo. L’editoriale continua poi cosi’:</p> <blockquote> <p>[…] Inoltre, ci sono dibattiti pubblici che avrebbero molto da guadagnare dalla voce incensurata dei ricercatori. Un buon blog consuma gran parte del tempo libero che uno o piu’ ricercatori ad esso completamente dediti gli dedicano per scrivervi e per moderarlo. Ma questo puo’ fare la differenza nella qualita’ e l’integrita’ della discussione con il pubblico.</p> </blockquote> <p>All’editoriale e’ associato un dibattito pubblico online sul tema, a questo indirizzo <a href="http://tinyurl.com/c6zoq6">http://tinyurl.com/c6zoq6</a>, sul <em>Nature Network</em>.</p> <p>[1] Nature 457, 1058 (26 February 2009) <a href="http://dx.doi.org/doi:10.1038/4571058a">doi:10.1038/4571058a</a>;</p> Due eventi in ISS sulle basse dosi 2009-02-23T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/23/due-eventi-in-iss-sulle-basse-dosi <p>Duplice segnalazione. Nella seconda metà di questa settimana, all’Istituto Superiore di Sanità, dove lavoro io stesso, ci saranno due eventi notevoli, nell’ambito delle ricerche sugli effetti delle basse dosi di radiazioni ionizzanti, l’argomento del mio studio e ricerca.</p> <p>Giovedi 26 Febbraio la Dr.sa Maria Grazia Andreassi darà un seminario dal titolo “I danni a lungo termine dell’imaging radiologico: cancro e malattia cardiovascolare”. Si tratta degli effetti di alcune pratiche radiologiche, quali fluoroscopia interventistica e TAC, tecniche che impartiscono dosi di radiazioni ionizzanti non esattamente trascurabili ed il cui utilizzo (in particolare quello delle TAC) è cresciuto nella pratica radiologica.</p> <p>Il giorno seguente, Venerdi 27 Febbraio, ci sarà un’intera <a href="http://www.iss.it/tesa/appu/cont.php?id=198&amp;lang=1&amp;tipo=21">giornata dedicata</a> al rischio (di cancro e malattie cardiovascolari) legato all’esposizione a basse dosi di radiazioni ionizzanti, che include anche la diagnostica, di cui si sarà parlato il giorno precedente. Il tema della giornata è: “La valutazione dei rischi sanitari delle basse dosi di radiazioni ionizzanti: la ricerca italiana e le sue prospettive nel contesto europeo”. Interverranno ricercatori senior di diversi enti pubblici di ricerca ed università Italiani. Chissà che non ci si incontri?</p> Ken, Barbie e geni con nomi strani 2009-02-20T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/20/ken-barbie-ed-i-geni-con-nomi-strani <p>Sto studiando l’articolo per l’intervista telefonica di oggi pomeriggio, quella che sara’ inserita nel <a href="http://www.radres.org/podcast">Radiation Research Podcast</a> di Febbraio. L’articolo va in dettaglio nella catena di eventi di <em>signaling</em> di TGF-beta, un fattore di crescita (growth factor) che sta piu’ o meno alla base di tutto. Alcune delle proteine coinvolte in questo <em>signaling</em> molecolare sono le <em>smad</em>, che si trovano nel citoplasma. Se siete persone normali, vi chiederete come mai questi nomi sono cosi’ strani. <em>smad</em>, per esempio, significa <a href="http://tinman.nikunnakki.info/?q=node/52">small mothers against decapentaplegic</a>, ovvero <em>piccole madri contro la decapentaplegia</em>, un nomignolo curioso. Scopro allora che sul web c’e’ un archivio di geni con nomi strani, e consultandolo, non posso esimermi dal segnalarvi <em>Ken e Barbie</em>, un gene del moscerino della frutta, <em>D. Melanogaster</em>, che, se mutato, non fa crescere gli organi genitali esterni ai moscerini maschi o femmine. Proprio come Ken e Barbie. Mai piu’ un giorno senza consultare l’archivio.</p> Tranne l'Africa, la Groenlandia e l'Antartide... 2009-02-18T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/18/tranne-lafrica-la-groenlandia-e-lantartide <p>Alle prese con la preparazione dei documenti necessari per la prima parte della ‘sottomissione’ dei progetti di ricerca per la selezione destinata agli <a href="http://www.ministerosalute.it/bandi/dettaglio.jsp?id=48">under 40</a>, mi imbatto nelle <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/9/come-potete-giudicare">metriche</a>. <em>h index</em>, <em>impact factor</em> e tutte questi bei numerielli che <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/28/h6">ci giudicano</a>, impietosi, e che pare verranno utilizzati dagli arbritri per capire chi ha maggior potenziale. Fortuna che esistono degli strumenti gratuiti, sul web, che ci aiutano in questi calcoli. <a href="http://www.researcherid.com/">ResearcherID.com</a> fornisce anche dati di bell’aspetto. Oltre a dirmi chi mi ha citato, da quale istituto, in quale anno e parapim-parapam, su questa mappa si vedono i paesi da cui sono provenute citazioni a tutte le mie pubblicazioni scientifiche. <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/26t.jpg" alt="" /> Mi rallegra notare che tranne l’Africa, la Groenlandia e l’Antartide…sono stato ‘letto’ e citato un po’ ovunque sul pianeta. Oooooh. Chissa’ che non impressioni anche gli arbitri. Spero di no, e che guardino piu’ in profondita’.</p> RNA atto secondo, giovani ricercatori, armadillo 2009-02-16T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/16/rna-atto-secondo-giovani-ricercatori-armadillo <p>Settimana piuttosto intensa, questa appena iniziata. Oltre ad un cocktail caotico di visite mediche ed impegni extramurali non prorogabili, rigorosamente nella parrte centrale della giornata, occorre effettuare la <em>seconda</em> spedizione dello RNA per l’esperimento di cDNA microarray, visto che al <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/103/in-bocca-al-lupo-guaglio">primo tentativo</a> il corriere si e’ gentilmente riservato di interpretare l’indicazione “materiale deperibile” come “merce pericolosa”, restituendoci indietro lo RNA, ma solo dopo alcuni giorni, oramai ben cotto a temperatura ambiente. Ouch. Ci si riprova con un altro corriere, ma questa dovra’ necessariamente essere l’ultima pallottola.</p> <p>Venerdi 20 scade il termine ultimo per la presentazione del sunto dei progetti per <a href="http://www.ministerosalute.it/bandi/dettaglio.jsp?id=48">giovani ricercatori</a>. Probabilita’ di successo molto basse, come dicevo <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/104/si-fa-presto-a-dire-precario">qui</a>, ma non partecipando temo di avere ancora meno chance di vincere.</p> <p>Infine…voci autorevolissime riportano che alla <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/107/mostra-su-darwin">mostra su Darwin</a> ci sia persino un Armadillo.</p> Proposte per migliorarci 2009-02-11T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/11/proposte-per-migliorarci <p>dal Blog <a href="http://ocasapiens.blog.dweb.repubblica.it/">Oca Sapiens</a> di Sylvie Coyaud giungo ad una segnalazione di una proposta operativa per rendere piu’ libero il mercato delle assunzioni nella ricerca Italiana, sul <a href="http://www.bivacco.net/marco/index.php/2009/01/23/e-se-2-i-finanziamenti/">blog Bivacco.net</a>.</p> Mostra su Darwin 2009-02-11T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/11/mostra-su-darwin <p>Comincia domani al palazzo delle Esposizioni di Roma una <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/canale.asp?id=236">mostra su Charles Darwin</a>, nel bicentenario della sua nascita. Apparentemente, la mostra si basa su una gia’ allestita qualche anno fa al <a href="http://www.amnh.org">Museo di Storia Naturale</a> di New York . Se e’ quella che ho visitato io quando vivevo in USA, e mi pare di capire che lo e’, questa mostra e’ assolutamente imperdibile e vi consiglio, calorosamente, di considerare anche di prendere un treno per venire nell’Urbe e pagarvi tributo. Vale anche se preferite il creazionismo alla teoria dell’evoluzione: potrete comunque divertirvi a guardare le iguane negli occhi.</p> Dottor Darwin, lei potrebbe farci perdere tempo e denaro 2009-02-09T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/09/dottor-darwin-lei-potrebbe-farci-perdere-tempo-e-denaro <p>Capita anche a Darwin, che Giovedi’ prossimo compirebbe 200 anni, di <a href="">vedersi rifiutato</a> il proprio progetto di ricerca[1]. Dietro la satira dell’Editoriale di EMBO, la constatazione che la ricerca non e’ piu’ come 200 anni fa. Anzi, molti direttori di laboratorio sarebbero pronti a rispondere che non e’ piu’ come 15 anni fa, dal momento che oggi tutto, in fatto di proposte di progetto di ricerca, deve essere piu’ o meno giustificato, sia che si cerchi denaro pubblico, dei contribuenti, sia che si tratti di denaro di fondazioni private. L’editoriale di EMBO mette a confronto il sistema finanziamento alla ricerca moderno con quello di qualche tempo fa. Con un po’ di ironia…</p> <blockquote> <p>Dottor Darwin […] la societa’ moderna richiede a noi arbitri di considerare le potenziali conseguenze della sua ricerca, sia in ambito sociale sia, specialmente, in ambito economico - che lei non ha affrontato nella sua proposta di progetto di ricerca.</p> </blockquote> <p>Ma questo e’ il pezzo che mi fa piegare in due dalle risate</p> <blockquote> <p>…un’ovvia conseguenza della sua ricerca e’ che forme di vita diverse deriverebbero l’una dall’altra, e questo potrebbe contrastare con credenze molto salde nella nostra societa’. […] dunque occorre bilanciare questa visione con il concetto alternativo di creazionismo. Trattandosi di un organo finanziato con denaro pubblico, dobbiamo restare scrupolosamente neutrali su argomenti cosi’ delicati.</p> </blockquote> <p>Capita a tutti di vedersi rigettati… Caro Carlo, i tempi sono cambiati…<em>play it again, Charles!</em></p> <p>[1] EMBO reports 10, 1, 1 (2009) <a href="http://dx.doi.org/doi:10.1038/embor.2008.239">doi:10.1038/embor.2008.239</a></p> Metti 8 Fisici a cena... 2009-02-08T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/08/metti-8-fisici-a-cena <p>…una Letterata, una Biologa ed un Vigile del Fuoco, e questo e’ il risultato</p> <object width="400" height="327"> <param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="movie" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=3127586&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=00ADEF&amp;fullscreen=1" /><embed src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=3127586&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=00ADEF&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" width="400" height="327" />&lt;/embed&gt;</object> <p><br /><a href="http://vimeo.com/3127586">Forchette e stuzzicadenti in equilibrio</a> from <a href="http://vimeo.com/massimopinto">massimo pinto</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.<br /><br />Incastrare tra loro due forchette. Inserire, nei denti delle forchette cosi’ incastrate, uno stuzzicadente. Poggiare la struttura su un altro stuzzicadente, posto in verticale su un punto d’appoggio, per esempio entro il collo di una bottiglia, alla ricerca dell’equilibrio.</p> Si fa presto a dire precario 2009-02-06T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/06/si-fa-presto-a-dire-precario <p>Il numero di <em>Nature</em> di ieri, 5 Febbraio, pubblica un articolo[1] sul precariato all’anglosassone, quello dei ricercatori che sono gia’ leader di se’ stessi e del proprio laboratorio, ma che in tempo di magra di finanziamenti non riescono ad assicurarsi i fondi per la ricerca e sono costretti ad appendere il camice al gancio, lasciando il laboratorio. Negli ultimi mesi avevo gia’ letto altri articoli di questo genere, sempre centrati intorno a storie di ricercatori con un nome e cognome, dei loro fallimenti nei loro quarant’anni o piu’, con tutto cio’ che la loro destabilizzazione puo’ comportare sulle loro famiglie. L’aspetto nuovo che noto in questo articolo di <em>Nature</em> e’ il commento di una delle intervistate, la prof. Kelley (59 anni) della Columbia University. La Kelley racconta di come la sua proposta di progetto di ricerca sia stato bocciata, essendo solo appena sotto la soglia di punteggio minimo per esser finanziato. Il valore di questa soglia si e’ alzato molto negli ultimi anni, rendendo la competizione molto piu’ dura. Nei momenti piu’ difficili, solo il 10% dei progetti presentati riesce ad ottenere il finanziamento[2]. Qualche anno fa, con il suo punteggio, la Kelley ce l’avrebbe fatta, ma con la crisi economica i fondi per la ricerca non sono cresciuti in proporzione alle necessita’. Ma c’e’ dell’altro. Chi chede il finanziamento per la prima volta riceve un trattamento piu’ dolce, non nel giudizio, quanto nella quota messa da parte per i novelli aspiranti leader, tale che i finanziamenti sono elargiti ai progetti che ricadono nel 25% percentile piu’ alto. Questo da’ piu’ respiro ai giovani aspiranti leader, i quali sono gia’ sotto la forte pressione dei primi anni del <em>tenure track</em>, quando ottenere un finanziamento per la ricerca e’ requisito fondamentale per il mantenimento della loro posizione e per la loro promozione. Ma quest’orecchietta messa per il budget riservato ai piu’ giovani prosciuga quello destinto ai meno giovani, ed ecco che la Kelley, pur con un punteggio eccellente, si e’ trovata a dover mollare tutto. Nelle sue parole, e’ sicuramente corretto dare questo tipo di aiuto ai ricercatori piu’ giovani, ma la sua situazione e’ un perfetto esempio di ‘conseguenze non dediderate’. Considerando che la Kelley dirige un programma di formazione (di studenti) in neuroscienze, che ha contribuito al lancio di decine di ricercatori di successo, eliminarla significa intereferire con il programma formativo. Riassumerei con un ‘Largo ai giovani…o forse no?’</p> <p>Arriva pero’ una buona notizia che dara’ un po’ di respiro al questi ricercatori. Il 3 Febbraio il Senato Americano ha <a href="http://biotechniques.com/default.asp?page=news&amp;subsection=article_display&amp;id=593">approvato</a> il pacchetto di <em>stimolo</em> alla ricerca con fondi statali (USA). 6.5 miliardi di dollari in piu’ allo NIH, il National Institute of Health, spina dorsale dei finanziamenti alla ricerca USA in ambito biomedico. Ci sono cresciuto anche io con quei finanziamenti. Adesso manca solo la firma di Obama.</p> <p>[1] <a href="http://dx.doi.org/doi:10.1038/457650a">Closing Arguments</a>, Nature 475, 5 Feb 2009, pp 650-655</p> <p>[2] E’ interessante confrontare queste cifre, gia’ preoccupanti, con quelle del bando Ministeriale 2008 per i ‘giovani ricercatori’, under 40, in cui solo 26 progetti sono stati finanziati, dei 1,720 pervenuti. Se la mia calcolatrice non e’ rotta, il valore e’ 1.5%. Quando l’ho raccontato ai Canadesi, la settimana scorsa, erano sbalorditi. Si sono limitati a commentare con un ‘che senso ha gareggiare?’</p> In bocca al lupo, guaglio' 2009-02-03T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/03/in-bocca-al-lupo-guaglio <p>Sono <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/97/microarray-webinar">partiti</a>. <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/25t.jpg" alt="" /></p> Bloggers attempati, con un fiore nei capelli 2009-02-03T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/02/03/bloggers-attempati-con-un-fiore-nei-capelli <p>Vi ricordate la <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/37/ve-la-do-io-la-california-vi-occorre-solo-un-blogger-maturo">gara indetta</a> da <em>Nature</em> lo scorso settembre, quella in cui si cercava di indurre anche i meno giovani a fare blogging scientifico? Bene, hanno scelto i vincitori, <a href="http://network.nature.com/groups/sciblog2008/forum/topics/3857">Shirley Wu e Russ Altman</a>, entrambi all’Universita’ di Stanford, in California. Lo scopo della gara era cercare di attirare un ricercatore/prof non piu’ giovanissimo nella <em>blogsfera</em>. Ed eccolo qui, il blog di Russ Altman, <a href="http://rbaltman.wordpress.com/">building confidence</a>. I vincitori parteciperanno a SciFoo 2009, un evento sui media moderni (blogging podcasting, twittering e chissa’ che altro) che viene organizzato da Google, Nature ed O’Reilly, ogni anno, nella super-sede di Google a Mountain View, in California. Quest’anno <a href="http://www.nature.com/nature/meetings/scifoo/index.html">SciFoo</a> si terra’ in Agosto.</p> Ultimi giorni a Sherbrooke 2009-01-31T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/31/ultimi-giorni-a-sherbrooke <p>Bellissima la giornata di ieri, quella in cui ho preso parte anch’io con il mio comunicato orale sulle basse dosi di radiazioni. Alla sera avevo la testa che mi rimbombava un po’, con tutto quel Francese, ma come diceva il mio amico Alex, tutto cio’ e’ sempre meglio di un calcio nei denti.</p> <p>Il dipartimento di imaging e radiobiologia dell’Universita’ e’ davvero spettacolare. Il livello della ricerca e’ molto, molto alto. Una decina di ragazzi ieri ha presentato il proprio lavoro, sotto la supervisione dei loro professori. Presentazioni dai contenuti eccellenti, ed anche curatissime, nell’estetica cosi’ come nei contenuti, nella struttura. Questi ragazzi faranno sicuramente molta strada. La giornata di ieri serviva a passare in rassegna tutte le attivita’ di ricerca in corso al dipartimento, un’occasione per scambiare pareri e magari, per i professori, metter su nuove collaborazioni. Le presentazioni dei ragazzi sono state valutate da una giuria che ha assegnato due premi. Il primo, di 1000 dollari canadesi, alla migliore presentazione di uno studente di PhD. Il secondo, di 500 dollari, alla migliore presentazione di uno studente del corso di Master. Ecco il momento della premiazione, che ho filmato nel <em>salon des professeurs</em>.</p> <object width="400" height="300"> <param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="movie" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=3023408&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" /><embed src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=3023408&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" width="400" height="300" />&lt;/embed&gt;</object> <p><br /><a href="http://vimeo.com/3023408">Student Awards in Sherbrooke</a> from <a href="http://vimeo.com/massimopinto">massimo pinto</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p> <p>Partiro’ per Montreal-&gt;Roma domattina. Prima di andare via, pero’, oggi a pranzo faro’ una gita a <a href="http://maps.google.com/maps?g=north+hatley+quebec&amp;ie=UTF8&amp;ll=45.292279,-71.986542&amp;spn=0.525557,1.234589&amp;z=10">North Hatley</a>, al lago Massawippi. Me l’ha consigliato il professor Hunting, dicendo che li’ c’e’ un pub molto grazioso dove producono la loro birra, una micro-distilleria, insomma. Mmmmm. Yummy.</p> La Leggenda del Santo Navigatore 2009-01-29T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/29/la-leggenda-del-santo-navigatore <p>La nevicata di ieri sera e’ continuata durante la notte. Infatti, nevica ancora e sara’ bene operare di pala per liberare l’auto ed il sentiero per arrivarci, all’auto. Sono solo le 6 del mattino ma sono gia’ sveglio da un po’, in parte ancorato nelle ore di veglia e di sonno del fuso orario Italiano. Ieri ho visitato l’Universita’ di Sherbrooke per la prima volta, ma e’ stata una visita relativamente breve perche’ tutti scappavano via a casa per via della tormenta di neve che era in corso e si prevedeva sarebbe continuata a lungo. Mi sono allora precipitato alla mensa a prendere qualcosa per cena (due yoghurt, un sandwich, delle patatine, una tortina alla carota con glassa di zucchero e della cioccolata fondente) e, dopo avere liberato l’auto dalla neve, ho percorso a velocita’ di bradipo la strada per casa, per fortuna gia’ liberata parzialmente dai camion spazzaneve. Prima di uscire dal parcheggio dell’Universita’ ho notato la segnaletica ed il parcheggio per le biciclette. Prendono pure in giro, prendono. All’arrivo a casa, ho trovato il proprietario della baita che e’ rimasto piacevolmente sorpreso nel vedermi rientrare. Pensava che non ce l’avrai fatta e che sarebbe dovuto venire a prendermi da qualche parte. Si e’ complimentato per il mio ‘successo’, spiegando che questa neve causa non pochi problemi ai principianti. Non so se sorprendermi anche io o continuare a sperare che tutto vada bene anche oggi. Optero’ per la seconda, che sembra essere un migliore investimento per la sopravvivenza. Di certo, pur non essendo io un gran sostenitore dei navigatori satellitari per auto, sto benedicendo il mio, preso a noleggio. Intanto perche’ dopo 21 ore di viaggio in aereo mi ha concesso di rilassarmi negli ultimi 170km per casa, <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/99/arrivo-in-quebec-si-fa-presto-a-dire-global-warming">in autostrada</a>, ma anche dopo, per la ricerca di luoghi di interesse qui a Sherbrooke. L’altro giorno per esempio non riuscivo a capire dove fosse il centro del paese. Non che mi aspettassi una Piazza del Popolo, si intende, ma volevo qualcosa di piu’…centrale…due negozietti…qualche caffe’…Gli ho allora chiesto di cercare il palazzo del Comune e…voi-la’…ero piuttosto vicino infatti. Oggi mi serve un fotografo: ho in stanza le pagine gialle ma non so dove si trovano i negozi…chiedero’ ancora al navigatore. Palesemente, mi sono venduto alla tecnologia, ma ho la buona scusa della tormenta di neve, no? Se fossi ai Caraibi probabilmente ne farei a meno.</p> <p>L’Universita’ (campus biomedico fuori citta’, anche questa trovata grazie al Santo Navigatore di cui sopra) e’ impressionante. Considerate le condizioni climatiche, verrebbe da chiedersi chi mai potrebbe pensare di costruire un’Universita’ in un posto del genere. Ed invece…il centro di Radiobiologia nella facolta’ di Medicina e’ attrezzatissimo. Hanno strumenti di PET/CT[1] e MRI[2] per topolini e ratti per ricerca sperimentale, con la possibilita’ di unire le immagini ottenute con le tre modalita’, ottenendo quindi sia informazioni anatomiche sia funzionali di un tumore. C’era appunto un topolino - a pancia all’aria - sottoposto ad una PET nello strumento che mi mostravano. Hanno anche un ottimo dipartimento di ricerca elettronica che ha sviluppato i rivelatori per la macchina PET che sono stati poi utilizzati commercialmente, anche nella stessa macchina che era li’ davanti a me, <em>made in Canada</em>. Mi hanno fatto conoscere diversi costituenti della Facolta’ che mi hanno guidato nei loro laboratori. Ho visto il laboratorio condiviso (una <em>facility</em>,) di microscopia a fluorescenza, dove c’era anche uno strumento nuovissimo, appena arrivato ed in collaudo, per la lettura dei vetrini dei microarray, quelli che nell’esperimento che mi vede partecipe saranno letti a Budapest e che sono <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/97/microarray-webinar">in partenza</a>. Dal momento che ieri sera sono scappati tutti via, continuero’ la visita oggi pomeriggio alle 3 (se davvero riusciro’ ad uscire da casa, ma del resto, se riuscite a leggere questo post, e’ perche’ sono giunto all’Internet point<img src="" alt="" />. Domani il mio seminario sulle basse dosi, in apertura del programma della giornata in cui ce se saranno molti altri. A presto)</p> <p>[1] Tomografia ad Emissione di Positroni e Tomografia Computerizzata, a raggi X</p> <p>[2] Imaging con Risonanza Magnetica</p> Arrivo in Quebec - si fa presto a dire global warming 2009-01-28T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/28/arrivo-in-quebec-si-fa-presto-a-dire-global-warming <p>senza parole…</p> <object width="400" height="300"> <param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="movie" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=2984118&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" /><embed src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=2984118&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" width="400" height="300" />&lt;/embed&gt;</object> <p><br /><a href="http://vimeo.com/2984118">Welcome to Quebec</a> from <a href="http://vimeo.com/massimopinto">massimo pinto</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p> Dr Pinto goes to Canada 2009-01-27T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/27/dr-pinto-goes-to-canada <p>Nell’estate del ‘94 compivo 21 anni ed intraprendevo un viaggio di 2 mesi e mezzo, per lo piu’ in solitario, nell’Australia orientale. Cio’ che piu’ mi colpi’ di quel viaggio furono le dimensioni degli spazi aperti. Trovarmi solo su una spiaggia di cui non vedevo la fine, larga diverse decine di metri, battuta dalle onde dell’oceano e senza riuscire a scorgere la presenza di un altro umano, era una sensazione che non avevo mai provato prima. Entro la fine del viaggio, mi fu chiaro che la mia prossima destinazione, per potere assaporare una sensazione simile, magari in un clima diverso, sarebbe stato il Canada. Sono passati 14 anni. Nel cuore del gelido inverno, finalmente ci sto andando, in Canada. In Quebec, precisamente, in visita all’Universita’ di Sherbrooke, un paese ad un paio di centinaia di km ad est di Montreal, per dare un seminario sugli effetti biologici delle basse dosi di radiazioni nei tessuti sani, e le potenziali implicazioni nella radioterapia del cancro. Prendero’ un’auto a noleggio, non solo per spostarmi ma anche perche’ mi faccia da scafandro, considerando che al mattino presto c’e’ una piacevole temperatura di 30 gradi sotto zero. Freschetto, insomma. Nuovo cappello, nuovi scarponcini e nuovi guanti.</p> <p>Dr Pinto goes to Canada. Se ci arrivo…una fila troppo lunga alla dogana di Washington mi ha fatto perdere la coincidenza con Montreal. Partiro’ tra poco e dovrei essere li’ alle 23. A presto!</p> Microarray Webinar 2009-01-26T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/26/microarray-webinar <p>I campioni sono in freezer, a -20 gradi centigradi, in una scatoletta bianca, con tappo trasparente. Ciascuna delle 23 provette tipo Eppendorf da 1.5 mL, tutte numerate, ospita 10 microlitri di RNA, in soluzione acquosa. Mancano poche verifiche finali per il via libera alla spedizione, in un pacco contenente ghiaccio secco, quello che si usa quando si compra il gelato e si arrivera’ a casa degli amici dopo troppo tempo perche’ il gelato si tenga da se’. Nel pacco, in una bustina plastificata e stagna, un foglietto con una guida base all’indetificazione dei 23 campioni, destinata al tecnico Ungherese che ricevera’ il pacco. Ciascun campione ha un nome ed alcune indicazioni sullo RNA che c’e’ dentro: a che condizione sperimentale e’ associato, la sua densita’, il suo peso totale, la sua purezza. Tre di questi campioni hanno ancora bisogno di alcune cure prima della misura con il microarray. Non sono abbastanza puri, ed il tecnico eseguira’ delle operazioni per migliorarne la purezza. Dopo questa operazione…via alla misura. Si faranno sentire tra alcune settimane. Intanto io potro’ continuare l’estrazione ed il controllo qualita’ dello RNA di altri campioni, che saranno soggetti allo stesso trattamento, in un secondo momento. Ma sopratutto, sara’ bene che mi prepari all’arrivo dei risultati delle misure Ungheresi. Immagino si tratti di un CD, o di un DVD, con su i dati delle misure, sulle quali dovro’ effettuare un’analisi bioinformatica. I risultati sono imprevedibili. Certo, stiamo cercando delle risposte ad alcune domande, ma con questa tecnica si e’ letteralmente indondati di informazioni e potremmo venire a sapere molto di piu’ di quello che ci chiediamo. Si dice, in questo ambiente, che quando non hai piu’ ipotesi su cui lavorare, e’ il momento giusto per uno studio con i microarray: qualche cosa di interessante verra’ fuori, ma non sai ancora cosa. Non ho ancora esperienza in questo settore, anche se mi sono occupato di programmazione in passato, durante il mio PhD, per simulare il danno indotto dalle radiazioni sul DNA e la sua riparazione. Stavolta il contesto e’ diverso e ci sara’ da imparare. E’ un bel momento.</p> <p>Mi e’ arrivato un email con una pubblicita’ interessante: Martedi pomeriggio, alle 19 ora Italiana, ci sara’ un <em>webinar</em>, cioe’ un seminario sul web su come muovere i primi passi nell’analisi bioinformatica, partendo proprio dai dati ‘crudi’, quelli che vengono fuori dalla misura con i microrray. Sara’ bene seguirlo questo <a href="https://geospizaevents.webex.com/mw0305l/mywebex/default.do?nomenu=true&amp;siteurl=geospizaevents&amp;service=6&amp;main_url=https%3A%2F%2Fgeospizaevents.webex.com%2Fec0600l%2Feventcenter%2Fevent%2FeventAction.do%3FtheAction%3Ddetail%26confViewID%3D278208048%26siteurl%3Dgeospizaevents%26%26%26">webinar</a></p> Cara, ti amo 2009-01-23T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/23/cara-ti-amo <p>Volge al termine la conferenza CERRO, dopo una settimana carica - per me - di nuovi concetti e stimoli. La mia presentazione di ieri sera (in fondo alla pagina) non e’ andata male, ed e’ stata anche condita di critiche piuttosto puntuali che mi stanno facendo riflettere sulla direzione che sta prendendo il mio lavoro.</p> <p>Il congresso e’ stato molto equo ed informale. Equo, perche’ tutti, ma proprio tutti i partecipanti, hanno dovuto relazionare sul loro lavoro. Ciascuno di noi, studenti, <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/93/cerro-baby">CERRO babies</a> o direttori di istituto, ha avuto a disposizione 25’ per la relazione e 5’ per le domande del pubblico. Nessun trattamento privilegiato.</p> <p>Informale, perche’ molte presentazioni erano cariche di umorismo, le migliori, direi, quelle degli scandinavi che ci hanno fatto piegare in due dalle risate. Gliel’ho anche detto di persona e loro, continuando sullo stesso filo, hanno risposto che erano serissimi e che non c’era alcun umorismo.</p> <p>C’era chi veniva a colazione in calzini, o alla sessione scientifica serale con le ciabattine della doccia. E poi…c’e’ stato il seguente scambio, tra Adrian e Fiona, una coppia di simpatici inglesi che sono ad Amsterdam da tempo, che pure riassume piuttosto bene l’atmosfera.</p> <p>Scena: Adrian presenta il lavoro del suo gruppo, nell’ultima sessione del congresso, quella di stasera. Davanti a lui, ad un metro e mezzo, seduta in prima fila, c’e’ Fiona.</p> <p><em>Adrian</em> racconta come abbiano trovato che un certo fenomeno sia correlato ad un altro. <em>Fiona</em>, che vive con lui e lavora nello stesso istituto da una ventina d’anni, gli fa notare che pochi minuti prima Adrian aveva detto, piu’ o meno il contrario, descrivendo il punto esatto in cui cio’ era avvenuto. <em>Adrian</em> china la testa ed ammette che Fiona ha ragione, aggiungendo ‘poi ti voglio vedere all’esterno della sala cosi’ continuiamo a <em>parlarne</em>…’ Risata fragorosa. Non ci si reggeva.</p> <p>E’ la notte tra Venerdi e Sabato e domattina si parte per Ginevra, e di li’ per Roma. A presto!</p> <div style="width:425px;text-align:left" id="__ss_946262"> <a style="font:14px Helvetica,Arial,Sans-serif;display:block;margin:12px 0 3px 0;text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/pintarello/cerro-24-presentation?type=presentation" title="@Cerro 24">@Cerro 24</a><object style="margin:0px" width="425" height="355"><param name="movie" value="http://static.slideshare.net/swf/ssplayer2.swf?doc=pinto-cerro-24-v03-1232719341916615-2&amp;stripped_title=cerro-24-presentation" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" />&lt;embed src="http://static.slideshare.net/swf/ssplayer2.swf?doc=pinto-cerro-24-v03-1232719341916615-2&amp;stripped\_title=cerro-24-presentation" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="355"&gt;&lt;/embed&gt;</object> <div style="font-size:11px;font-family:tahoma,arial;height:26px;padding-top:2px;"> View more <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/">presentations</a> or <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/upload?type=presentation">upload</a> your own. (tags: <a style="text-decoration:underline;" href="http://slideshare.net/tag/cerro">cerro</a> <a style="text-decoration:underline;" href="http://slideshare.net/tag/estro">estro</a>) </div> </div> CERRO News 2009-01-22T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/22/cerro-news <p>Al <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/93/cerro-baby">meeting CERRO</a> si susseguono comunicati orali estremamente interessanti. I primi giorni sono stati centrati sulla fisica medica, mentre ieri ed oggi c’e’ stata maggiore enfasi sulla biologia e sugli effetti delle radiazioni nei tessuti sani. Anche il mio contributo e’ previsto per stasera, intorno alle 19.</p> <p>Ieri mattina il mio compagno di stanza, Andre’ Dekker, Fisico Medico di Maastricht, in Olanda, ha parlato della loro iniziativa di istruire i computer a fare previsioni sull’esito della terapia del cancro nei loro pazienti. Il loro progetto di <em>machine learning</em> funziona su un database di pazienti, contenente le informazioni reperibili sull’istologia del tumore, analisi del sangue, immagini in risonanza magnetica/TAC/PET e tutto cio’ che puo’ essere rilevante per il percorso curativo del paziente, incluso il decorso della malattia. Questi dati sono collegati in <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Reti_Bayesiane">reti Bayesiane</a> che mettono in relazione i dati contenuti nel database, e che consentono di ‘indovinare’ i valori mancanti, la’ dove questa necessita’ si manifesti. Per poter fare previsioni attendibili, Dekker raccontava che occorrono dati da almeno 2000-3000 pazienti, mentre il loro database contiene, per adesso, solo 300 pazienti. Da tener d’occhio.</p> <p>Joanna Kazmierska, dalla Polonia, ha parlato di ‘database intelligenti’, ovvero archivi da cui un computer possa automaticamente estrarre informazioni utili per la ricerca. Anche se questo potrebbe far risentire i ricercatori della specie <em>homo sapiens</em>, va riconosciuto che il numero di pubblicazioni scientifiche cresce ad un ritmo frenetico e non solo seguirle tutte (nel proprio campo d’azione), ma anche scovare le relazioni tra i risultati riportati in una con quelli di un’altra e’ impresa sempre piu’ ardua. Un sistema che assista in ricercatore in questo processo sarebbe gradito.</p> <p>Continuo a seguire la sessione centrata sul riparo del DNA nella risposta al danno da radiazioni. Anche qui, vecchie conoscenze dei tempi del mio progetto di PhD. A presto.</p> Giovani Leader - ma non per noi 2009-01-18T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/18/giovani-leader-ma-non-per-noi <p>Prima giornata alla conferenza <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/93/cerro-baby">CERRO</a> a Les Menuires, e gia’ si respira una bell’aria - idee in libera circolazione. Stasera a cena ero seduto al tavolo con un Belga, un Canadese ed un Olandese, quest’ultimo il mio compagno di stanza. Tutti alle porte dei 40 anni o di poco oltre, tutti e tre con degli incarichi lavorativi di tutto rispetto: due leaders di laboratori di media taglia (qualche decina di dipendenti) ed un professore ordinario, di 39 anni. Ordinario, non ricercatore o associato.</p> <p>A parte casi isolati (come la redazione di questo giornale) mi e’ triste riflettere su quanto sia difficile trovare casi di leadership giovane in Italia, e mi colpisce sempre quando vedo che, oltre le Alpi, gente cosi’ giovane possa arrivare cosi’ lontano, ritagliandosi anche la fiducia di colleghi piu’ anziani di loro.</p> CERRO Baby 2009-01-18T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/18/cerro-baby <p>Mi trovo a 2,000 metri, nell’Hotel <a href="http://www.hotel-ours-blanc.com/gb.html">L’Ours Blanc</a>, a Les Menuires, per la Conference on Clinical and Experimental Research in Radiation Oncology (CERRO). C’e’ internet Wi-Fi in ogni stanza. E’ la mia prima volta a questo congresso, e per questo sono stato chiamato un CERRO Baby, uno ancora da svezzare, insomma.</p> <p>Il programma della conferenza e’ piuttosto atipico. Al mattino presto si ascoltano le relazioni scentifiche. Poi si fa un break, e tutti insieme, organizzati in gruppi, si va a sciare. Si scende insieme lungo le piste, poi si chiacchiera un po’ in seggiovia…una chiacchiera tira l’altra ed intanto parli del tuo esperimento, dei progetti, delle collaborazioni…si pranza poi tutti insieme, si continua a sciare un altro pochetto e poi si torna in hotel per la sessione scientifica serale. Si cena tutti insieme, e poi ancora al bar al caminetto, a continuare a parlare. Sono qui da poche ore ma mi sono gia’ chiesto chi e’ il genio che ha pensato a questa formula congressuale. Mai visto niente di simile. Il mio contributo e’ previsto per la sessione di Giovedi’ pomeriggio, dedicata agli effetti della radioterapia nei tessuti adiacenti il tumore.</p> <p>Ieri sera sono arrivato in tempo per cena, dove ho incontrato dei vecchi amici, ed amici di cari amici che mi e’ sembrato di conoscere gia’. Un po’ di vino rosso…e mi sono trovato presto ad affrontare, con Adrian Begg, Inglese residente ad Amsterdam, gli aspetti piu’ salienti dell’esperimento su cui lavoro a Roma.</p> <p><a href="http://www.webcam-ski.com/webcams/interfaces/OursBlanc/interface.php?pk_interface=78&amp;m=images&amp;r=panoramique">Questa</a> e’ la vista dall’albergo, in tempo reale.</p> <p>Scappo a fare colazione. Mi informero’ sul nome del genio.</p> Considerazioni semi-serie sui Fisici (o su chiunque?) 2009-01-14T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/14/considerazioni-semi-serie-sui-fisici-o-su-chiunque <p>A molte persone, anche molto diverse tra loro per vocazione, piace la montagna, la bicicletta, i film, la poesia, la cucina e metteteci qui la vostra passione preferita.</p> <p>Curioso e’, pero’, che a pochi metri di distanza dalla mia scrivania, all’Istituto Superiore di Sanita’, ci siano dei ragazzi che, come me, si laurearono in Fisica e che come me hanno i seguenti (forti) interessi:</p> <ol> <li>Vita all’aria aperta, incluse passeggiate in montagna. Famose quelle del gruppo dei Fisici di via Panisperna, per cui altro non staremmo facendo che portare avanti una tradizione</li> <li>Bicicletta, sia questa mountain bike o bici da strada</li> <li>Tango Argentino. Conosco anche altri fisici, oltre a questi primi vicini, che lo praticano</li> <li>Jazz; forse un po’ meno diffuso</li> </ol> <p>Sara’ <em>davvero</em> un caso? Potrebbe esserci qualcosa che rende i Fisici particolarmente proni all’amore per queste discipline, arti, <em>modus vivendi</em>. Potrebbe esser la ricerca della semplicita’ e dell’essenziale. Cio’ potrebbe valere per la bicicletta (un sistema meccanico semplice semplice che e’ possibile padroneggiare, come la descrizione quantistica dell’atomo di Idrogeno) e le passeggiate in montagna, ma non saprei se lo stesso si possa dire del Jazz, ne’ del Tango Argentino, che tanto facile poi non e’.</p> <p>E sarebbe vero per altre categorie professionali? Filosofi? Letterati? Musicisti? Intanto che qualcuno si fa avanti, vado a persuadere qualche altro collega a prendere una bici o iscriversi ad un corso di Tango, cosi’, per gonfiare le statistiche. Ha!</p> 2,36 milioni di Euro 2009-01-12T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/12/236-milioni-di-euro <p>Da qualche anno agli ascoltatori di Radio24 viene ricordato, con una voce femminile perentoria, ogni giorno, che</p> <blockquote> <p>“Anche oggi l’Alitalia perdera’ 2,36 milioni di Euro”.</p> </blockquote> <p>Negli ultimi mesi ho atteso il giorno del termine della pubblicazione di questo annuncio, ma quel giorno tardava ad arrivare. Giungevano le notizie sulle trattative di Alitalia con AirFrance/KLM, poi interrotte, poi riprese, ed intanto il debito Alitalia continuava a crescere, giorno per giorno. Ognuno di noi avra’, almeno una volta, immaginato che cosa si sarebbe potuto fare con 2,36 milioni di euro al giorno, 861 milioni di euro l’anno.</p> <p>Oggi decolleranno gli ultimi voli Alitalia. Domattina sara’ la volta dei primi voli CAI. Accendero’ la radio anche domattina alla ricerca di quella voce che ha accompagnato i miei preparativi del mattino per tanto tempo.</p> Ecstasy e psicoterapia 2009-01-08T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2009/01/08/ecstasy-e-psicoterapia <p>Nel numero doppio de <em>The Economist</em>, quello di Natale, c’e’ un articolo[1] sull’uso di <em>droghe proibite</em> come coaudiuvante in psicoterapia. Non si tratta dunque di morfina per lenire il dolore di malati terminali di cancro, ma dell’uso di <em>ecstasy</em> per aiutare pazienti a guarire dal disturbo post-traumatico da stress (PTSD), un disturbo che potrebbe colpire persone che hanno avuto esperienze dolorose come tortura, violenza sessuale ed incidenti in guerra. Infatti, e’ proprio dall’osservazione dei sintomi dei veterani americani della guerra in Vietnam che questo disturbo ha guadagnato l’attenzione che sembra meritare. Un quarto (1/4) delle persone che si sottopongono a psicoterapia per superare lo PTSD non ne trae alcun beneficio. E siccome i sintomi possono essere debilitanti - incubi, insonnia, incapacita’ di concentrazione, difficolta’ nelle relazioni interpersonali, crisi di pianto - qualcosa s’ha da fare per migliorare la terapia. I risultati di cui racconta <em>The Economist</em> sembrano incoraggianti, proprio in quei pazienti che hanno maggiori difficolta’ di guarigione. La terapia sperimentata e’ quella basata sulla rivisitazione dell’esperienza traumatica: uno stupro, un rapimento. Non e’ una terapia nuova: la si usa da tempo per separare gli effetti piu’ dannosi dal trauma che li ha provocati. Ma perche’ l’ecstasy dovrebbe fare da coaudiuvante? Perche’ i maggiori limiti nella cura di un disturbo psichico con una terapia basata sulla rivisitazione del trauma e’ la paura di (ri)affrontarlo. Il paziente si barrica quindi dietro un muro che erige per paura di ritornare al trauma. Ma se gli si da dell’ecstasy…via la paura…e la terapia diventa significativamente piu’ efficace.</p> <p>Mentre la maggior parte dei ricercatori puo’ quasi sempre facilmente procurarsi i reagenti di cui necessita per i propri studi, non e’ banale procurarsi ecstasy attraverso fornitori legali. Infatti, l’ectasy e’ illegale perche’ “ha un alto potenziale di abuso” e perche’ “non e’ noto ancora un suo uso medico”. Non ancora. Fortuna che esiste una piccola breccia e che i ricercatori che hanno studiato l’uso dell’ecstasy in psicoterapia siano riusciti a procurarsela dall’unica fonte legale che viene riconosciuta dall’organo statunitense preposto per regolare l’uso e la commercializzazione delle droghe.</p> <p>La missione di uno di questi ricercatori e’ proprio quella di rendere l’ecstasy piu’ disponibile, per usarla ancora per sperimentazione a fini terapeutici. D’altra parte, come riporta <em>The Economist</em>, il boom dell’uso ‘ricreativo’ di ecstasy e’ giunto proprio quando l’ecstasy e’ stata proibita e forse, limitatamente a questa droga ed in vista delle applicazioni che potrebbe avere, potrebbero esserci ragioni per riconsiderarne il divieto, attribuendo l’ecstasy ad una categoria di rischio diversa da quella corrente. Emerge allora dalla lettura di quest’articolo un aspetto - almeno secondo chi vi scrive - umano della ricerca: lavorare con impegno anche contro le regole, affinche’ queste possano essere riconsiderate, in quelle circostanze in cui si abbia la percezione che tali regole possano essere dannose per alcuni membri della societa’. Tanto di cappello, ed in bocca al lupo.</p> <p>[1] <a href="http://www.economist.com/science/displaystory.cfm?story_id=12792611">Agony and Ecstasy</a>, <em>The Economist</em>, 20 Dicembre 2008</p> Darwinismo e societa' 2008-12-28T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/28/darwinismo-e-societa <p>Sono in partenza per un ritiro campestre di qualche giorno, che mi traghettera’ nel 2009, anno in cui si festeggerenno i 150 anni dalla pubblicazione di <em>The Origin of the Species</em>, di Charles Darwin. E proprio a proposito di Darwin e la sua teoria sull’origine delle specie, e’ imperdibile l’articolo pubblicato da <em>The Economist</em> sul numero doppio di Natale 2008[1]. L’articolo analizza che cosa puo’ il Darwinismo insegnarci, nel tentativo di risolvere, o quanto meno contenere, quei problemi sociali quali diseguaglianza, discriminazione, razzismo, distribuzione della ricchezza e felicita’ delle popolazioni. Lucidissima l’apertura dell’articolo: i problemi sociali sono tradizionalmente stati affrontati dalle scienze sociali, ma anche dalla filosofia e dalla religione. Ebbene, nessuna di queste si fonda sull’assunzione che l’uomo e’ un prodotto dell’evoluzione e che, come tale, il suo comportamento puo’ avere origini molto antiche. Riproponendo la citazione di Anne Campbell, psicologa di Durham, UK, le scienze sociali, le religioni, la filosofia, possono al massimo accettare che l’uomo si sia evoluto fino al collo: la testa no, quella non viene dalle bestie e siamo una specie superiore, il cui comportamento puo’ essere determinato dalla cultura. Ma l’indottrinamento non ci ha portati ad una societa’ migliore perche’ l’uomo continua ad essere un animale violento. La ricchezza non e’ ben distribuita. Le donne non hanno lgi stessi diriti degli uomini, nonostante gli sforzi fatti ed i successi ottenuti. Il Darwinismo, secondo The Economist, non e’ detto che possa risolver tutto, ma puo’ aiutarci a capire <em>che bestie</em> siamo davvero. Un esempio di come l’evoluzione puo’ spiegare uno dei peggiori comportamenti umani: l’infanticidio.</p> <blockquote> <p>…un bambino di eta’ inferiore ai 5 anni ha una probabilita’ di morire di cause non naturali molto piu’ alta se vive in una casa dove c’e’ un patrigno (il nuovo compagno della mamma) piuttosto che nella casa dei suoi genitori naturali.</p> </blockquote> <p>Ovvero: l’ostilita’ maschile verso la prole di una donna, generata da una relazione precedente, e’ nota nel mondo animale e, per quanto possa essere praticata in modo meno brutale che non nel regno dei Leoni, sembra valere anche nel caso di Homo Sapiens. Raccapricciante? Ce ne sono altri di esempi. Nel caso della ricchezza delle nazioni e la felicita’, pare che il sogno Americano, quello secondo cui i membri di una societa’ siano capaci di determinare la loro ascesa nella societa’ con i propri mezzi, sia la prescrizione giusta.</p> <p>Mi ritiro nello studio, nella lettura e nella musica. In preparazione al prossimo incontro con voi, vi auguro uno splendido 2009! Massimo.</p> <p>[1] Why we are, as we are. <em>The Economist</em>, <a href="http://www.economist.com/science/displaystory.cfm?story_id=12795581">December 20th, 2008</a></p> SkypeIN, in Italia 2008-12-26T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/26/skypein-in-italia <p>Quando lasciai gli USA, nel 2006, acquistai un <a href="http://skype.com/intl/it/allfeatures/onlinenumber/">numero telefonico regionale</a> americano, tramite <a href="http://skype.com/intl/it/welcomeback/">Skype</a>, da portare con me in Italia. Il mio numeriello sembrava un’utenza del New Jersey, ma grazie alle meraviglia della telefonia via internet, mi avrebbe consentito di rispondere alle chiamate anche dall’Italia, dall’Inghilterra o dovunque mi fossi trovato, purche’ con accesso ad Internet. Questo consentiva a chi era in USA di chiamarmi a tariffe locali, non di teleselezione Internazionale verso l’Italia. Raccontai di quest’iniziativa di Skype, chiamata SkypeIN, al mio amico Matthew, il quale si gaso’ cosi’ tanto che penso’ ad un piano: avrebbe fatto uno scherzo ai suoi amici, acquistando un numero SkypeIN in Polonia, a Varsavia, spedendo poi a tutti un email in cui raccontava di averne abbastanza della vita a Brooklyn, e che si era trasferito a Varsavia per iniziare una nuova attivita’. Eccovi il numero…un link all’indirizzo del suo nuovo, splendido appartamento con Google Maps…ed a presto rivedervi in Polonia. Chi avesse avuto dubbi avrebbe sempre potuto chiamarlo a Varsavia. Lui, ridendo sotto i baffi, avrebbe risposto dalla sua poltrona in pelle, a Brooklyn. Insomma, invoco ancora una volta la Littizzetto: <em>una figata pazzesca</em>. Ed in Italia? Quando io comprai il mio numero USA, in Italia SkypeIN non c’era. Del resto, in Italia non c’e’ neppure <a href="http://www.amazon.com/">Amazon</a>, per cui perche’ mai ci dovrebbe essere SkypeIN? Surfando sul web, stamattina, mi sono pero’ imbatutto in un <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2008/12/skypein-in-italia-non-si-vive-di-cioccolata.html">post di Stefano Quintarelli</a> sul perche’ SkypeIN, in Italia, non e’ compatibile con le norme vigenti. C’e’ pure una buona discussione con i lettori del suo blog. Da li’:</p> <blockquote> <p>…se però poi l’operatore e Skype dovessero interrompere il proprio contratto, l’utente resterebbe senza il suo numero.</p> </blockquote> <p>Come potenziale cliente, preferirei comunque avere la possibilita’ di scegliere, messo a conoscenza del rischio di perdere il numero telefonico acquistato con SkypeIN. Del resto, il servizio offerto da Skype e’ diverso da quello offerto da operatori tradizionali. Non e’ solo un numero telefonico in una citta’ (virtuale), ma e’ anche un’opportunita’ per esser raggiunti mentre si e’ in giro per il mondo, a prezzi piu’ competitivi delle chiamate sui cellulari, oltre che un’occasione per fare degli scherzetti agli amici: <em>priceless</em>. Buon Santo Stefano!</p> Non regalarle un profumo 2008-12-23T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/23/non-regalarle-un-profumo <p>Dopo il <a href="http://www.nyas.org/snc/podcasts.asp">podcast della NYAS</a> sulla scienza dell’olfatto (puntata del 12 Dicembre), mi sono imbattuto in un articolo[1] de <em>The Economist</em> sul tema dell’uso dei profumi maschili nell’assicurarsi le ‘attenzioni’ delle donne. Secondo lo studio pubblicato dal Dr Craig Roberts e colleghi, dell’Universita’ di Liverpool, una <em>eau de toilette</em> serve a far sentire noi maschietti piu’ ‘fighi’, cosi’ da apparire piu’ sicuri di noi stessi, quindi piu’ attraenti davanti alle donne, ma in quanto fighi, non in quanto profumati. La ricerca di Roberts <em>et. al.</em> si basa sull’uso di filmati di uomini ‘profumati’, dei quali dunque non si poteva sentire alcun odore, e sulle dichiarazioni che un campione di donne ha rilasciato sui maschi ritratti nei filmati, fossero loro profumati o non profumati.</p> <p>Secondo lo studio di Roberts, quindi, si sceglie un profumo innanzitutto per piacere a noi stessi. E la scelta di un profumo sembra essere tutt’altro che casuale: <em>The Economist</em> spiega che siamo portati a scegliere quelli che vadano bene con quelli naturali del nostro corpo, esaltandone i buoni odori. Una sorta di pubblicita’ della parte migliore di noi stessi. Ma si…</p> <p>Se esser figo e’ un bonus, avere un buon odore potrebbe comunque essere un vantaggio. Ma… cos’e’ un buon odore? Sembra che tendiamo a fidarci del nostro fiuto, quando selezionamo il nostro partner, in quanto il suo odore puo’ indicarci se puo’ essere un buon compagno. L’obiettivo e’ accoppiarsi con qualcuno che ci dia garanzie di avere figli sani, e questo puo’ avvenire se alcune aree del genoma del nostro potenziale compagno, associate alla difesa immunitaria, sono un po’ <em>diverse</em> da quelle nostre. Ed il nostro naso lo sente…facendoci appassionare a cio’ che percepiamo essere diverso da noi.</p> <p>Questo presenta un problema: ci possiamo fidare del nostro fiuto per scegliere il <em>nostro</em> profumo, ma potremmo non essere altrettanto bravi a scegliere il profumo giusto per una persona verso cui ci sentiamo attratti. Ed allora, se proprio avete deciso di regalare al vostro partner un profumo, sperate che non le/gli piaccia: sara’ il segno che avete almeno avete scelto il partner giusto. E poi…potrete sempre riciclare il profumo per un regalo a vostro fratello o sorella: loro dovrebbero gradire.</p> <p>[1] <a href="http://www.economist.com/science/displaystory.cfm?story_id=12811377">The scent of a man</a>, December 18 2008</p> 10/24 2008-12-19T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/19/1024 <p>Una delle doti che i ricercatori devono apprendere e’ scrivere delle buone note sperimentali sui propri quaderni di laboratorio. Si puo’ programmare un esperimento alla perfezione, con tutte le previsioni possibili, ma quando sei li’ agli strumenti, in laboratorio, non sempre tutto va bene. Ti cade un contenitore, magari metti un’etichetta alla provetta sbagliata, oppure sbagli la temperatura, o il tempo di un trattamento. Niente paura. L’importante e’ annotare sempre tutto, religiosamente. Se il risultato non e’ ragionevole, sara’ facile tracciare il momento in cui e’ stato commesso un’errore (e la prossima volta ci si sta molto piu’ attenti). Oppure, la misura e’ buona, magari migliore del solito. Vuoi vedere allora che quella centrifuga di 4 minuti, invece dei 7 minuti che avrei dovuto programmare, ha migliorato il protocollo?</p> <p>Be’….per quanto scrupoloso sia stato la scorsa settimana, non mi e’ chiaro che cosa abbia determinato il fatto che 10 dei 24 campioni di RNA che ho estratto della celluline del mio esperimento siano di scarsa qualita’. Operazione da ripetere. Rivedo i miei appunti e non capisco cosa e’ andato storto in quei campioni. Eppure, la prima volta <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/81/la-fortuna-dei-principianti">era andata liscia</a> per davvero e mi sentivo caricato. Avevo anche segnato per bene un mezzo errore che mi aveva insospettito, e che avevo risolto solo nelle ultime 6 estrazioni. In effetti, queste ultime sono andate un pochino meglio delle prime, ma i dubbi restano. Non mi convinco.</p> <p>Intanto che sto ripetendo le estrazioni di RNA dai 10 campioni venuti male la prima volta, mi propongo di accettare che, alle volte, certe variabili non sono controllabili. Il mio ex capo, Roger, certamente piu’ senior di me, aveva rinunciato a cercare la spiegazione di alcuni fenomeni che gli rimbalzavano contro, nel suo laboratorio. A cuor leggero, sapeva che quella variabile li’ lui <em>non</em> la poteva gestire. E se anche io la mia variabile impazzita non la posso gestire…mi sa che dovro’ provare e riprovare.</p> Scienza a strisce 2008-12-17T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/17/scienza-a-strisce <p><a href="http://network.nature.com/people/strippedscience/profile">Viktor Poór</a> e’ uno studente di PhD Ungherese ed un blogger geniale. Il <a href="http://network.nature.com/people/strippedscience/blog">suo blog</a> sul Nature Network colleziona ‘strisce’, storielle brevi di vita di laboratorio, spesso vista dalla prospettiva dei campioni sperimentali che noi ricercatori (mal)trattiamo. Alcune di queste storie sono dei veri <a href="http://network.nature.com/people/strippedscience/blog/2008/08/19/the-darkest-hours-of-research-coming-strip">capolavori</a>. Se fossi editore di una rivista di scienza, lo avrei gia’ da tempo ingaggiato come fumettista.</p> <p>Sono onoratissimo di vedere che Viktor ha pubblicato <a href="http://network.nature.com/people/strippedscience/blog/2008/12/16/stripped-science-in-the-bel-paese">una vignetta sul sottoscritto</a>, in riferimento al mio blog in Inglese, sullo stesso portale che ospita il suo. <a href="http://network.nature.com/people/massimopinto/blog/">Science in the Bel Paese</a> tratto’, la scorsa primavera, del <a href="http://network.nature.com/people/massimopinto/blog/2008/05/03/0-5-of-your-taxes-to-whom-and-why">cinque per mille</a> alla ricerca scientifica, storia che fini’ poi su <em>Nature</em>, <em>La Stampa</em> e <em>Radio 3</em>. Non ci furono agenti dei servizi segreti a metter bastoni fra le ruote…</p> <p>Grazie Viktor! Quegli occhialetti della vignetta somigliano anche ai miei veri.</p> La cultura e l'evoluzione 2008-12-15T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/15/la-cultura-e-levoluzione <p>Sono contento di aver rinnovato l’abbonamento alla rivista Seed, davvero eccellente, con il suo modo di fare notizia servendosi anche del supporto di uno spiccato senso estetico. Il prezzo da pagare e’ la lettura di articoli impegnativi, a volte un po’ complessi, decorati di speculazioni sull’impatto della scienza nella vita quotidiana. E cosi’…mi sono imbattuto in un articolo sul tema della cultura nell’evoluzione dell’uomo. Piuttosto denso, al punto che mio figlio, spaparanzato sul divano nela lettura di <em>L’occhio del lupo</em> di Daniel Pennac, mi ha fatto notare che mentre lui era ‘gia’ arrivato li’…’ io ero ancora alla stessa pagina, quella con gli omini colorati.</p> <p>Nell’articolo[1] si fa riferimento alla concezione diffusa secondo cui l’uomo, una volta diventato <em>Homo Sapiens</em>, avrebbe sostanzialmente smesso di evolversi. In una societa’ in cui non occorre combattere contro gli avversari per poter accoppiarsi, ed in cui la medicina, con il suo progresso, ci fa tirare avanti anche di fronte a malattie una volta mortali, l’uomo sarebbe sostanzialmente al riparo da pressioni selettive. Infatti, si legge nell’articolo, anche i meno forti riescono a passare i loro geni alle generazioni successive.</p> <p>Pero’ pero’…siamo nel nuovo millennio ed i ricercatori hanno a disposizione strumenti nuovissimi, quelli della genomica e post-genomica, con cui valutare direttamente che fine ha fatto l’evoluzione. In particolare, oggi si possono misurare le differenze nel genoma di piu’ persone: una volta capito di che cosa e’ fatto <em>Homo Sapiens</em>, si va a misurare la differenza tra me ed un Inuit, o tra un Cinese ed un Congolese. Da questi nuovissimi studi emerge che la cultura umana, e cio’ che ne consegue, starebbe <em>accelerando</em> l’evoluzione dell’uomo, piuttosto che arrestarla, e che tale accelerazione sarebbe iniziata circa 10,000 anni fa, con lo sviluppo dell’agricoltura.</p> <p>Non e’ questione di ‘gene dell’intelligenza’ e di superiorita’ di una razza su un’altra.</p> <blockquote> <p>“L’intelligenza si alimenta con l’intelligenza”, dice Lahn. “La cultura crea un regime selettivo perche’ l’intelligenza aumenti. E’ un feedback positivo”. Quando l’intelligenza cresce, cresce anche la complessita’ della cultura, che esercita pressione affinche’ il livello di intelligenza cresca ancora, la qual cosa crea a sua volta una cultura piu’ complessa, e cosi’ via […] Le forze che abbiamo creato sono ad una scala diversa rispetto alla natura, che lavora piu’ lentamente.</p> </blockquote> <p>Insomma, la cultura potra’ anche averci dotato di qualche strumento per sfuggire alla pressione selettiva naturale (ma resta da vedere come ce la caveremo con il riscaldamento globale), ma sembrerebbe aver contribuito a creare un ambiente di rapidi cambiamenti. Per quanto mi riguarda, l’evoluzione non mi ha ancora regalato alcune cose che mi piacerebbe avere. Per esempio, per le gite in bicicletta, mi sarebbe piaciuto avere una sacca d’acqua sul dorso. Mi e’ venuta in aiuto la cultura: ho acquistato una sacca d’acqua da inserire nello zainetto, da due litri, con beccuccio a portata di bocca. Ed anche il mio bisogno di shopping, sicuramente antichissimo e conservato, e’ stato soddisfatto. <img src="http://www.roncoalpinismo.it/images08/platy-water_tank.jpg" alt="" /></p> <p>[1] Seed, <a href="http://www.seedmagazine.com/news/2008/10/how_we_evolve_1.php">How we Evolve</a></p> Toni di grigio 2008-12-11T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/11/toni-di-grigio <p>Sono alle prese con le estrazioni di RNA per l’esperimento Silenzio Cosmico (sono a 3/4 dell’opera e potrei finire domani, incrociando le dita). Intanto che lavoro su questi campioni, <em>tra centrifughe e provette</em>, ho ascoltato un paio di podcast, in cuffia. Ci sono almeno due notizie interessanti che traggo dal <a href="http://www.nature.com/nature/podcast/">podcast di Nature</a>.</p> <p>La prima, nella puntata dell’11 Dicembre, riguarda un vaccino contro la Malaria, in sperimentazione clinica di ‘fase II’ e che ha dato dei risultati molto incoraggianti: riduzione di infezioni del 50%. Ci sara’ a breve la fase III del <em>trial</em> e se quella andra’ bene, il vaccino sara’ reso disponibile.</p> <p>La seconda notizia riguarda il cancro e la teoria della cellule staminali tumorali, un argomento di cui questo blog ha scritto <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/43/metastasi-e-staminali">in passato</a>. Secondo lo studio di cui si parla nella puntata del 4 Dicembre del <em>Nature</em> podcast, e’ difficile schierarsi a favore o contro la teoria delle <em>cancer stem cells</em>: nel caso del Melanoma, una forma di tumore della pelle, sembra che la teoria vacilli. Non tutto e’ bianco o nero, nemmeno in questo contesto. Un passo indietro per la teoria, forse, ma come scrive la rivista <em>Seed</em>, la Scienza non segue sempre una linea retta verso la scoperta.</p> Due cose curiose 2008-12-09T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/09/due-cose-curiose <p>Segnalato in una mailing list dell’ADI, <a href="http://www.dottorato.it/">Associazione dei Dottorandi e dei Dottori di Ricerca Italiani</a>, <a href="http://www.harzing.com/resources.htm#/pop.htm">Publish or Perish</a> e’ un programmino per Linux o Windows che aiuta un ricercatore a ‘suonare meglio la sua tromba’. Lo provero’ anche io, considerato che mi sarebbe piaciuto saper suonare la tromba.</p> <p>Completamente a braccio, l’intervista (a me medesimo!) realizzata da Davide Patitucci, pubblicata sulla homepage del portale <a href="http://www.videoscienza.it/Objects/Home1.asp">Video Scienza</a>. L’intervista fu condotta poco dopo il mio l’intervento <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/76/capitani-di-ventura-autoreferenziale">Capitani di Ventura</a>, e si vede il cannocchiale in ottone di cui mi sono servito durante la presentazione.</p> La fortuna dei principianti 2008-12-05T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/05/la-fortuna-dei-principianti <p>Come <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/70/tu-vuo-fa-o-molecolare">accennai</a>, mi sono lanciato nella biologia molecolare per l’esperimento che mi vede coinvolto. Nel preparare i campioni da spedire ai collaboratori che effettueranno le misure di espressione genica, ho eseguito, sempre con l’aiuto di un collega, delle misure di integrita’ e purezza dello RNA estratto. Evviva i kit commerciali per estazione dello RNA. Quando un piu’ o meno ex-fisico/radiobiologo riesce a tirar fuori un campione di RNA di ottima qualita’, come quello appena estratto dal mio cilindro, vuol dire che il kit che ho adoperato e’ davvero a prova di bomba.</p> <p>Mi preparo ad un intervista per il <a href="http://www.radres.org/podcast/">podcast</a> di <em>Radiation Research</em>, prevista per oggi pomeriggio, via Skype, con Ron Mitchel ad Ottawa. La persona dall’altra parte del filo e’ il mentore di uno dei miei mentori. Grandissimo onore, intervistarlo. Ci vediamo nel fine settimana.</p> Visti dagli altri, ancora una volta 2008-12-03T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/03/visti-dagli-altri-ancora-una-volta <p>Ho appena letto un altro Editoriale sulla situazione Italiana, apparso su una rivista scientifica ‘maggiore’. Stavolta si tratta di Nature Cell Biology[1], contemporaneo a quello di Nature Neuroscience[2]. Su un punto, del primo dei due Editoriali, mi trovo particolarmente d’accordo.</p> <blockquote> <p>Quelli che rimangono (gli Italiani non in fuga) devono soffrire, come si evince dalle domande di finanziamenti pervenute quest’anno allo European Research Council (nota: competizione per ricercatori con massimo 8 anni di esperienza post-dottorato). Sebbene all’Italia siano stati assegnati 26 progetti (58 agli UK, 33 alla Germania, 39 alla Francia e 24 alla Spagna), l’Italia e’ stato il paese con il maggior numero di domande pervenute (17% del totale). Tale quota e’ stata ragionevolmente etichettata come ‘tasso di disperazione’, indicativa della mancanza di supporto economico nei paesi in questione.</p> </blockquote> <p>Dietro questo triste record c’e’ un messaggio, forse piu’ nascosto ma importante almeno quello della scarsezza di risorse economiche in Italia: non sappiamo scrivere progetti di ricerca, forse perche’ abbiamo iniziato a farlo da troppo poco, e perche’ i giovani, di solito, non sono coinvolti nella progettazione delle attivita’ scientifiche. Tempo una generazione, di ricercatori educati all’idea di dovere competere per assicurarsi i propri fondi, invece che aspettare che passino a riempirti il piatto, e saremo competitivi almeno quanto gli altri. Sono palesemente ripetitivo e chiedo venia, ma l’argomento del merito mi sta molto a cuore, probabilmente troppo. Non accetto che sia data solo la notizia che fa piu’ comodo. Mi permisi di dirlo anche a Radio3 Scienza, la scorsa primavera, quando fui ospite in tramissione[3].</p> <p>[1] Nature Cell Biology, <a href="http://dx.doi.org/10.1038/ncb1208-1373">10, 1373 (2008)</a>.</p> <p>[2] Nature Neuroscience, <a href="http://dx.doi.org/10.1038/nn1208-1361">11, 1361 (2008)</a>.</p> <p>[3] Radio3 Scienza. <a href="http://www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=254544">Intervista</a> di Pietro Greco del 17 Giugno 2008.</p> Quando bisogna esser duri... 2008-12-02T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/12/02/quando-bisogna-esser-duri <p>Un carissimo collega, recentemente, e’ stato contattato da una rivista scientifica per servire da arbitro (referee) per un manoscritto che era stato inviato alla rivista perche’ vi fosse pubblicato. Considerando che parte dell’articolo riguardava la radiobiologia, il mio collega mi ha chiesto di dargli una mano, su quel pezzetto li’. Quindi, ho studiato l’articolo ed ho scritto il mio referto[1]. Pensavo di esserci andato piuttosto pesante, ma il mio collega mi ha fatto notare che, considerata la bassa qualita’ del manoscritto, almeno nella parte in cui lui aveva maggiori competenze per essere critico, forse ero stato fin troppo morbido. Non so poi come sia andata a finire, cioe’ se l’editore della rivista, basandosi sui commenti di tutti i <em>referees</em>, abbia accettato il manoscritto o l’abbia respinto.</p> <p>Poche settimane dopo mi ha contattato una rivista per cui ho servito da <em>referee</em> gia’ in passato. Avrei preferito svignarmela, oberato da altre scadenze per impegni gia’ presi, cosi’ ho provato a passare la palla ad un collega all’estero. Lui mi ha risposto…che la rivista aveva gia’ contattato anche lui per chiedergli parere, sullo stesso articolo. Strano… non ero il solo a pensare a lui come buon <em>referee</em> per quel manoscritto. Ed allora…abbracciamo anche questa croce, ho pensato, accettando l’incarico. Il manoscritto che avrei dovuto valutare conteneva delle parti su cui mi sentivo piuttosto arrugginito, cosi’ ho chiesto ad un mio collega di darmi una mano proprio su quella parte, riconoscendo ufficialmente, davanti all’editore, il suo contributo. Ebbene, l’articolo aveva delle grosse lacune, e nella nostra revisione congiunta abbiamo fatto notare tutte le nostre preoccupazioni. Pochi giorni dopo la consegna del nostro referto di arbitraggio e’ arrivata la lettera dell’editore che ci ringraziava per il lavoro svolto con tanta cura (e questo, per quanto mi riguarda, vale piu’ del denaro), e ci informava che l’articolo era stato rifiutato dalla rivista. Non verra’ pubblicato. Come di consueto, l’editore ci ha anche mostrato la lettera-referto dell’altro arbitro (probabilmente, il collega all’estero, che avevo cercato all’inizio per scaricare a lui la responsabilita’, ma non posso esserne certo perche’ i referee sono anonimi), anche questa piuttosto critica del manoscritto.</p> <p>Insomma, anche se ho fatto da arbitro gia’ molte altre volte, questa volta, ed e’ la mia prima volta, ho contribuito al <em>rigetto</em> di un manoscritto. Sensi di colpa…gli autori saranno rimasti delusi…i loro curricula non avranno quella “riga in piu’”. Ho/abbiamo fatto bene? Si, e che nessuno se la prenda a male. La pubblicazione dei risultati della propria ricerca costituisce un obbligo morale verso la comunita’ scientifica e verso la societa’ tutta. Se il lavoro fa acqua, se i risultati non supportano le conclusioni, oppure, se il design del lavoro e’ fallace… occorre fare di meglio, prima di arrivare alla pubblicazione. Chi studia un articolo gia’ pubblicato non puo’ permettersi di dubitare che il lavoro sia ‘sbagliato’.</p> <p>A lenire i miei sensi di colpa, comunque ancora tangibili, e’ giunta la lettura di un articolo scritto da S. Wiley su <a href="http://www.the-scientist.com/article/display/55117/">The Scientist</a> proprio sul tema della <em>peer-review</em> e del rigetto.</p> <blockquote> <p>…quando si contribuisce, inavvertitamente, a creare problemi nel processo del peer-review, e’ di solito perche’ ci si sta comportando in modo troppo permissivo, piuttosto che quando si e’ troppo critici.</p> </blockquote> <blockquote> <p>…i buoni referees impiegheranno il loro tempo per analizzare i progetti di ricerca (o i manoscritti) piu’ scadenti, cercando di fornire criticismo costruttivo che possa portare ad un miglioramento.</p> </blockquote> <p>Grazie Wiley, mi sento piu’ leggero. Gli autori di quel manoscritto hanno ora dei nuovi strumenti per migliorarsi.</p> <p>[1] Mi preme ricordare che per queste attivita’ di referaggio non si vede un singolo mezzo euro bucato. E’ un’attivita’ che fa parte del proprio mestiere, un servizio dovuto alla ricerca. Non e’ retribuito. Quando lo <a href="http://network.nature.com/people/massimopinto/blog/2008/01/11/teach-your-mom-peer-review">spiegai a mia madre</a>, non ci pote’ credere.</p> Se davvero fosse come dicon loro 2008-11-30T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/30/se-davvero-fosse-come-dicon-loro <p>L’editoriale di <em>Nature Neuroscience</em> del mese di Dicembre[1] mette a fuoco la situazione Italiana, con lucidita’, mi sembra, rispetto al problema del precariato e come il governo intende liquidarlo ahem…risolverlo. Ci sono molte affermazioni assolutamente corrette, nell’editoriale, tranne una, che invece mi pare che tanto corretta non lo sia. L’editoriale definisce la posizione di <em>Ricercatore</em> (Italiano) come una posizione <em>tenure-track</em>, di cui ho scritto <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/72/ma-davvero-li-vogliamo-i-concorsi">recentemente</a>: un percorso verso un posto permanente, al quale accedere solo dopo avere superato numerose prove <em>in itinere</em>.</p> <p>Ecco qui il pezzo dell’editoriale che incrimino (traduzione fatta in casa):</p> <blockquote> <p>Nel 2005, l’amministrazione Italiana decise di eliminare gradualmente quelle posizioni tenure-track, simili a quelle di Assistant Professor[2], chiamate <em>Ricercatori</em>. I <em>Ricercatori</em> costituiscono circa un terzo dello staff permanente (60,000 unita’) e la loro figura fu progettata come punto di passaggio verso una posizione permanente (tenure), a livello di professore associato.</p> </blockquote> <p>Non e’ cosi’. Intanto non mi e’ chiarissimo come possano le posizioni di <em>Ricercatori</em> essere permanenti e, al tempo stesso, tenure-track. Mi perdoni l’Editore, al quale scrivero’. E’ vero che i <em>Ricercatori</em>, quando vincono un concorso, sono soggetti ad un periodo probatorio, dopo il quale possono essere ‘confermati’. Ma, alzi la mano, o schiacci il tasto “@”, colui che conosce un <em>Ricercatore</em>, in Italia, che non abbia superato questa barriera. Di fatto, il vincitore di un concorso per <em>Ricercatore</em> in Italia riceve, nel pacchetto, anche la posizione permanente gia’ dal <em>primo giorno</em> di servizio. Quindi, si evince, la posizione di <em>Ricercatore</em> non e’ di tipo tenure-track, ma e’ gia’ <em>tenured</em>. Questa non e’ cosa da poco. Anzi, visto che su questo blog posso anche esprimere un’opinione, io credo sia uno dei nostri veri disastri, perche’ significa che, almeno per ora, in Italia non esiste nessun sistema per valutare l’operato del Ricercatore, eventualmente ‘deragliandolo’ dal suo track verso la posizione di Professore Associato. Visto da una prospettiva un po’ diversa, significa anche che se le posizioni di <em>Ricercatore</em> devono essere permanenti gia’ dal primo giorno di servizio, come di fatto e’, e’ chiaro che si crei un collo di imbuto strettissimo, e che queste posizioni saranno poche poche. Vedi i numeri del precariato…vedi i cervelli in fuga…bla bla bla.</p> <p>Sono appena cambiate le regole per i concorsi per <em>Ricercatore</em>: tra l’altro, pare vengano eliminate le prove scritte. Come tantissimi colleghi, non mi convincono. Le prove scritte, se fatte davvero con serieta’, erano delle prove vere. Il problema non e’ nella forma. Ne riparleremo.</p> <p>[1] Nature Neuroscience, <em>The Plight of the Precari</em>, <a href="http://www.nature.com/neuro/journal/v11/n12/full/nn1208-1361.html">11, 1361; 2008</a></p> <p>[2] Nel sistema Accademico USA-Canada. Vedi anche <a href="http://www.slideshare.net/pintarello/capitani-di-ventura-presentation">questa presentazione</a>.</p> Capitani di Ventura (Autoreferenziale) 2008-11-26T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/26/capitani-di-ventura-autoreferenziale <p>Sono stato invitato a parlare ad un evento che riassumo qui.</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/23.jpg" alt="" /></p> <p>FLC CGIL ISS Giovedì 27 novembre ore 10 Istituto Superiore di Sanità Viale Regina Elena, 299 – Roma AULA Magna “F. POCCHIARI”</p> <p>Programma:</p> <ul> <li> <p>Proiezione del Video “ Un Novembre di Lotta” (dedicato alle recenti iniziative delle lavoratrici e dei lavoratori dell’ISS e di altri EPR)</p> </li> <li> <p>Apertura dei Lavori di <em>Antonello Caporale</em> : “entriamo nel Merito”</p> </li> </ul> <p>Interventi di:</p> <p><em>Paolo Del Giudice</em> (ISS): “(Auto) valutazione della ricerca?” <em>Massimo Pinto</em> (ISS): “Capitani di ventura“ <em>Marco Mirolli</em> (CNR): “Proposte dall’Assemblea” <em>Gianni Ricco</em> (ADI): “Testimonianze dall’Onda”</p> <p>Conclude: <em>Francesco Sinopoli</em> (FLC CGIL Nazionale)</p> <p>A domani.</p> The Truman Show 2008-11-24T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/24/the-truman-show <p>Strano paese, l’Italia. La scorsa primavera partecipai ad una gara per l’assegnazione di fondi per la ricerca, in perfetto stile anglosassone/USA: <em>investigator-driven</em>, ovvero il candidato propone un progetto di ricerca che, se piace e giudicato meritevole, viene finanziato. Purtroppo i numeri non erano incoraggianti: giunsero piu’ di 1,700 domande per - si stimava - 30 vincitori. Ma non ci si poteva tirare indietro solo perche’ le chance erano scarse: fosse stato anche solo per supportare la causa, occorreva partecipare. Ed il numero di domande pervenute dimostra chiaramente quale fosse la sete dei ricercatori under 40.</p> <p>Sono passati diversi mesi dalla chiusura della gara e le notizie sulla sua progressione sono state introvabili, ma talmente introvabili che il sottoscritto e’ riuscito a sapere qualcosa solo scrivendo direttamente, all’indirizzo di posta elettronica, al Senatore che ha fortemente voluto lo stanziamento di questi sacrosanti 15 milioni di euro per i ‘giovani’ under 40: Ignazio Marino. Ed il Senatore Marino agli email ha risposto, di persona.</p> <p>Quando sai che i vincitori saranno 30 su 1,700 fai bene a pensare gia’ ad altro, partecipando ad altre gare. Ma sarebbe dignitoso, rispettoso delle settimane di privazione di sonno di quest’esercito di ricercatori che si era impegnato a scrivere il proprio progetto, quanto meno comunicare lo stato di avanzamento della selezione:</p> <blockquote> <p>Tu sei fuori. Tu pure, ma sappi che il tuo progetto non era niente male davvero. Tu sei andato alla prossima fase e sei ancora in gara con altri 80. Riceverai una nuova comunicazione sullo stato d’avanzamento della gara entro 15 gg.</p> </blockquote> <p>Invece, nulla. Nulla. Nulla.</p> <p>Poi, qualche giorno fa, un amico mi segnala un articolo su <em>La Repubblica</em> che parla proprio della fase conclusiva di questa gara[1]. Ma tu guarda…i partecipanti alla gara non hanno comunicazioni dirette, ma magari, se vanno dal barbiere, quello gli dice come e’ andata la gara perche’ l’ha letto sul giornale. Torni a casa e spieghi a tuo figlio, o al tuo compagno: Ricordi quando facevo le notti a completare quel progetto, in primavera? Purtroppo non ho vinto. Me l’ha detto un tizio, dal barbiere.</p> <p>Avrei voluto un po’ di rispetto. Mi sento come Jim Carrey in Truman Show. Aiutatemi a trovare l’uscita. <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/22t.jpg" alt="" /></p> <p>[1] La Repubblica Salute, <a href="http://www.repubblica.it/supplementi/salute/2008/11/20/medicinasanitagrave/023ven60123.html">20 Novembre 2008</a></p> Turistas fai-da-te? 2008-11-21T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/21/turistas-fai-da-te <p>Richard Garriot e’ stato <a href="http://www.guardian.co.uk/science/blog/audio/2008/nov/06/science-weekly-podcast-richard-garriott">intervistato</a> per il Guardian Science Podcast, al suo rientro da un viaggio nello spazio come <em>turista</em>. <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/21t.jpg" alt="" /> La registazione dell’intervista dura una mezz’oretta ed e’ bella bella. Era gia’ da piccolo che Garriot voleva seguire le orme del papa’…nello spazio! Garriot racconta direttamente dell’esperienza di preparazione alla missione - con i Russi, sulla <em>Soyuz</em> - il decollo, con tutti i suoni di valvole…<em>click-clack</em> ma comunque delicatissimo, seppure l’accelerazione continui ad aumentare, a mano a mano che si va su. Perder l’appetito nello spazio…e sentirsi maluccio per essere di nuovo sottoposti alla forza di gravita’, una volta rientrati sulla terra. E poi il ritorno, sulla terra, perfetto, a parte l’impatto un po’ duro in fase atterraggio, nonostante il paracadute. Ma con lo staff di terra che era pronto ad aspettarli, essendo loro atterrati a 500m dal punto previsto. 500m?? E’ come giocare a freccette e finire a frazioni di millimetro dal centro?</p> <p>Il racconto e’ lucido e divertente. Ve lo consiglio davvero, come la maggior parte dei podcast scientifici del Guardian.</p> Ma davvero li vogliamo i concorsi? 2008-11-19T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/19/ma-davvero-li-vogliamo-i-concorsi <p>Siamo tempestati, dalla stampa estera, di commenti negativi alla nostra struttura di progressione di carriera accademica, basata sui concorsi pubblici per titoli, esami e colloquio. Siamo accusati di cronismo e di nepotismo[1].</p> <p>Difficile dargli torto. Quando si partecipa ad un concorso pubblico, in Italia, prendo come esempio il caso del profilo di ricercatore, non e’ chiaro perche’ debbano volere proprio te. Ti vengon fatte delle domande, agli esami scritti (quando sono previste prove scritte) ed agli orali, ma mi sembra, dalle poche esperienze gia’ fatte, che ci sia poco spazio per cio’ che tu potresti volere <em>aggiungere</em> a quell’Istituto, quali idee nuove potresti portare. La preoccupazione di breve e medio termine sembra essere quella di riempire una casella, la cui forma e’ stata gia’ piu’ o meno determinata. Ma…un conto e’ chiedere una nuova unita’ di personale per soddisfare le esigenze di un Istituto, altro invece e’ percepire di dovere e volere espandere la propria attivita’, e cercare l’offerente della migliore idea, la piu’ promettente, che meglio si innesti nelle attivita’ gia’ esistenti ma <em>non</em> sia la stessa. Senno’ che innovazione c’e’? Con questo sistema “guidato dal candidato” <em>non</em> vincono gli individualisti, ma vincono quelli con le migliori idee <em>e</em> che dimostrano attitudine nel lavoro di gruppo, cooperativo. Il vincitore, dunque, e’ un vero <em>decathleta</em> della ricerca.</p> <p>Bene. Questo sistema di selezione di candidati “brillanti” ed “empatici” e’ stato il motore della ricerca Britannica, Statunitense, Canadese. Non posso generalizzare ad altri paesi perche’ non dispongo di informazioni dirette. Tuttavia, con la crescita dei laureati e detentori di PhD con ambizioni di carriera accademica, si e’ capito oramai che la strada del tenure track[2] e’ diventata estremamente competitiva. Alcune Universita’ non l’offrono nemmeno: fino a che il ricercatore possiede finanziamenti, procurati attraverso agenzie esterne, e’ benvenuto a soggiornare. Ma se perde i fondi, perde anche il lavoro, il suo laboratorio, lasciando allo scoperto anche tutto il suo staff. Anche se molti sono disposti a seguire questo tipo di percorso, chiamato “in residence”, e’ pericoloso per chiunque apprezzi il concetto di “famiglia”. Direi anche poco onorevole, perche’ se sei innamorato della ricerca scientifica, e’ bene che lo sia anche lei di te: se qualcosa un giorno ti andra’ male, e puo’ capitare anche ai piu’ brillanti, non vorrai che lei ti volti le spalle, lasciandoti a terra.</p> <p>Insomma, il <em>tenure-track</em> rappresenta un’opportunita’ per pochissimi, e la carriera <em>in residence</em> e’ piena zeppa di rischi. Che possibilita’ avrebbe l’Italia in alternativa ai concorsi pubblici? Sarebbe opportuno percorrere la strada che altri hanno gia’ percorso, brillantemente, sapendo gia’ che potrebbe portarci ad una depressione, qualche tempo piu’ in la’? E’ come in una regata di vela. Chi sta in testa alla gara sta pensando alla strategia per la prossima boa. Noi, gia’ indietro, adottando il vecchio modello degli altri non cambieremmo neppure strategia. Difficile credere che il nostro distacco diminuirebbe.</p> <p>Un’idea, <a href="http://www.biojobblog.com/2008/11/articles/ideas-and-indulgences/is-tenure-obsolete/">lanciata sul web</a>, e’ modificare il percorso <em>tenure-track</em>, in modo che nessuno si possa sedere mai sugli allori (di contro, nel Bel Paese, non esiste sostanzialmente nessun modo di licenziare un ricercatore o un professore inefficiente). Ogni anno, il professore potrebbe essere giudicato per la sua resa in 1) insegnamento, 2) pubblicazioni, 3) finanziamenti, 4) servizio istituzionale e 5) dedizione all’innovazione. E se il giudizio dovesse essere negativo per un paio di anni di fila…via. Avanti un altro. Non farebbe certo piacere ai 99 Posse, che cantavano <a href="http://www.elyrics.net/read/0-9/99-posse-lyrics/salario-garantito-lyrics.html">Voglio ‘o salario garantito</a></p> <p>[1] Un po’ di riferimenti. <a href="http://www.economist.com/world/europe/displaystory.cfm?STORY_ID=12607260">The Economist</a>, 13 Novembre 2008. <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v456/n7219/full/456142a.html">Nature</a>, Editoriale, 13 Novembre 2008. Sullo stesso numero, una <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v456/n7219/full/456166a.html">lettera</a> scritta dalla rete Nazionale dei Ricercatori Precari <a href="http://www.repubblica.it/speciale/2008/appelli/ricercatori_estero/index.html">La Repubblica</a>, per chi e’ <em>in fuga</em>, offre anche la possibilita’ di raccontare la propria storia. Splendida, a questo proposito, la riflessione di Marco Cattaneo su <a href="http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/11/18/mille-testimoni-scomodi/">Made in Italy</a></p> <p>[2] <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tenure-track">Tenure Track</a>. Fase della Carriera Accademica alla quale di accede tramite competizione, in cui si valutano il curriculum, le lettere di referenza, la filosofia di insegnamento ed un progetto di ricerca. Si entra come “Assistant Professor” in prova, per 5-7 anni, alla fine dei quali, previa valutazione della produttivita’ scientifica, si effettua la transizione alla <em>tenure</em> (posto fisso), in qualita’ di Associate Professor. Ne parlai ad un convegno un anno fa, mettendo poi online <a href="http://www.slideshare.net/pintarello/percorso-accademico-italiano-vs-uk-ed-usa/v1">le diapositive</a></p> Alt! Si, ma quanti siete? 2008-11-17T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/17/alt-si-ma-quanti-siete <p>Gira un <a href="http://network.nature.com/groups/nnbloggername/forum/topics/3392?page=1">esercizietto</a> sul Nature Network - lo faccio anche io qui per Post D.O.C., dopo averlo fatto per il blog <a href="http://network.nature.com/people/massimopinto/blog/2008/11/15/whats-this-bel-paese">Science in the Bel Paese</a>.</p> <p><strong>1. Di che parla il tuo blog?</strong> Della mia prospettiva sulla ricerca italiana, di radiobiologia, di cancro e di storielle sulla scienza che trovo divertenti.</p> <p><strong>2. Di cosa non scriverai mai sul blog?</strong> Di ingiustizie in sede di concorso che abbiano coinvolto persone che conosco direttamente.</p> <p><strong>3. Hai mai considerato di lasciare la ricerca?</strong> No, ma con questo canale di comunicazione sto anche cercando di migliorare le mie qualita’ di divulgatore. Credo che sapere comunicare bene sia un aspetto complementare all’attivita’ di ogni ricercatore.</p> <p><strong>4. Che cosa faresti se non fossi un ricercatore?</strong> Contrabassista Jazz? Fotografo? Peseguendo questa carriera ho sacrificato diversi altri interessi. A 21 anni mi tirai indietro da uno sport agonistico ed appresi poco dopo che sarei stato chiamato in squadra Nazionale. Peccato. Ma i ritmi erano troppo intensi e lo studio ne avrebbe risentito.</p> <p><strong>5. Come vedi il blogging scientifico nei prossimi 5 anni?</strong> Non me lo riesco ad immaginare davvero, perche’ mi sembra che tutto si stia muovendo a velocita’ gigantesca. Nel breve termine, spero di poter postare anche materiale video ed audio, anche direttamente “dal campo”, senza dover ricorrere ad un computer.</p> <p><strong>6. Quale e’ la cosa piu’ straordinaria che ti e’ capitata grazie a questo blog?</strong> Percepire la stima di persone che stimo, e leggere dei bellissimi commenti dei lettori.</p> <p><strong>7. Hai mai scritto qualcosa, su questo blog, di cui ti sei poi pentito?</strong> No.</p> <p><strong>8. Quale e’ stata la prima volta in cui hai sentito parlare di blogging scientifico?</strong> Mi ci sono imbattuto per caso, sul portale di <a href="http://network.nature.com/people/massimopinto/blog/2008/11/15/whats-this-bel-paese">Nature</a>, e piu’ o meno contemporaneamente su quello di <a href="http://scienceblogs.com/">ScienceBlogs</a>. Era solo un anno fa…</p> <p><strong>9. Cosa pensano i tuoi colleghi di lavoro della tua attivita’ di blogging?</strong> Al momento ho avuto poco feedback dai colleghi del mio gruppo di ricerca. In generale non faccio molta pubblicita’ tra i primi vicini; mi sta bene se ci arrivano da soli, per loro diretto interesse. Forse non sono i tipi che cercano notizie nei blogs. Ci sono pero’ diversi lettori di questo blog tra gli amici in Istituto, non solo giovani.</p> <p><strong>10. Sapresti scrivere un post, su questo blog, in forma poetica, riguardo il tuo lavoro di ricerca?</strong> Mamma mia che sfida<img src="" alt="" /> Comincio a pensarci su. Intanto mi sono limitato alla prosa, divertendomi comunque molto, con la creazione dei personaggi <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Ester-Ofila">Ester Ofila</a> e Libero Mobile.</p> Passioni 2008-11-15T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/15/passioni <object width="400" height="300"> <param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="movie" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=2188073&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" /><embed src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=2188073&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" width="400" height="300" />&lt;/embed&gt;</object> <p><br /><a href="http://vimeo.com/2188073">Portrait Of A Scientist - Scientist and Their Desks</a> from <a href="http://vimeo.com/user685821">Imagine Science Films</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p> SPQR: Sono Pazzi Questi Ricercatori? 2008-11-14T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/14/spqr-sono-pazzi-questi-ricercatori <p>Sto impaginando il rapporto dell’attivita’ sperimentale dell’ultimo anno, per l’ente che finanzia il mio esperimento, e mi accorgo che una delle illustrazioni si riferisce a degli esperimenti fatti tra i giorni 8 e 14 Agosto scorsi. Me li ricordo quei giorni, quando molti semafori erano in giallo lampeggiante, e per Roma si girava in bici che era una bellezza. Buttai giu’ queste righe, per un post che non completai.</p> <blockquote> <p>C’e’ stata davvero poca gente in giro per l’Istituto, nella settimana di Ferragosto. Quei pochi che c’erano, pero’, sembravano molto attivi. Io sono molto contento del mio esperimento dello scorso Giovedi’ e Venerdi’, per cui sono tutto preso dalla voglia di continuarlo anche questa settimana. Strano lavoro quello dei ricercatori. L’unico vero nostro motore e’ l’entusiasmo.</p> </blockquote> <p>Insomma, non e’ certo lo stipendio che spinge il ricercatore a lavorare fino a tardi la sera e nei fine settimana[1], o a cavallo di Ferragosto, o correre il prima possibile in laboratorio, al mattino, per prendersi cura dell’esperimento in corso. Ma raramente ci si imbatte, a proposito, in parole tanto belle quanto quelle che ha scritto Eva Amsen, <a href="http://network.nature.com/people/U27CE62BB/blog">blogger</a> sul Nature Network, che ha messo giu’ un post splendido[2], emozionante.</p> <p>Eva sta per cambiare carriera, dopo anni al bancone del laboratorio, e riflette su quello che si lascera’ indietro.</p> <blockquote> <p>Per anni il laboratorio ha completamente dominato la mia vita. Mi sono trasferita da un continente all’altro per fare il ricercatore. Ho dovuto cercare nuove amicizie in un nuovo paese. Amici che vedevo poco, perche’ passavo le mie serate in laboratorio. […] Tutto questo per cosa?? Paura costante di campioni sperimentali andati in rovina, fallimenti, ipotesi senza verifica. Prendersi cura delle cellule ogni qualvolta era necessario. Essere sotto pressione, ove la prestazione si misura in risultati positivi. Dover sempre pensare in previsione del prossimo futuro […] in quale altro mestiere si prova lo stesso tipo di stress? In quale altro mestiere conta cosi’ tanto se si fa un’operazione alla Domenica sera o al Lunedi mattina? […] Non avrei mai pensato di sentire la mancanza della frustrazione dei Western blot (una tecnica sperimentale laboriosa). Pensavo che sarei stata lieta di lasciarmi indietro la coltura cellulare (che dettava i tempi del suo weekend) […] contavo gli anni, i mesi, i giorni, che mi separavano dalla mia liberta’. Ed ora, al mio ultimo Sabato in laboratorio, improvvisamente capisco che non e’ solo il laboratorio che mi sto lasciando alle spalle, ma e’ un’intero modo di vivere. Trattengo le lacrime: se dovessero cadere nei campioni di RNA, saro’ bloccata qui ancora per un mese.</p> </blockquote> <p>Non posso fare altro che commovermi, in silenzio [snif].</p> <p>[1] <em>La Repubblica</em>, 12 Novembre 2008, <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/11/12/tagli-concorsi-truccati-la-ricerca-mortifica-talenti.html">Tagli e concorsi truccati, la ricerca mortifica i talenti</a></p> <p>[2] Eva Amsen, 25 Ottobre 2008, <a href="http://network.nature.com/people/U27CE62BB/blog/2008/11/06/last-saturday">Last Saturday</a></p> Mi passi la Scienza? Questa vita e' un po' sciapa 2008-11-12T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/12/mi-passi-la-scienza-questa-vita-e-un-po-sciapa <p>Paolo, un lettore di questo blog, mi ha segnalato un articolo di Brian Greene, professore di Fisica alla Columbia University di New York, ed autore del libro <em>The Elegant Universe</em>. Greene scrisse questa lettera per il New York Times, la scorsa primavera[1].</p> <p>Greene fa subito notare come sia ovvio, dall’osservazione del nostro benessere, che dobbiamo essere grati alla scienza. E’ grazie alla scienza che abbiamo computers, internet, iPods, scanner MRI, radiografie…ed e’ alla scienza che ricorriamo per cercare di risolvere i grandi problemi dell’umanita’ e della terra. Anche se qui in Italia lo abbiamo capito poco, la scienza, secondo Greene, e’ alla base del progresso.</p> <p>Ma non e’ tutto. Greene, prendendo spunto dai contenuti di una lettera a lui indirizzata, scrive che la scienza e’ ben di piu’ che uno strumento con cui <em>ottenere</em> benessere. E’ un modo di vivere, una prospettiva. E’ la</p> <blockquote> <p>…lingua della speranza e dell’ispirazione, che ci offre scoperte da cui nasce la percezione di essere tutt’uno con il mondo che viviamo.</p> </blockquote> <p>La nota amara di Greene e’ che la scienza viene insegnata male, malissimo, senza trasporto, enfasi, senza offrire l’opportunita’ di comprendere quanto essa sia presente nella nostra vita. E non solo in Fisica, ma anche nella Biologia, nella Chimica… <em>ha ragione!</em> Ricordo che rabbia mi faceva, mentre ero al liceo, il fatto che il programma di Storia si fermasse alla Seconda Guerra Mondiale. Mi sono diplomato nel 1992: che strumenti mi aveva dato la scuola per comprendere il crollo dell’Unione Sovietica, il conflitto Israelo-Palestinese, e poi l’Iraq, l’Afghanistan? Per ragioni forse simili a queste, Greene auspica un cambiamento culturale, tale che</p> <blockquote> <p>…la scienza sia messa al posto giusto (nella societa’), insieme alle arti, la musica e la letteratura, come parte indispensabile di cio’ che rende la nostra vita degna di essere vissuta.</p> </blockquote> <p>Bel concetto, quello che esprime. Estrapolo: cosi’ come pittori e musicisti di oggi godono dell’influenza dei grandi del passato, chi fa ricerca oggi cavalca l’onda messa in moto da Galileo, Newton, Mendel, un’onda che permea il loro quotidiano. Ed anche loro stessi contribuisco, in qualche misura, alle fondamenta del pensiero di domani. E’ come un senso di appartenenza ad una famiglia, un concetto sottile, forse romantico.</p> <p>Si fa presto a dire tagli alla Ricerca. Ma forse…non sta andando proprio tutto a rotoli.</p> <p>[1] Brian Greene, <a href="http://www.nytimes.com/2008/06/01/opinion/01greene.html?_r=1&amp;ex=1212984000&amp;en=d1bd4cd7cfefa238&amp;ei=5070&amp;emc=eta1&amp;oref=slogin">Put a little science in your life</a>, 1 Giugno 2008. Pubblicato anche sullo <em>International Herald Tribune</em> del giorno successivo.</p> Tu vuo' fa' 'o molecolare... 2008-11-10T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/10/tu-vuo-fa-o-molecolare <p>Ho iniziato con una laurea in fisica, con indirizzo nucleare ed orientamento biologico. Appena un paio di esami di biologia, su 18 in tutto, e rischiavo pure di innamorarmi della professoressa di Genetica. Da li’ mi sono subito imbattuto in un PhD, a Londra, sul tema del danno al DNA indotto da radiazioni ionizzanti, ed il suo riparo. Poi, prima con il post-doc in USA, ed ora qui in Italia, mi sono lanciato nel problema della radiobiologia delle basse dosi, la cui implicazione che piu’ mi affascina sono gli effetti di lungo termine nei malati di tumore che sono sopravvissuti grazie alla radioterapia. Dunque, se e’ vero che mi sono laureato in fisica, sono oramai dieci anni che faccio il mestiere del biologo cellulare (da cui la domanda “<em>Ma che cosa ci fa un fisico con il camice?</em>”)</p> <p>Ma la mia metamorfosi sembra non esser finita qui. Dopo l’Italiano, l’Inglese ed il Napoletano, pare che adesso debba imparare una nuova lingua, quella della <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Transcriptomics">trascrittomica</a>. Rifacendomi alla definizione di Wikipedia…il trascrittoma e’ il set completo di tutti gli RNA messaggeri, trascritti dai corrispondenti geni, in una popolazione cellulare, in un dato momento. Il genoma rimane costante, a meno di mutazioni; il trascrittoma no, ma se ne puo’ fare un’istantanea.</p> <p>Siamo giunti ad una fase interessante dell’esperimento. Abbiamo gia’ dei dati incoraggianti, ed ora, per capirci di piu’, ci accingiamo a studiare il trascrittoma delle cellule dell’esperimento, per ciascuna delle condizioni sperimentali sotto esame. Dunque, la scorsa settimana ho realizzato quattro repliche dell’esperimento base, custodendo i campioni in freezer, a -80 gradi centrigradi[1].</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/20t.jpg" alt="" /> <em>Esperimento di estrazione RNA per cDNA microarray. Prima replica biologica.</em></p> <p>Da domani, Martedi, comincero’ ad isolare lo RNA totale da questi campioni. Poi sara’ il momento del controllo di qualita’ dello RNA estratto, e se tutto sara’ andato bene…i campioni saranno spediti a dei collaboratori, che effettueranno delle misure con una tecnica che non abbiamo qui con noi, i cDNA Microarray. Circa un mese dopo, questi collaboratori dovrebbero inondarci di <em>trascrittomi</em>. Delle decine di migliaia di geni umani, il risultato sara’ un tabulato contenente il livello di trascrizione, per ciascun gene, indicando come questo varia nella condizione A, rispetto alla condizione B. Da quella tabellina di 30,000 righe…bisognera’ tirarne fuori un <em>senso</em>: usando tecniche di bioinformatica, occorrera’ analizzare l’espressione genica per stabilire quali pathways (che coinvolgono molti geni) si sono attivati in una condizione rispetto all’altra; in che cosa, da un punto di vista funzionale, i campioni differiscono tra loro. Sara’ davvero un tuffo verso un mondo nuovo, per me inesplorato. Occorrera’ studiare, e a chi non fa questo mestiere suona sempre strano quando sente che uno, per lavorare, deve mettersi a studiare. Per la piattaforma di bioinformatica e per l’analisi di questi trascrittomi, ho previsto l’acquisto di un nuovo computer - quello da cui vi scrivo, fedelissimo, purtroppo sta per lasciarmi - piu’ un disco esterno, da 500Gb, per archiviare questa montagna di dati ed i risultati della loro elaborazione. Magari, in questa avventura verso il la biologia molecolare-trascrittomica-bioinformatica, il mio passato di fisico mi tornera’ di nuovo utile.</p> <p>[1] Adesso in freezer ci sono <em>288</em> provette con campioni di cellule, tutte indicizzate a mano e pronte per averne lo RNA estratto! (Speriamo non manchi la corrente)</p> Pagare si, pagare no 2008-11-09T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/09/pagare-si-pagare-no <p>Avevo messo un’orecchietta elettronica ad un <a href="http://www.economist.com/debate/overview/135?source=hptextfeature&amp;source=hpevents&amp;sa_campaign=debateseries/debate15/alert/round/open">dibattito online</a>, promosso dal settimanale <em>The Economist</em>, promettendomi di scriverci su una storia ad esso collegata. Da ieri, nelle nostre edicole, e’ stato anche reso disponibile il volume della serie <em>Approfondimenti</em>, de <em>Il Sole 24 ore</em>, intitolato <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2008/instant-book-come-cambia-la-scuola/scuola-primaria-secondaria/instant-book-presentazione-opera.shtml?uuid=3f44bd70-acb8-11dd-b5f0-553f252854bf&amp;DocRulesView=Libero&amp;fromSearch">Come Cambia La Scuola</a>, che ho acquistato subito, per avere maggiori informazioni sull’argomento.</p> <p>Ma il tempo stringe, ed ho studiato troppo poco. Il dibattito online si chiude tra solo <strong>15 ore</strong> ed e’ meglio segnalarvelo subito.</p> <p>L’argomento e’ interessantissimo, e ci riguarda molto, proprio in questo momento storico in cui si discute (parola grossa forse, diciamo che viene proposto, va’…) di riformare le nostre Universita’, offrendo l’opportunita’ di trasformarle in fondazioni private. Cosa accadrebbe alle tasse universitarie? Aumenterebbero? E se aumentassero, cosa sarebbe del diritto allo studio?</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/19.jpg" alt="" /></p> <p>Il dibattito orbita intorno alla seguente proposizione della rivista:</p> <blockquote> <p>Questa casa ritiene che siano gli inividui, non lo stato, a dover pagare i costi per l’istruzione superiore.</p> </blockquote> <p>Vengono quindi presentate due posizioni contrapposte. Al dibattito hanno gia’ partecipato quattrocento lettori, con i loro commenti. Mentre scrivo questo <em>post</em>, Il 47% dei commentatori si dice favorevole alla proposizione de <em>The Economist</em>, mentre il 53% ritiene che lo Stato debba farsi garante dell’opportunita’ di studio di tutti i suoi cittadini.</p> <p>Buon <a href="http://www.economist.com/debate/days/view/237">dibatitto</a> e buona Domenica.</p> Se mio nonno avesse il trollo 2008-11-07T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/07/se-mio-nonno-avesse-il-trollo <p>Questa settimana ho partecipato ad una di quelle selezioni pubbliche, per titoli e colloquio, per un profilo professionale in cui ho poche competenze da offrire. Sostanzialmente un mestiere diverso dal mio, ma considerando che si trattava di un posto permanente…provare non era reato. Per il vero, mi sentivo un po’ disfattista prima ancora di presentarmi all’orale del concorso. Seguendo pero’ un <em>prezioso consiglio</em>, mi ero promesso, nel caso in cui l’esperienza fosse stata davvero pesante, di rifarmi con un po’ di shopping (le donne, chiaramente, conoscono bene il re dei rimedi alle giornate “no”).</p> <p>E’ stata, tutto sommato, un’esperienza piu’ che dignitosa. La commissione - erano in quattro - mi ha fatto i complimenti per il curriculum e per tutta la ricerca svolta in Italia ed all’estero. Fortuna ha voluto che il colloquio inziasse proprio dalla mia esperienza di ricerca. Giocavo in casa e sono riuscito ad intavolare un discorso in cui i commissari mi sono sembrati sinceramente interessati. E’ giunto pero’ il momento delle domande pertinenti la selezione, e loro avevano gia’ capito dal mio curriculum che io non ho nessuna esperienza in merito. Ciononostante, visto che il colloquio era stato molto piacevole, la maggioranza ha optato per farmela comunque, la domandona. Ed io…sono cascato come una pera cotta, ammettendo di non conoscere la risposta ed evitando di arrampicarmi sugli specchi, tanto avrebbero potuto farmi cadere in qualsiasi momento, dietro l’angolo. Il commissario che piu’ si era appassionato al racconto del mio lavoro passato e presente si e’ lasciato andare in una dichiarazione si apprezzamento, di congratulazioni, che mi e’ sembrata profondamente sincera, ed infatti mi sono emozionato. La sintesi era quella che mi aspettavo, cioe’ che le mie competenze non erano richieste per questa selezione, e che magari per una selezione diversa[1]… ma lui era addolorato perche’ gli sembra assurdo che gente in gamba debba gareggiare nei posti sbagliati perche’ non trova soluzioni adeguate per le proprie competenze. Si puo’ interpretare questa frase in modo molto piu’ cinico (che ci vieni a fare qui?) ma lui mi sembrava fosse addolorato davvero. E questa sua dichiarazione e’ stata la cosa piu’ umana di questo colloquio, che mi ha fatto sentire piu’ leggero. Alla fine, ci siamo dati tutti una gran bella stretta di mano, ci siamo augurati il meglio, ed io sono uscito dalla sala molto piu’ sereno di quanto avrei potuto immaginare di essere, anche solo mezz’ora prima.</p> <p>Per quanto dignitosa sia stata la prova, il mio cromosoma X si era comunque gia’ ben predisposto alla trascrizione: <em>shopping</em>! Mi sono concesso due CD Jazz, che non acquistavo da tempo. Uno di questi e’ una registrazione del quintetto di Art Blakey al <em>Birdland</em>, New York, del 21 Febbraio 1954. Una data da scrivere nell’agendina, ovemai un giorno fosse disponibile la macchina del tempo.</p> <p><strong>Epilogo</strong>. I concorsi sono bestie strane. Possono essere una perdita di tempo per tutti, sia per chi partecipa, sia per chi sta li’ a selezionare i partecipanti. Certamente non sono una perdita di tempo per chi vince, ma, alle volte, possono essere esperienze decorose anche per chi non vince. <em>Scoperta dell’acqua calda #1</em>: le domande di partecipazione devono essere piu’ snelle. ‘Ste raccomandate di 800 grammi, con ricevuta di ritorno, ed annesse file di piu’ di un’ora alla posta di Piazza Bologna, l’ultimo giorno utile prima della scadenza, non si sopportano piu’. In questo caso ne venne pero’ fuori un’opportunita’: durante l’attesa per il mio turno allo sportello, lessi a Lorenzo un intero libretto di <em>Geronimo Stilton</em>, in vendita al Poste Shop. Lorenzo: “Papy…e’ bello venire qui alla Posta!” <em>Scoperta dell’acqua calda #2</em>: I candidati dovrebbero indicare persone a cui chiedere lettere di referenza. Che i <em>peers</em> giudichino, impegnando il loro nome e la loro <em>reputazione</em> nel consiglio che daranno, se il candidato e’ una buona scelta per quel dipartimento. Ne guadagneremmo tutti.</p> <p>[1] Una vocina mi ha allora suggerito “Se mio nonno avesse il trollo a quest’ora sarebbe un tram”. Ma senza malizia.</p> Bomba atomica in teatro 2008-11-05T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/05/bomba-atomica-in-teatro <p>Per chi si puo’ spingere dall’altra parte del <em>Big Pond</em>, a.k.a. l’oceano Atlantico, segnalo l’opera <a href="http://www.sciencefriday.com/program/archives/200810177">Dr. Atomic</a> in scena adesso alla <a href="http://www.metoperafamily.org/metopera/season/production.aspx?id=9869&amp;detect=yes">New York Metropolitan Opera</a>, mica al teatro dei burattini. Robert Hoppenheimer e’ il protagonista di quest’opera e viene interpretato da un Basso-Baritono. Appero’.</p> <p>Ieri sera sono andato a letto prestissimo, e stamattina alle 4 ho aperto gli occhi. Sono andato a controllare lo stato delle elezioni per la Casa Bianca e mi sono emozionato. Essendo vissuto per 3 anni in America (e che anni meravigliosi che sono stati!) mi sento molto affezionato alla causa di Obama, che in questo momento e’ in vantaggio a 207 voti elettorali, contro i 135 di McCain, con target di 270 per la Presidenza. E con la California (65 voti elettorali…207+65=272…pare…) ancora al voto…mamma mia.</p> <p>Potrebbe essere la svolta verso una posizione di maggiore equita’ e tolleranza, valore andato smarrito nell’ultima presidenza.</p> <p>Sono le 5AM. Torno a letto. Ma mi sa che non riusciro’ ad addormentarmi.</p> 5:18 AM.... Yay!!!! 2008-11-05T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/05/518-am-yay <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/18.jpg" alt="" /></p> La burrascosa nascita di una pubblicazione scientifica 2008-11-03T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/11/03/la-burrascosa-nascita-di-una-pubblicazione-scientifica <p>Ci e’ giunto il referto dei due arbitri che hanno giudicato il nostro ultimo lavoro, con il commento dell’Editore della rivista a cui lo abbiamo spedito. Non e’ affatto un referto disastroso (tipo: tornatevene a casa) ma ci vien chiesto di spiegare meglio alcuni punti del lavoro, aggiungendo, dove occorre, nuovi dati a supporto di cio’ che abbiamo argomentato. Piuttosto fisiologico. Non capita molto spesso che un lavoro sia accettato integralmente, senza alcuna richiesta di modifica da parte degli arbitri (e’ accaduto ad un mio amico in USA, e, quasi come in <em>Cosi’ Parlo Bellavista</em>, termino’ la giornata lavorativa andandosene a casa[1] subito, incredulo). Pare dunque che dovremo fare altri esperimenti. Alcuni li sto eseguendo gia’, e li presentero’ alla prossima riunione di gruppo, Martedi mattina.</p> <p>L’effetto meno evidente, ma immediato come una mannaia, e’ che questo lavoro non sara’ ancora pubblicato. Male per noi, perche’ non possiamo farlo valere in competizioni per ottenere altri finanziamenti, o promozioni di ruolo, per chi volesse. E male anche per la ristretta comunita’ scientifica che potrebbe avere un interesse per il nostro lavoro, perche’ fino a quando non sara’ pubblicato (magari sei mesi, se tutto procede liscio alla seconda battuta, dopo aver risposto a tutti i dubbi sollevati dagli arbitri), e’ <em>come se non esistesse</em>. Salvo quei pochi che lo hanno visto presentato ai congressi, il lavoro e’, sostanzialmente, introvabile. Dopo una prima revisione critica, e’ chiaro che il lavoro migliorera’ di qualita’. Ma deve procedere sempre tutto necessariamente cosi’… cosi’ piano? Fa bene alla ricerca?</p> <p><img src="http://community.acs.org/journals/acbcct/cs/Portals/0/wiki/PeerReview.jpg" alt="" /> (Tratto da una pagina web della <em>American Chemical Society</em> )</p> <p>Una delle promesse della Scienza 2.0 e’ colmare il (lungo) vuoto che ci puo’ essere tra una pubblicazione ed un altra. A volte, questo intervallo puo’ essere davvero lunghissimo.</p> <p>Nel linguaggio del blogging, ci vorrebbe forse un microblogging scientifico, una sorta di <a href="http://twitter.com/">Twitter</a> di laboratorio. Non e’ certo un’idea mia…<a href="http://shirleywho.wordpress.com/2008/10/03/incremental-and-continuous-a-new-paradigm-for-scientific-publishing/">qui</a> c’e’ un articolo interessante proprio su questo argomento.</p> <blockquote> <p><strong>Aprile</strong>: siamo arrivati a questo risultato. Non e’ malaccio, ma ci aspettavamo di piu’. Forse abbiamo sbagliato questa cosa qui, e cercheremo di migliorarla il prossimo mese.</p> </blockquote> <blockquote> <p><strong>Maggio</strong>: siamo stati presi dalla stesura di un nuovo progetto, ed abbiamo lavorato pochissimo in laboratorio. Ci sentiamo il mese prossimo. Spiacenti (evviva la sincerita’).</p> </blockquote> <blockquote> <p><strong>Giugno</strong>: Risultato strabiliante questo mese<img src="" alt="" /> Lo ripeteremo il mese prossimo e se tutto e’ ok sara’ mandato ad una rivista scientifica, magari in Agosto, che e’ mese di grande attivita’, come tutti i nostri Ministri di Governo sanno. Intanto, si posso vedere i dati preliminari su quesa pagina web…</p> </blockquote> <p>Tutto cio’ dovrebbe essere autenticato, perche’ il lavoro sia attribuito a delle persone fisiche o dei gruppi di ricerca, con tanto di registrazione di data ed ora di immissione, per risolvere qualsiasi controversia.</p> <p>[1] Nel libro di De Crescenzo, e nel film che da esso deriva, si vede un negoziante che chiude bottega ad un orario improbabile, lasciando sulla saracinesca un annuncio scritto su un pezzo di carta: “Avendo guadagnato abbastanza, oggi Tonino se ne a’ andato a casa”. Piu’ o meno cosi’… forse non letteralmente. Strana cosa che il mio amico era pero’ Indiano…avra’ letto anche lui il libro di De Crescenzo?</p> Yes I can 2008-10-31T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/31/yes-i-can <p>Secondo <a href="http://www.nyas.org/publications/readersReport.asp?articleID=70">questo podcast</a>, e considerato il disordine sulla mia scrivania[1]</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/17t.jpg" alt="" /></p> <p>io sarei un elettore del partito Democratico (USA). A giudicare dalla stanza di mio figlio, ‘spalmata’ di macchinine e di pezzi di Lego in giro sul tappeto - che saprete bene quanto fanno male, di notte, quando li calpesti a piedi nudi - anche lui non e’ certo un Repubblicano, anche perche’ e’ gia’ vissuto in piu’ paesi e, sempre secondo lo stesso <a href="http://www.nyas.org/publications/readersReport.asp?articleID=70">podcast</a> della NYAS, sarebbe piu’ aperto alle diversita’ ed alla tolleranza, in confronto ad una persona che resta nella stesso paese o nella stessa citta’ per molto tempo, qualita’ che lo avvicinerebbe di piu’ ad un elettore dei <em>Democrats</em>. Del resto, non avrei comunque potuto sostenere la <a href="http://www.writeslikeshetalks.com/2008/10/26/drosophila-autism-fruit-flies-sarah-palin/">Palin</a>, proprio io che sono un allevatore <em>inconsapevole</em> di <em>Drosophila Melanogaster</em>, il <a href="http://progettogalileo.wordpress.com/2008/10/29/la-palin-e-la-drosophila-quando-parlare-di-mosche-puo-costare-la-presidenza-usa/">moscerino della frutta</a> che ogni tanto trovo nella mia cucina, per ragioni che mi riportano a cio’ che dicevo piu’ su…un <em>Republican</em> non lascerebbe marcire la frutta…ed il cerchio si chiude.</p> <p>Scherzi a parte, nel podcast si parla di uno studio che ha cercato di associare le abitudini della gente al loro schieramento politico. Dimmi come mangi, come metti in ordine la tua stanza, e ti diro’ per chi voti. Pare ci sia un forte interesse nella psicologia degli elettori, mirante ad identificare cosa accade ‘nella loro testa’, ed eventualmente come indirizzarli…al voto. Pauroso, ma per adesso puo’ esser solo una congettura. <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Ester-Ofila">Ester</a>, sai mica dirci come sara’ andata a finire, tra una ventina d’anni?</p> <p>[1] C’e’ pure un martello e no, non l’ho usato per rompere il tasto che manca sulla tastiera del PC.</p> Lezioni in Piazza 2008-10-29T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/29/lezioni-in-piazza <p>Apprendo dal Blog <a href="http://blog.formicablu.it/">FormicaBlu</a> delle lezioni in Piazza, oggi, a Roma. Vi <a href="http://blog.formicablu.it/archives/207">rimando</a> li’.</p> La battaglia contro il Cancro e' perduta? 2008-10-28T00:00:00+01:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/28/la-battaglia-contro-il-cancro-e-perduta <p>Sono giunto ad un interessante articolo[1] pubblicato su Newsweek, tramite la segnalazione di David che ne ha parlato sul suo blog <a href="http://network.nature.com/people/basanta/blog/2008/10/17/are-we-losing-the-war-against-cancer">CancerEvo</a> e sul quale e’ nata una buona discussione, per cui ringrazio anche la signora scienza 2.0!</p> <p>Le conclusioni, e per il vero anche il titolo, dell’articolo sono un po’ disfattiste, e forse non sono nemmeno tanto corrette. La terapia del Cancro ha fatto grandi passi avanti, ma il Cancro, stiamo ancora scoprendolo, e’ cosa ben piu’ complessa di quello che si credeva fosse quando gli fu ‘dichiarata guerra’ dal Presidente Nixon, nel 1971.</p> <p>Ci sono alcune ragioni per cui ve ne consiglio la lettura, nonostante sia un po’ lunghetto.</p> <p>L’articolo rivisita i principi fondatori della chemoterapia, la scoperta degli oncogeni, tra cui <em>ras</em>, ad opera di <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/43/metastasi-e-staminali">Weinberg</a> allo MIT, e la difficolta’ di ottenere finziamenti per ricerca scientifica che vada fuori dal seminato, rendendo la ricerca, sostanzialmente, conservatrice. Spesso, riporta Newsweek, e’ proprio la ricerca fuori dal seminato, nello scherno dei colleghi, ad aver portato a risultati ‘rivoluzionari’.</p> <p><em>Newsweek</em> parla anche dell’inadeguatezza dei modelli animali per la sperimentazione delle terapie anti-cancro, discusso anche <a href="http://blogs.nature.com/nautilus/2008/09/paradox_of_model_organisms_in.html">sul blog Nautilus</a>. <em>Newsweek</em> semplifica, scrivendo che la gente potrebbe essere stufa di vedere spendere soldi (delle proprie tasse) per curare il cancro nei topolini, quando si dovrebbero spendere piu’ soldi in studi ed in implementazione di prevenzione (e gli esempi illustrati nell’articolo sono eccellenti, non ve li svelo). Questione delicata, questa, su cui confesso di avere difficolta’ a schierarmi. C’e’ poco da fare: per adesso abbiamo questi modelli animali su cui lavorare, e questi modelli ci sono serviti a far avanzare, comunque, le nostre conoscenze, a portarci dove siamo. E siamo <em>molto</em> piu’ avanti di prima. I ricercatori sono consapevoli dei limiti dei modelli animali. Cito una frase in cui si racchiude tutta questa consapevolezza, anche se non ne ricordo la fonte:</p> <blockquote> <p>…se hai un cancro, e sei un topo, abbiamo ottime probabilita’ di curarti[2].</p> </blockquote> <p>Secondo me, <em>Newsweek</em> omette piu’ di un elemento che avrebbe potuto rendere piu’ giustizia al fervore di questo momento storico-scientifico.</p> <ul> <li>La teoria delle <em>Cancer Stem Cells</em>, che ha fatto la copertina de <em>The Economist</em> il mese scorso, <a href="http://network.nature.com/people/basanta/blog/2008/09/13/cancer-stem-cells-in-the-more-popular-press">prontamente segnalato</a> da David Basanta.</li> <li>L’emersione dal tuffo nel mare del riduzionismo scientifico, a cui fa accenno anche il post su <a href="http://blogs.nature.com/nautilus/2008/09/paradox_of_model_organisms_in.html">Nautilus</a>, attraverso l’esplosione della <em>Biologia dei Sistemi</em>, che promette bene. Piu’ generalmente, come emerge anche dalla discussione generata sul blog di David, gli approcci computazioniali stanno tendendo una mano alla ricerca sul Cancro.</li> </ul> <p>Per cio’ che puo’ valere il mio parere, io dico che la battaglia non e’ persa e che, anzi, la ricerca e’ molto vitale, con ‘armi’ nuovissime. Il nemico e’ forte ed il percorso ancora molto lungo, ma, insisto, siamo in una fase molto interessante per la ricerca per conoscere meglio il Cancro.</p> <blockquote> <p>If you are a mouse with cancer, we can take good care of you</p> </blockquote> <p>Grazie, Paolo.</p> <p>[1] <em>We Fought Cancer…And Cancer Won</em>. <a href="http://www.newsweek.com/id/157548/page/1">Newsweek, 6 Settembre 2008</a></p> <p>[2] PS (grazie al <em>peer review online</em>). Un lettore mi ha segnalato che il papa’ di questa frase e’ Judah Folkman. Per l’esattezza:</p> C'era una volta la crisi della Ricerca Italiana 2008-10-25T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/25/cera-una-volta-la-crisi-della-ricerca-italiana <p><em>Dilaga la protesta degli studenti e dei ricercatori contro i provvedimenti nei confronti della ricerca scientifica e l’istruzione. Adesso sono iniziate anche le botte. Come molti di voi, vorrei che tutto questo fosse alle nostre spalle. Mi concedo un esercizio di fantasia. Spero mi perdoniate.</em></p> <p>Autunno 2035. Ester Ofila e’ nel giardino del parco scientifico di Reggio Calabria[1], uno dei piu’ attrezzati d’Italia e con la maggiore presenza di ricercatori stranieri, sia in formazione, sia con posti permanenti. Davanti al ristorante Uzbeko del Campus, Ester chiacchiera con il suo amico, Libero Mobile.</p> <blockquote> <p><em>Ester Ofila</em>: Ci vai al seminario del Dr Matsumoto? Parla della storia della scienza wireless-mobile.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>Libero Mobile</em>: Perbacco, si che ci vado, con il cognome che mi ritrovo. Tra l’altro il Dr Mastumoto e’ proprio in gambissima, ed il suo laboratorio di innovazione nel networking e’ fenomenale, finanziato dall’Italian Research Council e dall’Accademia delle Scienze del Giappone. Ce ne sono molti, di bravi, qui a Reggio.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO</em>: Ho fatto due chiacchiere con papa’ ieri, mentre eravamo sul Monte a raccogliere funghi. E’ stato dolcissimo il mio papa’ quando si e’ commosso nel dirmi quanto lui sia felice che io viva questa fase della ricerca in Italia, che sia giovane, <em>adesso</em>.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>LM</em>: Tuo padre e’ stato sfortunato nella sua carriera, ed ora gioisce per te. Che grand’uomo che e’. Mi sta proprio simpatico, sai?</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO</em>: Papa’ e’ forte. Peccato che quando lui divento’ di ruolo, verso il 2008, il peggio doveva ancora arrivare. Lui ebbe un posto permanente, ma molti suoi colleghi furono buttati per strada. Chi pote’, scappo’ all’estero. Chi non pote’, rimedio’ dei lavori di ripiego. Che disastro.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>LM</em>: 2008?</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO</em>: Si. Ci fu una serie di decreti, altro che discussione parlamentare e confronto con il pubblico. Gettarono migliaia di ricercatori fuori dagli Istituti, quelli che una volta si chiamavano <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/23/cera-una-volta-il-precariato">precari</a>. Mio papa’ aveva difficolta’ a trovare qualcuno con cui collaborare. Molte attrezzature rimasero inutilizzate e diventarono presto desuete.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>LM</em>: Uh me lo ricordo adesso. Ci vollero una decina d’anni perche’ la gente comune percepisse la gravita’ della situazione.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO</em>: Si. Il crollo della ricerca di base si porto’ dietro il crollo della ricerca applicata, poi quello della Sanita’. Praticamente, l’Italia non innovava piu’, ed il paese comprava prodotti innovativi dall’estero. Ma venne il momento in cui non si pote’ fare nemmeno piu’ quello perche’ l’Economia Italiana non marciava proprio piu’. Fallirono tutte le grandi Aziende, che furono poi rilevate dai Cinesi, i quali spostarono la produzione - e tutto il contorno - a casa loro. La qualita’ della vita si abbasso’ terribilmente.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>LM</em>: Pero’, nel disastro completo, qualcosa di vitale rimase.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO</em>: Appena sufficiente per respirare. Fu chiaro che il disastro Italiano era dovuto ad errori fatti molti anni prima. Dopo il settimo ed ultimo Governo Berlusconi, L’unione Europea, il Giappone ed il Canada lanciarono una campagna mai vista prima, mettendo a disposizione cifre inimmaginabili per rimettere in piedi la ricerca scientifica. Il nostro centro, qui a Reggio, fu aperto con quei fondi. Furono aperti molti centri, ed in molti di questi i direttori erano stranieri. Di Italiani se ne trovavano pochi, e quelli che erano all’estero avevano troppa paura di tornare.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>LM</em>: E le Universita’?</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO</em>: Dopo il 2008 furono privatizzate, ma nessuno aveva i soldi per iscriversi. Le tasse Universitarie crebbero di un fattore 10, mentre la qualita’ dell’offerta era bassissima. Le famiglie mandavano i propri figli a studiare in Europa, invece. Durante il recupero, le Universita’ non furono mai piu’ statalizzate, e le tasse universitarie furono ridotte, ma non tornarono mai ai livelli di prima. La vera svolta furono i prestiti allo studio, anche questi finanziati dal pacchetto predisposto per la ricostruzione dell’economia del paese. Fu un grosso rischio, ma il mercato del lavoro si risollevo’ e, di fatto, la laurea ed i titoli post-lauream diventarono davvero uno strumento per accedere al lavoro, che consenti’ a tutti di ripagare il prestito ricevuto quando erano studenti.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>LM</em>: Altroche’. La mia mamma, quando era studentessa all’Universita’, non poteva nemmeno prendere una stanza in affitto senza la garanzia dei suoi genitori. Umiliante. Andiamo, Ester, inizia il seminario.</p> </blockquote> <p>[1] Il Celebre Aspromonte Research Center</p> Nella baraonda, un'intersezione tra scienza ed arte 2008-10-24T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/24/nella-baraonda-unintersezione-tra-scienza-ed-arte <p>E’ stata una settimana piuttosto burrascosa, tra manifestazioni di protesta ed il susseguirsi delle notizie in fatto di reazioni alle riforme nel settore della ricerca scientifica e della pubblica istruzione. Mi trovo nell’imbarazzante condizione, tuttavia, di non aver ancora presenziato ad alcuna manifestazione di piazza, per cui non ho notizie fresce dal campo. Il mio lavoro di <em>fannullone</em>, qui in Istituto, mi ha tenuto incollato alle cellule che sto preparando per una parte molto importante dell’esperimento in cui collaboro.</p> <p>Intanto che pondero, vi racconto che mentre ero con le mani inguantate, sotto cappa sterile, preparando delle cellule per un congelamento in azoto liquido, ho ascoltato in cuffia il podcast di <em>Che Fine ha Fatto Sedna</em>, con una <a href="http://medialab.sissa.it/scienzaEsperienza/audio/Uaud081017a002.mp3">puntata sulla ricerca precaria</a>, di cui consiglio l’ascolto. Ho ascoltato anche il podcast di <a href="http://www.nyas.org/snc/podcasts.asp">Science and The City</a>, episodio dello <a href="http://www.nyas.org/ebrief/mediaRedirect.asp?mediaID=1830">11 Luglio scorso</a>, in cui si parla del <a href="http://www.lelaboratoire.org/ius.html">Laboratoire</a> di Parigi, un centro (in <em>centro</em> citta’) che si cura di diffondere la cultura dell’intersezione tra scienza ed arte. C’e’ anche un podcast, di loro produzione, che metto subito sul mio iTunes. Per chi va a Parigi…</p> Due etti di liberta', un pizzico di buona guida e molto sostegno 2008-10-22T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/22/due-etti-di-liberta-un-pizzico-di-buona-guida-e-molto-sostegno <p>Mark Dewhirst ha vinto il Failla[1] Award del 2008, il premio alla carriera di un ricercatore maturo, conferito dalla Radiation Research Society. A Boston, insieme al mio collega-volontario Sylvain Costes, <a href="https://timssnet2.allenpress.com/ECOMRADRES/timssnet/wordpress/index.php/archives/71">l’ho intervistato</a> per il podcast che curo insieme ad un <a href="https://timssnet2.allenpress.com/ECOMRADRES/timssnet/wordpress/index.php/about">gruppo</a> di altri giovani entuasiasti. Oltre a parlare della sua ricerca, concentrata sull’ipossia[2] nei tumori, Mark Dewhirst ha accennato alle qualita’ che dovrebbe avere un buon mentore.</p> <p>Voglio spararla grossa: quello pubblicamente[3] considerato tra i <em>massimi</em> problemi della ricerca, ovvero la mancanza di attrezzature di qualita’ nei laboratori Italiani, e’ secondario a quello dell’assenza di una ‘cultura’ di mentori. Prendersi cura dei giovani ricercatori, abituandoli al pensiero indipendente, a concepire idee originali e criticarle in modo spassionato, e’ cultura che, nel Bel Paese, appartiene a pochissimi.</p> <p>Secondo Mark Dewhirst, questa e’ la ricetta per un buon mentore</p> <ul> <li>lasciare il giovane ricercatore libero di esplorare il campo, mantenendo sempre un controllo della direzione - quella del progetto a cui e’ stato assegnato - ma senza limitarlo</li> <li>scrivere lettere di referenza affinche’ il giovane ricercatore vinca premi nazionali ed internazionali, acceda a finanziamenti, e venga presentato nel miglior modo possibile al suo prossimo colloquio di lavora per la nuova posizione che - oramai - merita occupare</li> <li>abbracciare l’intersdiciplinarita’ perche’, altrimenti, non si va piu’ da nessuna parte.</li> </ul> <p>Dunque, ai ragazzi alla caccia di un impiego nella ricerca: abbiate almeno questi 3 elementi sulla lista della spesa quando incontrerete colui o colei che sara’ il vostro futuro mentore.</p> <p>[1] Gino Failla, evidentemente Italo-Americano, e’ stato uno dei fondatori della Radiation Research Society, un’associazione scientifica che partendo dagli Stati Uniti, coinvolge oggi una buona fetta dello scacchiere mondiale.</p> <p>[2] L’ipossia in un tessuto e’ la condizione di abbassamento dei livelli di ossigeno, rispetto a quelli ritenuti normali. Si verifica nelle aree tissutali piu’ lontane dai vasi sanguigni.</p> <p>[3] La stragrande maggioranza delle volte in cui parlo con non-ricercatori, mi viene detto che la nostra ricerca va male perche’ abbiamo pochi strumenti, poche attrezzature.</p> La 500 del (passato) futuro 2008-10-20T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/20/la-500-del-passato-futuro <p>Nel podcast del Guardian del <a href="http://www.guardian.co.uk/science/blog/audio/2008/sep/22/science.weekly.podcast">22 Settembre</a> c’e’ un servizio su un’azienda Inglese, <a href="http://www.axonautomotive.com/">Axon Automotive</a>, che produce automobili ultraleggere con motore bicilindrico 500cc (ricorda qualcosa…anche il rumore), capaci di percorrere 100 miglia con un gallone di benzina, piu’ o meno 44 km con un litro[1] <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/13t.jpg" alt="" /> Non e’ un’auto elettrica, ma e’ sicuramente un’auto di <em>buon senso</em>. Per chi lo vuole ascoltare, e’ al 30-esimo minuto del file <a href="http://download.guardian.co.uk/audio/kip/science/series/science/e/1221837141718/5981/gdn.sci.080922.ad.Science_Weekly.mp3">.mp3</a> Il punto di svolta sembrerebbe essere nell’adozione di un telaio in carbonio invece che in acciaio, che consente una riduzione drastica nei costi di produzione. <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/14t.jpg" alt="" /> A me non dispiacerebbe per niente, avendo solo uno scooter 250 cc ed una fedelissima bicicletta <a href="http://www.flickr.com/photos/pintarello/2391190007/">scatto fisso</a> (ed il colore arancione pure non sarebbe nuovo…). Ma come si fa a convincere quelli che comprano auto sempre piu’ grosse e piu’ resistenti agli impatti, per assicurarsi di avere la meglio in un incidente?</p> <p><strong>PS (24 Ottobre 2008)</strong>. Causa inondazione di spamming, devo temporaneamente chiudere i commenti a questo post. Mi scuso con chi avrebbe voluto commentare, promettendomi di risolvere questo problema il prima possibile.</p> <p>[1] Auto che consumano poco non sono una novita’. Nel <strong>1933</strong>, Buckminster Fuller realizzo’ il Dymaxion, un veicolo a tre ruote che poteva percorrere 30 miglia con un gallone di benzina (3.75lt). Era lungo sei metri e poteva trasportare 11 persone. Ne ha parlato il podcast <a href="http://www.nyas.org/ebrief/mediaRedirect.asp?mediaID=1820">Science &amp; the City</a>. La potete anche vedere in <a href="http://ne.edgecastcdn.net/000210/videos/sandc/buckminster.html">questo documentario</a>. La sterzata era veramente impressionante.</p> Segni Internazionali del declino della nostra ricerca 2008-10-16T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/16/segni-internazionali-del-declino-della-nostra-ricerca <p><a href="http://dx.doi.org/10.1038/455835b">Ne parlano</a> oggi sulla rivista <em>Nature</em>, in un Editoriale. Il budget per la ricerca Italiana ancora ridotto, il deragliamento dei precari che erano sulla via della stabilita’, in un paese in cui il numero di ricercatori e’ gia’ bassissimo, la conversione delle Universita’ in fondazioni. E quando le nostre Universita’ saranno gestite da Managers, percorreremo la stessa strada, sbagliata, che altri hanno gia’ percorso ed i cui risulati - catastrofici - sono gia’ evidenti[1]. Tutte prove tecniche di sfascio completo, per trovare un altro fronte in cui ridurre le spese, e perche’ no, vada pure tagliare i fondi per la ricerca, tanto l’impatto di queste azioni sara’ percepibile dalla societa’ Italiana solo tra molti anni, quando i protagonisti di queste azioni saranno altrove, le loro manovre dimenticate, come ha osservato molto lucidamente <a href="http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/10/15/risparmi-tagliagole/">Marco Cattaneo</a>.</p> <p>Intanto, le manifestazioni di protesta in piazza stanno acquisendo visibilita’. Buona fortuna, Italia.</p> <p>[1] David Colquhoun, How to get good science, <a href="http://www.dcscience.net/colquhoun-goodscience-jp-version-2007.pdf">Physiology News No. 69</a></p> Open Access Day 2008-10-14T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/14/open-access-day <p>Oggi e’ <a href="http://openaccessday.org/about/">Open Access Day</a></p> <p><a href="http://www.openaccessday.org"><img class="aligncenter" src="http://openaccessday.org/wp-content/uploads/oad_468x60.jpg" width="468" height="60" /></a></p> Il gap tra la ricerca ed il pubblico 2008-10-13T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/13/il-gap-tra-la-ricerca-ed-il-pubblico <p>La scorsa settimana sono stato ad un incontro tra il direttore del dipartimento Tecnologie e Salute dello <a href="http://www.iss.it">ISS</a> ed i ragazzi che lavorano nel suo dipartimento. Eravamo una ventina. Una ragazza ha raccontato quanto sia frustrante che la societa’ (Italiana) non apprezzi, non comprenda il valore della ricerca su cui lei e tanti altri sono impegnati. Non solo, persino i suoi familiari sembrerebbero non averne percezione. Banalmente, se non si sa perche’ lo fai ed a che serve la tua ricerca scientifica, sei automaticamente un fannullone[1]. La colpa, in grande misura, e’ nei ricercatori stessi.</p> <blockquote> <p>Le idee di un fisico non valgono nulla, a meno che lui non sia in grado di spiegarle alla persona che gli sta seduta a fianco, al pub. <em>Lord Kelvin</em></p> </blockquote> <p>Se non siamo d’accordo su come i giornali o la televisione, alle volte, raccontano la scienza in modo appropriato, non e’ il caso di starsene con le mani in mano e borbottare. Siamo in una fase esplosiva dell’epoca della comunicazione partecipativa, ed i ricercatori hanno a disposizione uno strumento che avrebbero tanto desiderato sia Galileo sia Leonardo: i blogs. Di blog scientifici, curati da chi la ricerca la fa in prima persona, potrebbero essercene gia’ <a href="http://biology.plosjournals.org/perlserv/?request=read-response&amp;doi=10.1371/journal.pbio.0060240">10,000</a>.</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/15t.gif" alt="" /> da <a href="http://www.toothpastefordinner.com/">http://www.toothpastefordinner.com/</a></p> <p>Alcune istituzioni hanno capito quanto sia importante offrire ai propri ricercatori una piattaforma di comunicazione diretta al pubblico, attraverso la creazione di portali ad hoc per la promozione di questa comunicazione e del dialogo che ne puo’ nascere. Un articolo su PLoS Biology di Shelley Batts e colleghi[2] apre cosi’:</p> <blockquote> <p>Le scoperte scientifiche arrivano dai laboratori, un esperimento alla volta, ma la scienza avanza grazie a discussioni attive, dal discorso del vincitore di un premio Nobel alle chiacchierate ai pubs…queste conversazioni possono promuovere lo sviluppo di una consapevolezza popolare sul valore della ricerca di base…e’ nell’interesse dei ricercatori e degli istituti di ricerca portare queste conversazioni verso il pubblico.</p> </blockquote> <p>Le Universita’ di <a href="http://blog.stanford.edu/">Stanford</a>, <a href="http://blogs.usyd.edu.au/support/">Sidney</a>, il <a href="http://www.technologyreview.com/Blog/">MIT</a>, sono alcuni esempi di portali che aggregano notizie sulla ricerca fornite direttamente da chi fa ricerca in quegli istituti. Chi si occupa direttamente di comunicazione della scienza, i giornalisti, ne avrebbero solo da guadagnarci, tale sarebbe l’abbondanza di informazioni a disposizione, fornite direttamente dai ricercatori.</p> <p>[1] La mia ricerca e’ centrata sugli effetti biologici delle radiazioni ionizzanti. Il mio lavoro e’ di base, non clinico, ma i risultati della ricerca in cui anche io riverso il mio contributo servono al miglioramento della qualita’ della radioterapia del cancro, ed alla riduzione degli effetti di lungo termine nei pazienti che sopravvivono grazie alla radioterapia. Il mio lavoro non aiuta chi va in radioterapia <em>oggi</em> - quello lo hanno fatto i miei colleghi nelle ultime decadi - ma contribuisce a definire la radioterapia dei prossimi anni.</p> <p>[2] Advancing Science through Conversations: Bridging the Gap between Blogs and the Academy, <a href="http://dx.doi.org/10.1371/journal.pbio.0060240">PLoS Biology, vol 6 No 9, 2008</a></p> Ricercatori, questi fannulloni 2008-10-10T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/10/ricercatori-questi-fannulloni <p>Ogni tanto vengono fuori delle storie orribili sui concorsi Universitari truccati, le umiliazioni e tutti gli ingredienti a contorno. Alcuni mesi fa <a href="http://network.nature.com/blogs/posts/search?q=Italian+academia+goes+to+court">raccontai</a> una storia, pescata su <em>La Repubblica</em>, di uno di questi casi, portati in Tribunale. La storia coinvolgeva l’oncologo M. Federico ed il dermatologo G. Pellacani, il figlio del Rettore dell’Universita’ di Modena.</p> <p>Pochi giorni fa <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/51/indecisioni">accennavo</a> al decreto ‘ammazza precari’, secondo il quale verrebbe interrotto il processo di stabilizzazione dei precari della ricerca, parte dei quali potrebbe essere assunta solo a tempo indeterminato attraverso i concorsi pubblici. Roba rivoluzionaria, insomma. Ci sarebbe da sperare che questi concorsi siano fatti bene, e che selezionino i migliori, senza pregiudizi e percorsi privilegiati.</p> <p>Chiamo allora in causa Tito Boeri, che ha scritto, su <em>La Repubblica</em> dello scorso Venerdi, <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/10/03/ateneo-al-voto-tra-parenti.038l.html">un articolo</a> sull’argomento concorsi e carriera Accademica nel <em>Bel Paese</em>. Boeri accenna alla pubblicazione del Libro <em>Universita’ Truccata</em>, che mancava al <a href="http://network.nature.com/blogs/posts/search?q=Italian+academia+goes+to+court">mio appello</a> di Gennaio ‘08 ai libri sugli scandali, sprechi e soprusi di cui abbondano gli scaffali delle nostre librerie. In Gennaio, la mia previsione per il titolo di un libro su questo argomento era <em>Universitopoli</em>, che pure non sarebbe stato male, come titolo. Boeri:</p> <blockquote> <p><em>…Perotti (l’autore del libro) ha anche compiuto un lavoro certosino di censimento dei concorsi universitari in Economia dal 1999 al 2007, scoprendo che il fattore di gran lunga più importante nel successo in questi concorsi è l’ appartenenza allo stesso ateneo che ha indetto il concorso.</em></p> </blockquote> <p>E’ il fenomeno dell’<em>inbreeding</em>, la cui conseguenza, per esempio, e’ la quasi assenza di ricercatori stranieri, di ruolo, nei nostri atenei ed enti di ricerca (Boeri riporta l’1%).</p> <p><a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/10/07/nelle-universita-non-solo-nepotismo.html">La risposta</a> che Boeri ha ricevuto sullo stesso giornale, il 7 Ottobre, a firma di Piero Marietti, sottolinea che il problema non e’ certo solo l’Universita’. Tutto torna: i ricercatori sono equiparati all’Amministrazione Pubblica, dunque <em>fannulloni</em>. Tanto vale mandarli tutti a casa, cosi’ l’Amministrazione Pubblica…ahem volevo scrivere la Ricerca Scientifica, ne sara’ svecchiata. Detto da una prospettiva diversa…se le proteste dei ricercatori non sortiscono alcun effetto e’ perche’ raccontano problemi di cui tanti Italiani soffrono, e di cui sono stufi.</p> <p>Perbacco, che malloppone di post che vi ho scaricato di Venerdi sera. E’ tutta colpa di Gennaro, che mi ha segnalato l’articolo di Boeri! Vado a versarci su un po’ di vino con degli amici di lavoro.</p> <p>Un paio di risorse sull’argomento precari e ricerca, fresche di questa settimana.</p> <ul> <li><a href="http://video.corriere.it/?vxSiteId=404a0ad6-6216-4e10-abfe-f4f6959487fd&amp;vxChannel=Dall%20Italia&amp;vxClipId=2524_2303cd56-96d6-11dd-9911-00144f02aabc&amp;vxBitrate=300">Video</a> di una delle manifestazioni recenti</li> <li><a href="http://www.formicablu.it/fmblue/index.php?id=313">Podcast</a> di FormicaBlu.</li> </ul> All'ombra della Luna 2008-10-08T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/08/allombra-della-luna <p>Il film-documentario ‘In The Shadow of the Moon’ fu distribuito nelle sale cinematografiche in UK ed USA alla fine del 2007, e lo scorso Febbraio fu prodotto anche in DVD. Io guardai <a href="http://www.intheshadowofthemoon.com/">l’anteprima</a>, sul web, e la trovai struggente, promettendomi di andare a vedere quel film, quando sarebbe uscito in Italia. Ma il film, apparentemente, non e’ stato mai distribuito nelle sale Italiane. Telefonai al British Council: non erano previste proiezioni del film nemmeno da loro[1].</p> <p>Sono riuscito a reperire il DVD, in Inglese, nel mese di Marzo. Ieri sera l’ho visto di nuovo: splendido. Il film contiene filmati delle missioni Apollo, il discorso del Presidente Kennedy:</p> <blockquote> <p><em>…dobbiamo mettere un uomo sulla luna entro la fine di questa decade, riportandolo sano e salvo sulla terra.</em></p> </blockquote> <p>Nel documentario, sono bellissime le testimonianze degli Astronauti: Michael Collins e Buzz Aldrin di Apollo 11, Jim Lovell di Apollo 13, e molti altri, ora piu’ o meno tutti settantenni. Verso la fine del documentario si fa anche un accenno alla teoria della cospirazione secondo cui gli americani, sulla Luna, non ci sarebbero mai andati. Nelle parole degli stessi astronauti:</p> <blockquote> <p><em>…dicono che abbiamo girato tutto questo in una zona desolata dell’Arizona…magari sarebbe stata una buona idea…</em> (ridendo)</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>…ci siamo andati nove volte…come avremmo potuto fare finta per ben nove volte…</em></p> </blockquote> <blockquote> <p><em>…la verita’ non ha bisogno di prove. Nessuno, nessuno potra’ mai portarmi via i passi che ho fatto sulla Luna.</em></p> </blockquote> <p>Se non si e’ capito ancora, ve lo consiglio, <em>vivamente</em>. Forse lo si puo’ prendere su <a href="http://www.amazon.com/Shadow-Moon-Harrison-Schmitt/dp/B000XJ5TPE/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=dvd&amp;qid=1223414790&amp;sr=1-1">Amazon.com</a> e farselo spedire in Italia. Non ho ancora capito perche’ in Italia non ci sia Amazon, o <a href="http://www.netflix.com/">NetFlix</a>.</p> <p>Infine.. ancora uno degli astronauti delle missioni Apollo:</p> <blockquote> <p><em>Mio padre stentava a credere che io fossi andato sulla Luna. Ma mio figlio Tom, che aveva 5 anni, penso’ che non ci fosse nulla di strano.</em></p> </blockquote> <p>[1] Ho trovato adesso <a href="http://www.brera.unimi.it/film/index.php?arg1=0&amp;arg2=12&amp;arg3=0000000038&amp;arg4=9&amp;arg6=912">una recensione</a> in Italiano.</p> Indecisioni 2008-10-07T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/07/indecisioni <p>Oggi a Roma c’e’ una nuova manifestazione di piazza per protestare contro <a href="http://www.flcgil.it/notizie/news/2008/settembre/precari_ricerca_e_universita_ecco_il_testo_dell_emendamento_contro_le_stabilizzazioni">l’emendamento</a> che mette in pericolo (ovvero si propone di eliminare) il percorso di stabilizzazione del personale precario dell’amministrazione pubblica, tra cui figurano anche alcune migliaia di ricercatori italiani. Nello stesso momento, nell’Istituto che mi ospita per condurre le mie ricerche, c’e’ una riunione indetta da altri sindacati confederati, sullo stesso argomento. Dunque, a chi la cosa sta a cuore, si prospetta la scelta: manifestazione in piazza oppure assemblea in Istituto.</p> <p>L’unione fa la forza, dicono.</p> Nobel ed IgNobel del 2008 2008-10-06T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/06/nobel-ed-ignobel-del-2008 <p>Oggi, alle 11:30, verra’ annunciato il primo dei <a href="http://nobelprize.org/index.html">premi Nobel del 2008</a>, quello per la Medicina e la Fisiologia. Martedi sara’ la volta della Fisica. L’ultimo sara’ annunciato tra una settimana, per l’Economia. Secondo <a href="http://network.nature.com/people/mfenner/profile">Martin Fenner</a>, uno dei bloggers piu’ attivi sul Nature Network, Judah Folkman avrebbe potuto vincere, questo’anno, il premio Nobel per la Medicina, per i suoi studi sull’Angiogenesi. Come lo stesso <a href="http://network.nature.com/people/mfenner/blog/2008/10/05/someone-who-should-have-won-a-nobel-prize">Martin sottolinea</a>, tuttavia, il premio Nobel deve essere assegnato ad uno scienziato/umanista/economista vivente, e Judah Folkman ci ha lasciati lo scorso Gennaio. Mi ritengo fortunato di averlo visto relazionare due volte, entrambe negli USA.</p> <p>Giovedi scorso, invece, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, piu’ precisamente ad Harvard, sono stati assegnati gli <a href="http://improbable.com/2008/10/03/the-2008-ig-nobel-prize-winners/">Ig Nobel Awards</a>. Sylvie Coyaud <a href="http://ocasapiens.blog.dweb.repubblica.it/2008/10/03/patatine-e-lhc/">ne ha parlato</a> sul suo blog, sottolineando che uno dei vincitori viene dal Bel Paese, con uno studio su come rendere piu’ piacevole il suono delle patatine che crocchiano sotto i nostri denti. Anche l’orecchio, evidentemente, vuole la sua parte, ed i bambini lo sanno benissimo.</p> <p>Gli IgNobels sono istituiti affinche’</p> <blockquote> <p>…la gente rida, per poi riflettere.</p> </blockquote> <p>e non so che cosa ci sia di piu’ bello che rendere la scienza <em>divertente</em>. Un paio di anni fa, uno degli IgNobels fu assegnato ad un ricercatore che invento’ una sveglia che corre via quando suona l’allarme. Cosi’, se vuoi farla zittire, sara’ meglio che ti alzi dal letto. Magnifico. Qualcuno - sia benedetto - ha pensato di metterla in produzione: la trovate al museo del MoMa, a New York, in uno dei suoi negozi[1].</p> <p><img src="http://www.momastore.org/wcsstore/MOMASTORE1/images/l_74856.jpg" alt="" /></p> <p>Se riuscite, cercate di seguire i podcast ed i videocast che appariranno nei prossimi giorni sugli IgNobels. Metto giu’ una lista - sicuramente non completa - dei podcast che piu’ probabilmente tratteranno l’argomento degli IgNobels 2008.</p> <ul> <li>NPR Science Friday del bravissimo Ira Flatow. <a href="http://www.sciencefriday.com/?ft=2&amp;f=510221">Podcast</a>.</li> <li>Science Weekly del Guardian. Tra i miei preferitissimi. <a href="http://www.guardian.co.uk/science/series/science">Podcast</a>.</li> <li>Il Nature <a href="http://www.nature.com/nature/podcast/">Podcast</a></li> <li>I Videocast ufficiali da Harvard, sul sito di <a href="http://improbable.com/ig/winners/">Improbable.com</a></li> </ul> <iframe width="150" src="http://nobelprize.org/feeds/widget/long.php" height="578" scrolling="no" frameborder="no" style="border: 0px"> </iframe> <p>[1] Ce ne sono <a href="http://www.momastore.org/museum/moma/ContactView?langId=-1&amp;storeId=10001&amp;catalogId=10451&amp;promoCode=null#store">diversi</a>. Uno si trova di fronte al museo, dalla parti della 53rd st e 5th Avenue. L’altro e’ a SoHo.</p> Neurofilosofia e neuroarchitettura 2008-10-03T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/03/neurofilosofia-e-neuroarchitettura <p>Ho conosciuto Mohep (Mo) al Pub, la sera della conferenza Science Blogging, a Londra. Eravamo gia’ mezzi bevuti quando Mo mi ha raccontato che una delle sue storie, raccolte nel suo blog <a href="http://www.scienceblogs.com/neurophilosophy">Neurophilosophy</a>, sarebbe stata pubblicata nel numero di <em>Seed</em> di Ottobre, e che la rivista aveva chiesto ad un grafico di creare un’illustrazioneche si affiancasse al suo testo. Ne andava, evidentemente, molto fiero.</p> <p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3270/2833144584_682f709d62.jpg" alt="" /> <em>Mo</em>, al King’s Head, presso Piccadilly.</p> <p>Il <a href="http://www.seedmagazine.com/news/2008/09/beauty_and_the_brain.php">suo articolo</a> si chiama ‘La bellezza ed il cervello - la neuroestetica promette di rinvogorire l’impegno della scienza nella ricerca di una teoria della bellezza’. Chi non e’ appassionato di scienza potrebbe credere che ‘sti scienziati so’ sempre gli stessi, che vogliono sempre trovare una teoria del tutto. Adesso vorrebbero venire fuori anche con un’equazione del bello.</p> <p>L’argomento centrale dell’articolo di Mo e’ proprio quello della teoria della bellezza. La bellezza e’ una proprieta’ dell’oggetto, o e’ negli occhi, nei sensi[1] di colui che ne e’ testimone, che vi sta davanti? Cio’ che e’ bello per me potrebbe essere meno bello, oppure disgustoso, per te, perche’ le nostre esperienze, culture, possono essere molto diverse. Tuttavia, quando tu ed io guardiamo o ascoltiamo qualcosa che ci piace, alcuni dei nostri neuroni fanno cose molto simili, anche se tu ascolti Mozart, mentre io ammiro un ragno che tesse la ragnatela.</p> <p>E’ interessante capire perche’, allora, Il Wellcome Trust, Inglese, finanzia ricerca scientifica nella <em>neuroestetica</em>. La ricerca in questo campo potrebbe rivelare i punti nodali di malattie quali la depressione, che, scrive Mo, e’ caratterizzata da uno scarso senso estetico.</p> <p>Capire in che modo il nostro cervello reagisce all’ambiente circostante potrebbe anche influenzare il design, offrendo nuove opportunita’ all’architettura, progettando sale, uffici, che ne rendano piu’ piacevole il soggiorno. A me non dispiacerebbe affatto lavorare in un laboratorio con la struttura del <a href="http://www.flickr.com/search/?q=bilbao+guggenheim&amp;s=int">museo Guggenheim</a> di Bilbao. Non so pero’ come faremmo ad incastrarci scrivanie e frigoriferi, con tutte quelle curve.</p> <p>[1] Credo sia opportuno, in questo contesto, confrontarsi con una perla di saggezza popolare: <em>ogni scarrafone e’ bello ‘a mamma soja</em></p> il podcast che nacque dal buio 2008-10-01T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/10/01/il-podcast-che-nacque-dal-buio <p>Al meeting di Boston appena terminato, insieme a 3 di 5 miei colleghi, ho presentato[1] gli sviluppi di un progetto quasi-divulgativo lanciato appena due anni fa: il <a href="http://www.radres.org/podcast">Radiation Research Podcast</a>. Si tratta di una serie di registrazioni audio, pressoche’ mensili, contenenti interviste ad autori di articoli scientifici nel campo delle ricerche sugli effetti delle radiazioni. <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/12.jpg" alt="Radiation Research Podcast" title="Radiation Research Podcast" /> Tralasciando i dettagli sui contenuti, che forse potrebbero interessare solo una minima parte di chi legge questo blog, vorrei raccontare come e’ nato questo progetto.</p> <p>Era l’inverno a cavallo tra il 2005 ed il 2006, a Newark, New Jersey. Trascorrevamo numerose ore al al buio, con gli occhi puntati sugli oculari del microscopio, a misurare danno al DNA in cellule umane. Ore ed ore. Ore ed ore. Gli occhi rossi cosi’. Per non annoiarci troppo, ascoltavamo la musica in cuffia. Tanto li’ al buio non c’era nessun altro a tenerci compagnia, e bisognava essere concentrati con lo sguardo al microscopio. Tra una canzone e l’altra, cominciammo ad ascoltare anche podcast scientifici, come quello associato alla rivista <em>Nature</em>, quello di <em>Science</em>, e poi del <em>Guardian</em>, della <em>National Public Radio</em>. Nelle pause caffe’ (il caffe’ lungo americano, dicesi <em>sbubazza</em>) pensammo che sarebbe stato bello realizzare un podcast sul nostro lavoro e quelli dei nostri colleghi. Un podcast che avrebbe reso piu’ accessibili gli articoli pubblicati sulle riviste scientifiche, spesso troppo dettagliati - necessariamente - per catturare l’attenzione della maggior parte dei ricercatori, comunque addetti ai lavori. Consapevoli del fatto che i ricercatori parlano con gioia del loro lavoro, glielo avremmo fatto raccontare nelle loro stesse parole.</p> <p>Entro l’autunno seguente mettemmo insieme un progetto che presentammo, al congresso di Philadelphia, al consiglio direttivo della <a href="http://www.radres.org">Radiation Research Society</a>, il cui organo ufficiale, la rivista <a href="http://www.rrjournal.org/perlserv/?request=get-archive">Radiation Research</a>, e’ uno dei principali punti di riferimento nell’ambito della ricerca sugli effetti delle radiazioni. Chiedemmo pochissimo denaro per iniziare, e la nostra proposta fu ben accettata. Cominciammo a trasmettere <em>on line</em> nel Marzo 2007. Da allora abbiamo prodotto 25 trasmissioni, ed altre 4 bollono in pentola. Per acquistare microfoni e schede audio, abbiamo ricevuto una donazione da un professore del Wisconsin, poi una dalla NASA. A Boston ci e’ sembrato che il podcast sia stato molto gradito. Il Capo Editore della rivista, Sara Rockwell, ospite regolare della nostra trasmissione, ha speso delle bellissime parole per noi, ed io mi sono proprio emozionato.</p> <p>Tutto cio’ e partito da 3 ragazzi, al buio della sala microscopia. Ora siamo in 7, con l’Editore Sara Rockwell. Tra poco saremo in 8. Non so se ci saremmo riusciti se non fossimo stati negli USA.</p> <p>[1] <a href="http://www.slideshare.net/pintarello/the-radiation-research-podcast-presentation-624317">Qui</a> ci sono un paio di illustrazioni estratte dal poster presentato la scorsa settimana a Boston.</p> Lezioni a 10,000 metri 2008-09-28T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/28/lezioni-a-10000-metri <p>Sono all’aeroporto Schiphol di Amsterdam, in attesa che inizi l’imbarco per il volo di rientro a Roma, dopo lo splendido congresso di Boston e gia’ un po’ di ore di volo alle spalle.</p> <p>Tra uno sbadiglio ed un altro, mi chiedo se c’e’ modo di sfruttare meglio le nostre ore trascorse in volo. Gli assistenti di volo ci tengono occupati, ci portano da bere e da mangiare, qualcuno sonnecchia, altri vedono film sul proprio schermo. Viaggiano per lavoro architetti, ricercatori, attori, medici, musicisti. Si potrebbe trarre vantaggio della loro presenza a bordo? Mi sembra uno spreco non farlo. Magari questi potrebbero contribuire al programma di intrattenimento, mettendo a disposizione una piccola parte del loro tempo di volo, offrendosi per dare una lezione, di tipo divulgativo ed accessibile a tutti, lasciando che i passeggeri scelgano di ascoltarla oppure no. La lezione potrebbe esser visibile sugli schermi dei passeggeri, un’opzione aggiuntiva nel menu’ di intrattenimento.</p> <p>I mezzi ci sono gia’: su <a href="http://www.v-flyer.com/entertainment.asp">alcuni aerei</a> ci sono delle vere stazioni di intrattenimento, con videogiochi, cineteca, informazioni sul volo, telegiornali, sistemi di connettivita’ tra i passeggeri seduti in posti diversi ( <em>hey vieni qui che alla fila 38 ci sono 2 posti liberi!</em> ) e per inviare email o sms a chi sta a terra ( <em>Carlo, facciamo un po’ tardi per via del vento contrario. Non venire in aeroporto dai. Ci vediamo a casa</em> ). Basteterebbe una telecamera per ciascun viaggiatore, incorporata negli schienali di chi ci sta seduto davanti, e si potrebbero fare anche delle videochat in volo. In questo caso, un viaggiatore potrebbe offrirsi volontario e tenere una <em>videolezione</em>. Al check-in, la si potrebbe caricare sul sistema di intrattenimento tramite una chiavetta USB. Alla fine della lezione, chi vuole, potrebbe anche fare due chiacchiere con il relatore.</p> <p>Ai passeggeri che acquistano biglietti aerei si potrebbe chiedere di devolvere 10 euro del proprio biglietto al sostegno della <em>didattica a bordo</em>. Questo denaro potrebbe essere usato come fondo di sostegno per la didattica. Allo stesso tempo, a titolo di incentivo, i relatori potrebbero avere delle agevolazioni sull’acquisto del loro biglietto. Magari uno sconto del 20% per chi sceglie di dare una lezione a bordo? Nella ricerca scientifica, il budget per i viaggi e’ sempre molto limitato.</p> <p>Stanotte ho dormito poco ed e’ chiaro che sto sognando. Ma chissa’…se avessimo una partecipazione straniera - tipo quella di Virgin Atlantic - alla conduzione dell’Alitalia…</p> <p>A presto, da Roma.</p> post-doc magro cercasi... 2008-09-26T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/26/post-doc-magro-cercasi <p>Da qualche anno, la commissione giovani della <a href="http://www.radres.org">Radiation Research Society</a> collabora attivamente all’organizzazione del congresso annuale. Tra l’altro, i ragazzi sono liberi di invitare uno speaker d’eccellenza in una sessione plenaria, a loro scelta e senza intromissioni. Negli scorsi anni abbiamo invitato Judah Folkman (angiogenesi) ed il premio Nobel Tim Hunt. Quest’anno l’invito e’ andato a <a href="http://web.mit.edu/invent/iow/damadian.html">Raymond Damadian</a>, l’inventore della risonanza magnetica nucleare, che e’ venuto ben volentieri.</p> <p>Intorno al 1969 Damadian si accorse che la risonanze magnetica dell’acqua era piuttosto diversa da quella del ghiaccio. Molto, molto diversa. Si propose quindi di verificare se il segnale di risonanza cambiasse a seconda del tipo di <em>tessuto</em> biologico, a causa di variazioni nel contenuto d’acqua. Prese quindi un campione di tessuto tumorale ed uno di tessuto normale. La differenza c’era. Ma nessuno credeva che Damadian sarebbe riuscito mai a catturare un’immagine di risonanza di un individuo, a corpo intero. Con molta perseveranza, intorno al 1976, Damadian inizio a costruire il primo <em>human scanner</em>. Insieme ai suoi studenti, costrui’ un grosso magnete, a superconduttori, raffreddato con elio liquido. Nelle foto che ci ha mostrato si vedeva come il prototipo del ‘76 fosse estremamente simile alle macchine moderne.</p> <p>Damadian fu il primo ‘paziente’ ad offrirsi volontario per le misure a corpo intero. Purtroppo non riuscirono a misurare nessun segnale, come tutti (gli altri) si aspettavano, credendo che quegli sforzi fossero vani. Uno studente di Damadian credeva che il problema non fosse nella macchina, ma nel campione usato per il test: lo stesso Damadian<img src="" alt="" />!</p> <p><img src="http://web.mit.edu/invent/images/awards/damadian2.jpg" alt="" /></p> <p>A questo punto c’e’ stata una risata fragorosa in sala. Negli anni ‘70 Damadian era <em>ben in carne</em>: provarono con il piu’ magro Larry, un suo <em>post-doc</em>.</p> <p>Evidentemente, Larry fu un miglior campione. La prima immagine umana in MRI fu registrata alle 4:45 del mattino, il 3 luglio 1977.</p> Metastasi e Staminali 2008-09-23T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/23/metastasi-e-staminali <p>Alla vigilia della mia partenza per l’Italia, nell’estate del 2006, i colleghi ricercatori in New Jersey mi regalarono una copia dello splendido libro di Robert Weinberg: <a href="http://www.garlandscience.co.uk/textbooks/0815340788.asp?type=authors">The Biology of Cancer</a>. Robert Weinberg e’ un personaggio eccelso nella biologia del Cancro. Tra i suoi contributi, la scoperta degli oncogeni <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ras_oncogene">Ras</a> e <a href="http://users.rcn.com/jkimball.ma.ultranet/BiologyPages/T/TumorSuppressorGenes.html">Rb</a>. Ieri Weinberg ha dato un seminario a Boston, dove mi trovo adesso, per il congresso della <a href="http://www.radres.org">Radiation Research Society</a> e della American Society for Therapeutic Radiation Oncology, <a href="http://astro">ASTRO</a>.</p> <p>Che meraviglia il seminario di Weinberg. Parlava con una chiarezza ed un linearita’ eccezionali. Quando si ascolta parlare gente come lui, basta un seminario di un’ora per restare ispirati per i prossimi mesi.</p> <p>Weinberg ci ha parlato delle metastasi. Uno degli aspetti salienti della <a href="http://www.cell.com/content/article/abstract?uid=PIIS0092867400816839">progressione delle neoplasie</a> e’ l’acquisizione, nelle cellule tumorali, di nuove competenze, come la stimolazione della formazione di nuovi vasi sanguigni (angiogenesi). Successivamente, per poter generare metastastasi, le cellule di un tumore effettuano una transizione chiamata <em>epithelial to mesenchymal transition</em> (EMT) che le conferisce proprieta’ simili a quelle delle cellule che si trovano nel tessuto connettivo (tra cui, fibroblasti), quali la mobilita’, necessaria per trasferirsi <em>altrove</em>, e dunque formare metastasi.</p> <p>Sendurai A. Mani, uno studente di Weinberg, qui allo MIT di Boston, si e’ proposto di confrontare le cellule tumorali che avevano effettuato la transizione EMT con quelle che normalmente popolano il mesenchima. Scettico, Weinberg lo ha lasciato fare. Ebbene, S.A. Mani ha fatto una scoperta interessantissima: per poter formare metastasi, le cellule tumorali devono acquisire proprieta’ del tutto analoghe a quelle delle cellule staminali. Nel contesto della teoria che unisce il cancro alle cellule staminali, quindi, ci troviamo di fronte all’enigma dell’uovo e la gallina: il cancro viene dalle cellule staminali, oppure le cellule staminali sorgono durante lo sviluppo del cancro? Ne parlavamo anche <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/40/almeno-avesse-qualche-applicazione-praticaaaarggh">qui</a>, qualche giorno fa.</p> <p>Una ragione in piu’, forse, per prendere molto seriamente la ricerca nelle staminali. Tempi buoni per la ricerca sul cancro.</p> La prima volta 2008-09-19T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/19/la-prima-volta <p>Giornate molto frenetiche, le ultime due, in preparazione alla partenza per il congresso della <a href="http://www.radres.org">Radiation Research Society</a> e la American Society for Therapeutic Radiation Oncology, <a href="http://astro.org/">ASTRO</a>, che inizia Sabato mattina a Boston con un corso eccellente. Forse questo e’ il mio congresso preferito e per questo cerco di partecipare ogni anno.</p> <p>Una cosa e’ intanto accaduta, piccola, forse, ma simbolica. E’ disponibile <a href="http://prometeo.sif.it:8080/papers/?pid=ncc9284">online</a> l’ultima pubblicazione scientifica alla quale ho contribuito[1]. Si tratta della mia prima che vien fuori da lavoro maturato in terra Italica, <a href="http://publicationslist.org/massimo.pinto">le altre</a> essendo tutte di matrice britannica e statunitense.</p> <p>L’articolo - breve - riporta alcuni risultati di uno studio sugli effetti biologici della radiazione di fondo naturale, quella che proviene dal Radon, i raggi cosmici, la radiazione naturale delle rocce. Visto che con la radiazione di fondo naturale ci andiamo tutti i giorni a braccetto, ci si chiede che cosa accadrebbe se questa non ci fosse. Un sistema biologico se ne accorgerebbe? Starebbe meglio?</p> <p>Vado ad incassare qualche ora di sonno. Tra poche ore si salta su un aereo. Ci si sente dagli USA. Son curioso anche di seguire da vicino l’evoluzione della campagna elettorale per la Casa Bianca.</p> <p>[1] Accessibile gratuitamente fino alla meta’ di Novembre</p> Scusaci, Darwin. Prego. Ma ora, Charles, ti spiace se... 2008-09-17T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/17/scusaci-darwin-prego-ma-ora-charles-ti-spiace-se <p>Strano paese, l’Inghilterra. Nel giro di un paio di giorni mi sono imbattuto in due notizie distinte, tra le quali ho qualche difficolta’ a delineare i collegamenti, che forse, pero’, esistono.</p> <p><em>Prima notizia</em>: Ad un anno dal bicentenario della nascita di Charles Darwin, La Chiesa d’Inghilterra <a href="http://www.telegraph.co.uk/news/newstopics/religion/2910447/Charles-Darwin-to-receive-apology-from-the-Church-of-England-for-rejecting-evolution.html">ha chiesto scusa</a> a C. Darwin (ovvero ai suoi familiari viventi) per avere rigettato la sua teoria sull’Evoluzione delle specie, paragonando il proprio storico rifiuto a quello nei confronti di Galileo riguardo i suoi studi sull’Astronomia. La <a href="http://network.nature.com/people/charlesdarwin/profile">resurrezione</a> di Darwin (cosi’ si autodefinisce) sembra <a href="http://network.nature.com/people/charlesdarwin/blog/2008/09/15/it-seems-that-some-in-the-church-of-england">esserne lieta</a>.</p> <p><em>Seconda notizia</em>: Sempre in Gran Bretagna, La Royal Society <a href="http://bioetiche.blogspot.com/2008/09/la-royal-society-e-i-creazionisti.html">rispetta ed incoraggia</a> l’istruzione del Creazionismo - non esattamente concorde con la teoria dell’Evoluzione - nelle scuole Britanniche. La notizia, alla Royal Society, ha creato un certo scompiglio, al punto che alcuni dei suoi membri, insieme a due premi Nobel, <a href="http://www.guardian.co.uk/science/2008/sep/14/religion">hanno chiesto</a> che il Direttore del (reparto) Istruzione della Society, il professor Michael Reiss, fosse espulso. Reiss, <a href="http://www.guardian.co.uk/science/2008/sep/14/religion">viene riportato</a>, e’ legato alla Chiesa d’Inghilterra (Coinvolta nella prima notizia). Poco dopo, Reiss si e’ dimesso dal ruolo di Direttore.</p> <p>Quanto al possibile legame tra le due notizie…<em>do ut des?</em></p> Almeno avesse qualche applicazione pratica...aaarggh! 2008-09-15T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/15/almeno-avesse-qualche-applicazione-praticaaaarggh <p>Sabato ero alla festa di compleanno di un caro cugino, con molti altri cugini. Ad un certo punto, <em>qualcuno</em> ha detto che avrebbe aderito ad un evento di protesta, un <em>sit-in</em>, pare, contro gli esperimenti appena iniziati al Large Hadron Collider, al CERN. Per cercare di fermarli. La ragione della protesta, in sostanza, risiede nell’assurdita’ di eseguire esperimenti che comportano un <em>rischio</em> per l’umanita’ e che, oltretutto, sono cosi’ costosi e <em>non hanno garanzie</em> di applicazioni <em>pratiche</em>.</p> <p>Calma. Che i miei familiari non fossero dotati di una speciale immunita’ nei confronti del virus apocalittico che ci ha contagiati nelle ultime settimane, a proposito dei buchi neri al CERN e della nostra morte certa[1], avrei dovuto aspettarmelo. Ma quello che mi ha deluso e’ stata la storia delle ricadute <em>pratiche</em>. Mannaggia, mannaggia, la scienza e la ricerca non funzionano cosi’, con le garanzie. Non si puo’ pensare di investire <em>tot</em> ed avere <em>tot</em> scoperte (tutte applicabili). Se lo fanno con voi, stanno giocando al gatto e la volpe.</p> <p>Come rappresentante della scienza in famiglia (l’altro era assente giustificato: sta studiando per prendere un titolo di PhD in Australia e non e’ potuto venire in mio soccorso), ho cercato di ricordargli che se la nostra civilta’ moderna e’ al punto in cui si trova, cio’ e’ in larga misura dovuto alle scoperte non completamente previste, alla ricerca di base. Certamente non e’ <em>solo</em> merito della ricerca di base. Gli esempi che ho portato erano il solito vecchio raggio laser (scoperta casuale, ma senza la quale oggi non avreste i CD, i DVD, ed un mucchio di altre cosucce), il progresso delle scienze biomediche che hanno portato all’elevazione della vita media, e piripi’ piripo’. Non dobbiamo dare queste cose per scontate: sono il frutto di uno sforzo intellettuale ben piu’ grande di noi, da Galileo ad Einstein, da Newton a Maxwell ed a migliaia di meno famosi.</p> <p>Spesso le scoperte vengono fuori dal percorso previsto, magari dall’intersezione tra due aree che prima si conoscevano poco. A questo proposito, <a href="http://www.economist.com/printedition/">l’ultima copia</a> de <em>The Economist</em>, ora in edicola, tocca un argomento interessantissimo: l’intersezione tra gli studi sulle cellule staminali ed il cancro, e le nuove cure che questa potrebbe portare. La rivista internazionale sottolinea quale sia il valore della ricerca generale, e scrive:</p> <blockquote> <p>Nella scienza, non sai mai in anticipo da dove otterrai la risposta (a cio’ che cerchi)</p> </blockquote> <p>Conosciamo questo mondo ancora poco. Imparare, semplicemente, a conoscerlo meglio ci portera’ tanti altri buoni frutti. Senza fretta. Del resto, a jatt pe ffa ambress facett e figlie cecat[2].</p> <p>[1] Ad ogni modo, non e’ accaduto ancora nulla di apocalittico. A me sono spuntati dei foruncoli sulla tempia, ma credo che sia una mezza intossicazione alimentare e no, non me la sento di dare la colpa ad Higgs.</p> <p>[2] La gatta, per la fretta, partori’ figli ciechi.</p> vieni un po' qui...pipistrello...fai il bravo... 2008-09-12T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/12/vieni-un-po-quipipistrellofai-il-bravo <p>C’e’ una miniera di monazite abbandonata in Sud Africa, da li’ si poteva estrarre <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Thorium">Torio</a>, un combustibile nucleare. L’esposizione continua a basse dosi di radiazioni ionizzanti, in alcune parti di questa vecchia miniera, raggiunge valori piuttosto elevati: 100 microSievert/ora e’ il valore massimo misurato, piu’ o meno come se ci fosse fatta una radiografia - tipo quelle al torace - ogni ora. Per questa ragione, potrebbe non essere una bella idea vivere, stabilirsi li’. Eppure…le caverne di quella miniera sono abitate da <em>pipistrelli</em> (Chiroptera).</p> <p>Non e’ banale reperire dati <em>in vivo</em> sugli effetti dell’irraggiamento continuo con (relativamente) basse dosi di radiazioni ionzizzanti, e cosi’ il buon Jacobus Slabbert[1] ha pensato di <a href="http://www.sciencedirect.com/science?_ob=ArticleURL&amp;_udi=B6T2D-4B8KF65-7&amp;_user=10&amp;_rdoc=1&amp;_fmt=&amp;_orig=search&amp;_sort=d&amp;view=c&amp;_version=1&amp;_urlVersion=0&amp;_userid=10&amp;md5=1be3c92cd7456b787c635a2bd4500ce6">studiare</a>, con alcuni suoi colleghi, gli effetti biologici di quest’irraggiamento continuo nei pipistrelli che abitano queste caverne. Le loro misure indicano che i linfociti di questi pipistrelli, isolati dal sangue, hanno tracce di lesioni al DNA, piu’ frequenti negli animali abitanti una caverna a rateo di dose maggiore, rispetto ad una caverna con rateo di dose inferiore ed una caverna distante dalla miniera, con livelli di radiazioni normali.</p> <p>Io non ho (ancora) mai effettuato misure su animali. Ho visto amici e colleghi lavorare su topolini. Ma non me l’immagino proprio, il giorno dell’esperimento, il ragazzo che e’ andato nella miniera a prendere i pipistrelli ed a prelevargli il sangue….</p> <p>[1] Poco tempo fa ho parlato <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/35/un-diamante-e-per-sempre">qui</a> del mio incontro con Jacobus Slabbert e di una storia che lui mi ha raccontato</p> Il viaggio del Beagle - di nuovo! 2008-09-10T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/10/il-viaggio-del-beagle-di-nuovo <p>Alla fine della giornata blog-scientifica del <a href="http://network.nature.com/group/sciblog2008">Science Blogging 2008</a>, a Londra, dopo un cappuccino con <a href="http://network.nature.com/profile/marcoboscolo">Marco</a>, ci siamo riversati nel King’s Head, un pub non lontano dalla Royal Institution. Tra un paio di pinte di birra e qualche pistacchio ho conosciuto un mucchio di personaggi che sono proprio quello che sono… dei personaggi.</p> <p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3140/2831062323_cf0501b3f5.jpg" alt="" /> <em>Un evento significativo anche per lei</em></p> <p><a href="http://network.nature.com/profile/karenjames">Karen James</a> e’ il responsabile scientifico del progetto di ricostruzione del brigantino <em>Beagle</em>, quello con cui Charles Darwin <a href="http://www.thebeagleproject.com/voyages.html">circumnavigo’</a> un attimo un attimo la terra, tra il 1831 ed il 1836, buttando giu’ qualche nota per il suo libro <em>L’origine delle specie</em>, scritto solo di rientro a casa ed apparso solo molto dopo (1859). Uno degli scopi del viaggio del nuovo Beagle e’ aggiornare le osservazioni fatte da Darwin poco meno di due secoli fa. A bordo, naturalmente, ci sara’ posto per numerosi ricercatori interessati alla biodiversita’, e si potra’ anche <a href="http://www.thebeagleproject.com/science.html">effettuare esperimenti</a> per una parte del viaggio, dandosi il cambio con altri ricercatori, lungo il tragitto.</p> <p><em>Fantafantastico</em>.</p> <p>Ma cio’ che rende ancora piu’ fantafantastico tutto questo, per me, e’ il fatto che Karen James, cresciuta nel Colorado, roccaforte dei Cristiani Evangelici, non si e’ mai davvero affacciata alla teoria dell’Evoluzione (attribuita a Darwin) fino a che non e’ approdata all’Universita’. Prima, le era stato solo accennato qualcosa. Oggi, la stessa persona e’ il direttore scientifico del <em>Beagle Project</em>.</p> <p>Ce la possiamo fare, con molta determinazione, <em>tutti</em>.</p> Ve la do io la California. Vi occorre solo un blogger maturo. 2008-09-08T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/08/ve-la-do-io-la-california-vi-occorre-solo-un-blogger-maturo <p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3119/2591670296_22329573f8_t.jpg" alt="" /></p> <p>A <a href="http://network.nature.com/group/sciblog2008">Science Blogging 2008</a> si e’ parlato anche di anonimita’ dei <em>blogger</em>. Se si blogga di denuncia, in alcuni casi puo’ essere meglio non svelare il proprio nome. Ma alcuni preferiscono anche non fare sapere ai propri capi, ai propri colleghi, che hanno un blog, per timore di essere giudicati negativamente. <a href="http://scienceblogs.com/grrlscientist/">Grrl Scientist</a>, per esempio, raccontava di sentire un profondo desiderio di comunicare la sua ricerca alla societa’, quella stessa societa’ che consente a gente come lei di fare il suo lavoro. Il suo e’ dunque un tributo, un ringraziamento, e mi e’ sembrata una cosa bellissima. Tuttavia, a <em>Grrl Scientist</em> fu detto che la sua carriera sarebbe stata a rischio se avesse fatto il suo vero nome sul suo blog, perche’ molti ricercatori senior l’avrebbero considerata un ricercatore poco serio, poco concentrato sul suo lavoro (quello di ricercatrice).</p> <p><a href="http://dcscience.net/">Non sempre</a> i bloggers di scienza sono i piu’ giovani, ma e’ vero che di bloggers maturi ce ne sono pochini. Ed allora…nella sessione conclusiva di Science Blogging 2008 e’ stata annunciata una <strong>sfida</strong> a tutta la <em>blogsfera</em>. Il motore di questa sfida giace nel concetto che la comunicazione della scienza al pubblico tramite blog e’ diretta ed incensurata dagli editori (ma certamente censurata dai lettori!), e che ne avrebbe solo da guadagnarci se lo scientific blogging fosse incoraggiato anche dai ricercatori piu’ maturi. In sostanza:</p> <ul> <li>Scopo della gara: convincere un ricercatore <em>senior</em> ad aprire un blog di scienza</li> <li>Scadenza: 5 Gennaio 2008</li> <li>Come si maturano punti: in funzione dell’eta’ del blogger, della sua fama scientifica, la mancanza di esperienza precedente in fatto di blogging ed altre abitudini ‘giovanili’ della scienza 2.0, l’impatto del suo nuovo blog nella societa’, la qualita’ dei contenuti.</li> <li>Premio: un viaggio gratis per due (il blogger senior e chi l’ha convinto a lanciarsi nella blogsfera) al GooglePlex di Mountain View, California, per partecipare al prossimo <a href="http://www.nature.com/nature/meetings/scifoo/index.html">SciFoo</a>, ed una citazione nel libro ‘The Open Laboratory: The Best Science Writing on Blogs 2008’.</li> </ul> <p>Le istruzioni, in dettaglio, sono <a href="http://network.nature.com/forums/sciblog2008/2347">qui</a></p> <p>Avete gia’ qualcuno in mente? Mumble mumble…</p> Radioterapia del cancro ed effetti collaterali 2008-09-05T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/05/radioterapia-del-cancro-ed-effetti-collaterali <p>Di nuovo a Roma, dopo il bel congresso della <a href="http://errs.eu/">European Radiation Research Society</a>, conclusosi ieri a pranzo.</p> <p>Splendido, tra tanti, e’ stato il seminario del Dr. Andrejev, del Royal Marsden Hospital di Londra. Andrejev e’ un medico con un cuore grande cosi’. Ha parlato degli effetti tardivi/collaterali in radioterapia delle neoplasie dell’addome, di come questi effetti possono essere curati, di come lui cerca di curarli, nei suoi pazienti. E di come spera che possano essere prevenuti, migliorando il trattamento dei tumori, con terapie che guardino a lungo termine, ben oltre la cura. Tra questi effetti, Andrejev citava l’incontinenza fecale, una condizione umiliante che mantiene le persone tappate in casa.</p> <p>Come conseguenza del continuo miglioramento delle terapie del cancro, circa il <a href="http://dx.doi.org/10.1259/bjr/18237646">73% dei pazienti adulti</a> e’ ancora in vita a 5 anni dal termine della terapia. Visto che il numero dei sopravvissuti aumenta, e’ ragionevole che la ricerca scientifica si concentri ancora di piu’ su come limitare gli effetti collaterali di lungo termine, affinche’ la qualita’ di vita dei pazienti sia dignitosa. Cio’ vale, naturalmente, anche per la radioterapia, che viene utilizzata per curare il <a href="http://cat.inist.fr/?aModele=afficheN&amp;cpsidt=1348169">50% dei tumori solidi</a>, spesso in combinazione con la chemioterapia.</p> <p>I meccanismi alla base dell’insorgenza di questi effetti collaterali sono poco noti. L’anno scorso, al convegno della <a href="http://www.radres.org">Radiation Research Society</a>, Mike Robbins parlo’ della sua ricerca sull’abbassamento delle capacita’ cognitive dopo la radioterapia dei glioblastomi, che sembra legato alla risposta infiammatoria cronica. E’ possibile che le risposte di tipo infiammatorio siano alla base di molti effetti collaterali in radioterapia.</p> <p>Sono andato a complimentarmi con Andrejev alla fine della sua comunicazione orale. Mi ha detto che spera di collaborare con dei radiobiologi di base, perche’ lui e’ un clinico e deve impegnare il suo tempo con i suoi pazienti. Medici cosi’, che capiscono il valore della ricerca di base, sono preziosi.</p> <p>Credo che saranno dei capitoli molto avvincenti della ricerca biomedica dei prossimi anni. Mi auguro, piccolo piccolo, di parteciparvi anche io.</p> Un diamante e' per sempre 2008-09-03T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/03/un-diamante-e-per-sempre <p>In una delle pause caffe’ qui al <a href="http://err2008.irsn.fr/page.php?ID=121">congresso ERR</a> ho parlato con il professor Jacobius Slabbert, degli <a href="http://www.tlabs.ac.za/public/default.htm">Ithemba Labs</a> di Citta’ del Capo, in Sud Africa. Jacobus e’ un simpatico professore profondamente appassionato e con un bel bagaglio di storie da raccontare. Infatti, ad un certo punto mi sono dovuto scusare per andare a buttare giu’ qualche nota, prima che dimenticassi qualcosa. Mio malgrado, perche’ mi sentivo come un nipotino affascinato dalle storie del nonno.</p> <p>Jacobus mi ha parlato delle miniere di diamanti di un colosso del settore. Questa grossa azienda possiede alcune miniere nell’Africa Meridionale, ed in una miniera in Namibia hanno adottato una pratica <em>curiosa</em>. Hanno installato un apparecchio che effettua una scansione a corpo intero, con basse dosi di raggi X, per controllare se i minatori rubano diamanti, alla fine del turno di lavoro. Mi ha detto che scelgono a caso le persone da scansionare, e che non tutti vengono irraggiati in ciascuna giornata. Cosi’, per limitare i danni economici ad un pugno di miliardari, questo produttore di diamanti irraggia qualche suo dipendente, qua e la’. Come molti di voi sapranno, le radiazioni possono fare maluccio, in quanto agente carcinogeno, seppure relativamente debole, rispetto ad altri agenti. L’uso delle radiazioni deve essere <em>sempre</em> ben giustificato, ed il rischio di danni alla salute delle persone esposte deve essere sempre inferiore ai suoi benefici.</p> <p><img src="http://www.bonaparte.com.au/images/map-namibia-tn.gif" alt="" /></p> <p>Jacobius (ed io, con lui) ha creduto che il comportamento assunto in quella miniera in Namibia fosse scorretto, da un punto di vista etico. Per questa ragione ha visitato la miniera ed ha chiesto di poter condurre uno studio sui linfociti nel sangue dei minatori, per capire se ci fosse traccia del danni biologici causati dall’esposizione alle radiazioni. Non e’ stato accolto bene.</p> <p>Le misure del gruppo di Slabbert non hanno mostrato alcun effetto degno di prestare preoccupazioni, e cosi’ Jacobus e’ stato <em>quindi</em> invitato in Miniera e trattato molto meglio di prima. Al punto che lo hanno invitato anche in una miniera in Botswana. Jacobus non e’ completamente convinto e vorrebbe ripetere lo studio sui minatori in Namibia, magari con una tecnica piu’ sensibile, che misuri aberrazioni cromosomiche che potrebbero essergli sfuggite. Gli occorre un finanziamento <em>ad hoc</em>, pero’. Chissa’, magari qualche ricco commerciante di diamanti…potrebbe…</p> Vietato gattonare entro 5km dal reattore 2008-09-02T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/09/02/vietato-gattonare-entro-5km-dal-reattore <p>Ieri mattina, durante la sessione di epidemiologia al <a href="http://err2008.irsn.fr/page.php?ID=121">36-esimo congresso</a> della società europea per le ricerche sulle radiazioni, a Tours, il <em>Dr Grosche</em> dell’ufficio federale (Tedesco) per la radioprotezione ha parlato della relazione tra i casi di leucemia infantile e la prossimità alle centrali nucleari. Sulla base di quanto ha riferito il Dr Grosche, ed in via cautelativa, questo blog sconsiglia a tutti i lettori residenti in Germania di età inferiore ai 4 anni (quelli che utilizzano mezzi di spostamento quali gattonamento, girello o tricicli), di stabilire propria dimora presso un reattore nucleare, Riferendosi ad una pubblicazione molto recente[1], Grosche ci ha riferito che il rischio di ammalarsi di leucemia (il tumore piu’ importante in pediatria, che colpisce circa 5 bambini su 100,000) per bambini di età <em>inferiore</em> ai 4 anni aumenta apprezzabilmente, seppure di poco in senso assoluto, se i bambini vivono entro 5km da un reattore nucleare. Anche in Francia ed Inghilterra sono stati effettuati studi simili ed i risultati sono meno convincenti: in gergo si dice che si misura un (piccolo) effetto ma questo non è statisticamente significativo.</p> <p>In Italia si sta riconsiderando il nucleare, ma il tema è <em>molto</em> delicato e credo sia necessario fare alcune considerazioni:</p> <p>Primo: per bambini tedeschi di età superiore a 4 anni, l’effetto <em>sembra</em> scomparire, così come a distanze maggiori di 5km. Secondo: i casi di leucemie infantili sono aumentati sensibilmente, in tutta la Germania, negli ultimi 20 anni. Terzo: l’esposizione a radiazioni ionizzanti presso centrali nucleari è sostanzialmente uguale, salvo incidenti, a quello dovuto al fondo naturale di radiazioni, che comunque non è mai nullo. Il fondo naturale di radiazioni ionizzanti c’è da sempre e non dovrebbe preoccuparci: tutti gli organismi viventi ci convivono e ci hanno passeggiato a braccetto nel corso della loro evoluzione. Oltretutto, in certi luoghi della terra, come in alcune regioni dell’India, Iran e Brasile, il fondo naturale di radiazioni è molto più alto della media mondiale, ma pare stiano tutti benissimo.</p> <p>Le nozioni di radiobiologia ci suggeriscono che alle bassissime dosi di radiazioni non si può avere nessun effetto carcinogeno. Ma allora, come si spiega il dato dello studio tedesco? Secondo Grosche, bisogna approfondire ancora il tema dell’esposizione alle radiazioni in bambini giovanissimi, oltre a studiare ancora le cause delle leucemie. Più ricerca <em>di base</em>, insomma. Grosche ci ha lasciati con alcune speculazioni. Secondo una di queste, la sola presenza dell’edificio della centrale nucleare potrebbe esercitare un’effetto negativo. Tipicamente, però, questo è più valido per gli adulti: il nostro umore, quanto meno, può esser influenzato dalla bellezza del paesaggio circostante. Che c’entrano gli adulti allora? Muovendosi sul terreno delle speculazioni, è noto da tempo che l’esposizione di un feto <em>in utero</em> alle radiazioni ionizzanti può risultare in un innalzamento del rischio di tumori nel bambino nato. Ma anche in questo caso vale quanto detto prima: le dosi di radiazioni fuori la centrale sono basse, quanto quelle del fondo naturale, troppo piccole per provocare effetti misurabili. Potrebbero essere allora le madri, preoccupate, sotto stress per la presenza della centrale a vista d’occhio, ad allattare i propri piccoli con un latte meno buono, meno nutriente? Sono speculazioni su speculazioni e la risposta non è dietro l’angolo. Non è chiaro dunque se l’effetto misurato nello studio tedesco - che non è stato misurato in altri paesi - è legato alle radiazioni, oppure alla percezione nel pubblico del loro pericolo (nel qual caso occorrerebbe aiutarlo a comprendere che le centrali sono sicure) o a chissà quale altra causa.</p> <p>Ho domandato a Grosche se la popolazione tedesca è al corrente di questi dati e come si è schierata nei confronti del nucleare, se ci sono state azioni di protesta. Mi ha risposto che in Germania i giornali ne hanno parlato in modo molto esaustivo esattamente il giorno precedente la pubblicazione scientifica. I partiti in Parlamento sono divisi: da un lato c’è chi vuole mantenere le centrali esistenti; dall’altro chi vuole che il paese si allontani progressivamente dal nucleare (che vi ricorda?). Nessun partito Tedesco spinge verso la costruzione di nuove centrali. Del resto, l’opinione pubblica, spiegava Grosche, non l’accetterebbe.</p> <p>Ed in Italia che si fa? Il tema è scivoloso. Bisogna stare molto, molto attenti a non strumentalizzare nulla, avendo l’umiltà di ammettere di non saperne abbastanza. Se si dovesse davvero andare per la riapertura delle centrali nucleari, meglio forse costruirle lontano dai centri abitati, e dalla vista dei cittadini. Occhio non vede…</p> <p>[1] <a href="http://dx.doi.org/10.1002/ijc.23330">Kaatsch et al</a>, 2008, International Journal of Cancer</p> Improvvisazioni in Conferenza 2008-08-31T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/31/improvvisazioni-in-conferenza <p><a href="http://network.nature.com/group/sciblog2008">Science Blogging 2008</a> e’ stato un convegno piacevolissimo, anche perche’ vi ho incontrato, fisicamente, molte persone davvero gradevoli che avevo finora frequentato solo virtualmente. Tra questi, il fumettista Ungherese <a href="http://network.nature.com/blogs/user/strippedscience">Viktor Poor</a>.</p> <p>Il formato di questa conferenza e’ stato una novita’ per me. In genere, in un convegno, il programma scientifico, la scaletta dei relatori e gli argomenti di cui parleranno sono stabiliti con largo anticipo. A Science Blogging, invece, circa 1/4 del convegno era non programmato e da stabilire al mattino, con i convenuti. A partire dalle 8:30 abbiamo avuto la possibilita’ di suggerire argomenti di discussione non ancora inseriti nel pogramma (il quale pure era stato definito attraverso Internet, sul <a href="http://network.nature.com/forum/sciblog2008">Forum</a> del convegno), scrivendo su una lavagna. Una figata pazzesca, direbbe la Littizzetto.</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/11t.jpg" alt="" /></p> <p>Al coffee break delle 11 abbiamo votato le idee che erano state suggerite e che sono quindi state oggetto di tre sessioni pomeridiane separate, tenute in sale splendide ed appena restaurate (il museo riapre al pubblico la prossima settimana), con numerosi strumenti originali che Michael Faraday utilizzo’ per i suoi studi sull’elettricita’. Che meraviglia. Roba che avevo visto solo disegnata sui libri.</p> <p>Mi rimetto in viaggio: lascio questo internet cafe’ di Ealing Broadway e vado a prendere l’Eurostar per andare a Tours, nella Loira, per il congresso della <a href="http://err2008.irsn.fr/page.php?ID=121">Societa’ Europea di Radiobiologia</a>. Vi scrivero’ sicuramente da li’, tra un croissant ed un cafe’ au lait.</p> <p>à bientôt.</p> Science Blogging 2008 2008-08-30T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/30/science-blogging-2008 <p>Sono a Londra, alla <a href="http://www.rigb.org/registrationControl?action=home">Royal Institution</a>, alla prima <a href="http://www.nature.com/natureconferences/sciblog2008/index.html">Science Blogging</a> Conference Europea. Ci sono un centinaio di persone dal Regno Unito, diversi paesi Europei (Marco Boscolo di <a href="http://blog.formicablu.it/">FormicaBlog</a> ed io rappresentiamo l’Italia), Stati Uniti ed Australia, riuniti qui per un giorno. Subito una pausa per ascoltare il grande <a href="http://www.badscience.net">Ben Goldacre</a>. A dopo.</p> h=6 2008-08-28T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/28/h6 <p>Ieri ho passato buone sei ore in compagnia dei miei due co-autori del manoscritto che descrive, in modo completo, il lavoro prodotto mentre ero post doc alla <a href="http://njms.umdnj.edu/">New Jersey Medical School</a>. Siamo alla decima bozza, quasi-ultima, dopo due anni di stesura ed altrettanti di lavoro sperimentale, fatto di giornate lunghissime e tanti tanti fine settimana, oltre a qualche notte passata su un materassino con la sveglia ogni 3 ore, per prendere una misura.</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/10t.jpg" alt="tre moschettieri" title="tre moschettieri" /> Edouard I. Azzam, io e Roger W. Howell</p> <p>Mamma mia che faticaccia. Ma ne vale la pena? Spero che qualcuno lo leggera’ e che gli/le verranno delle belle idee per il suo lavoro. A rassicurarmi, ho scoperto che il <a href="http://www.researcherid.com/rid/B-2817-2008">mio</a> <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/H-index">h-index</a> e’ appena passato da 5 a 6. L’h-index e’ un indicatore della produttivita’ di un ricercatore che considera il numero di volte in cui i suoi manoscritti sono citati da altri. Qualcuno, evidentemente, li legge e li apprezza. Questo e’ uno dei sali della vita di un ricercatore.</p> McCain ed Obama in camice 2008-08-26T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/26/mccain-ed-obama-in-camice <p>Sono stato a visitare il <a href="http://www.lsc.org/">Liberty Science Center</a>, nel New Jersey. Niente male davvero, ed alla facciaccia di tutti i New Yorkers che parlano male, apertamente, del New Jersey. Una delle <a href="http://www.lsc.org/visit/doandsee/exhibits/breakthroughs">mostre in corso</a> riguarda le elezioni del prossimo presidente degli Stati Uniti. Il visitatore impara quanto siano importanti per i due candidati in gara i temi scientifici ritenuti fondamentali per gli USA (e per l’umanita’): global warming e consumo energetico, energie rinnovabili, cellule staminali, l’insegnamento della scienza nelle scuole, il ruolo del <a href="http://seedmagazine.com/news/2008/01/the_science_adviser.php">consigliere scientifico</a> del Presidente.</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/8t.jpg" alt="Candidates for Presidency" title="Candidates for Presidency" /> Uno di questi candidati sara’ il prossimo presidente americano. Trova l’intruso.</p> <p>C’erano dei pannelli-gioco in cui al visitatore vien chiesto di indovinare chi dei tre (Obama, Clinton e McCain) fosse l’autore delle citazioni riportate, tutte in temi di scienza. Ne ho indovinate due su due e mi sono stupito.</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/9t.jpg" alt="" /></p> <p>Mentre da noi in Italia non esistono praticamente piu’ i faccia a faccia, trovo vincente l’idea di mettere a confronto le idee, in fatto di scienza, dei candidati alle prossime elezioni presidenziali americane.</p> <p>Informati, ai visitatori viene chiesto di esprimere il loro voto. Obama e’ molto piu’ avanti di McCain.</p> Sigarette piu' care per finanziare la ricerca sul cancro 2008-08-22T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/22/sigarette-piu-care-per-finanziare-la-ricerca-sul-cancro <p>La proposta USA[1] (non ancora approvata dal Congresso) e’ <a href="http://www.ovaconline.org/pdfs/Trust_fund_OVAC_final_draft_7-23.pdf">aumentare di $1</a> il prezzo delle sigarette per costituire un fondo Nazionale per la Ricerca sul Cancro, aiutando cosi’ la ricerca in questo settore, dal momento che i fondi governativi (americani) non aumentano.</p> <p>Ecco la motivazione:</p> <blockquote> <p><em>Quest’anno verra’ diagnosticato il cancro a 1 milone e 400 mila americani. Ne moriranno piu’ di 565 mila</em></p> </blockquote> <p>Il numero di vittime previste si avvicina a quello dell’intera popolazione della citta’ di <a href="http://www.globalgeografia.com/italia/italia_citta.htm">Genova</a>, e non mi pare poco. Intanto, le associazioni scientifiche americane si sono impegnate in una campagna di sensibilizzazione dei loro parlamentari a questi problemi.</p> <p>C’e’ qualcosa che possiamo imparare da questa iniziativa?</p> <p>[1] Segnalato dalla <a href="http://astro.org/">Associazione Americana per la Radioterapia Oncologica</a> e dalla <a href="http://www.radres.org">Radiation Research Society</a></p> Donne e Ricerca: la storia di Susan Bailey 2008-08-20T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/20/donne-e-ricerca-la-storia-di-susan-bailey <p>Qualche tempo fa feci alcune <a href="http://network.nature.com/blogs/user/massimopinto/2008/07/13/that-ol-feeling-called-glass-ceiling">considerazioni</a> sul tema delle donne impegnate nella carriera Accademica, soffermandomi sulle loro maggiori difficoltà di progressione di carriera, rispetto a quelle degli uomini. Uno tra i tanti fattori profondamente umilianti è che i salari delle donne siano mediamente inferiori a quelli degli uomini. Mentre volavo verso gli USA, dove mi trovo adesso, ho ascoltato dal mio lettore mp3 un interessante podcast prodotto da Nature Jobs, sulle donne ricercatrici e le <a href="http://media.nature.com/download/nature/podcast/naturejobs/naturejobs-2008-07-30.mp3">interruzioni di carriera</a> (per maternità, ma non solo), basato su una registazione al Source Event dello scorso anno. Anche quest’anno il <a href="http://www.nature.com/naturejobs/sourceevent/index.html">Source Event</a> si terrà a Londra il giorno 26 Settembre 2008.</p> <p>In una parte del programma registrato, la direttrice di un gruppo di ricerca raccontava ai presenti in sala di una collega che all’inizio della sua pausa per maternità ha chiesto di poter ricevevere, settimanalmente, aggiornamenti su quanto sarebbe accaduto in laboratorio in sua assenza: come vanno gli esperimenti e che direzioni sta prendendo il gruppo che ha - termporaneamente - lasciato. In questo modo, al suo rientro in laboratorio, non si sarebbe trovata del tutto spaesata.</p> <p>Questa storia mi ha riportato ad un bellissimo ricordo. Conosco una ricercatrice che è stata via dal laboratorio per ben oltre un anno, avendo avuto tre figli ai quali dedicarsi a tempo pieno. Questa ricercatrice, una volta rientrata in laboratorio, ha avuto una crescita formidabile, fino a diventare un ricercatore davvero brillante. Ho avuto il privilegio di poter <a href="http://www.radres.org/ECOMradres/timssnet/podcast/SanFran_Susan%20Bailey.mp3">intervistarla</a> l’anno scorso a San Francisco, al meeting della Radiation Research Society, quando è stata insignita del Michael Fry Award, un notevole riconoscimento alla carriera di ricercatori non giovanissimi ma nemmeno anziani, con davanti a se’ ancora un paio di decadi di produttività. Dopo una lunga pausa di maternita’, <a href="http://www.cvmbs.colostate.edu/erhs/faculty/bailey/s_bailey.htm">Susan Bailey</a> torno’ in laboratorio come tecnico di ricerca, ed intanto, part-time, studiava per conseguire il titolo di PhD seguendo un corso che riceveva, tramite posta, in videocassetta. Qualche anno dopo Susan Bailey è una bravissima ricercatrice, pluri-premiata e vincitrice di eccellenti finanziamenti che aveva richiesto, presentando dei progetti di ricerca basati sulle sue idee, ad Agenzie Statunitensi. Al suo rientro nella ricerca, Susan ebbe certamente la fortuna di poter lavorare al fianco di colleghi che non considerano la materntià come qualcosa di debilitante, alla stregua di una grave malattia, come suggeriva il contratto di lavoro di una mia cara amica Italiana. Gli Stati Uniti, su questo specifico tema e senza ambizioni di generalizzazioni, sono semplicemente un <em>altro paese</em>, dove veramente tutto può succedere. La chance che si è presentata a Susan ne è un esempio eccelso. Domandero’ ad <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/?c=Ester-Ofila">Ester Ofila</a> che cosa sarà accaduto alle donne ricercatrici Italiane tra qualche decennio.</p> Scrivania 2008-08-18T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/18/scrivania <p>Proprio come fa <a href="http://www.seedmagazine.com">Seed</a> nella sua sezione <a href="http://www.seedmagazine.com/news/2007/07/workbench_kathleen_kristian.php">WorkBench</a>, in cui vengono ritratte le scrivanie di ricercatori e professori, con i loro commenti a cio’ che vi si trova…ecco una foto della ma scrivania.</p> <p>A Settembre dovrei spostarmi in una stanza diversa, da cui potrei anche avere una vista su giardino. Di lusso<img src="" alt="" />!</p> <p><img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/5t.png" alt="" /> Calma…calma<img src="" alt="" /> Una versione piu’ grande di quest’immagine si trova <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/images/5.png">qui</a></p> 'Rock around the clock' al microscopio 2008-08-15T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/15/rock-around-the-clock-al-microscopio <p>…ballato dalle cellule pilifere, nelle orecchie…</p> <object width="425" height="344"> &lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Xo9bwQuYrRo&amp;hl=en&amp;fs=1"&gt;&lt;/param&gt;<param name="allowFullScreen" value="true" />&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/Xo9bwQuYrRo&amp;hl=en&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" width="425" height="344"&gt;&lt;/embed&gt;</object> <p>Che meraviglia deve essere il lavoro del ricercatore che si occupa di queste misure.</p> <blockquote> <p>Ragazzi, andate pure voi a prendere il caffe’, io non vengo perche’ ho messo su i Red Hot Chilli Peppers alle cellule e stanno succedendo cose incredibili!</p> </blockquote> <p>Buon Ferragosto</p> C'era una volta il precariato 2008-08-14T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/14/cera-una-volta-il-precariato <p>Corridoio di un’Universita’ Italiana. Corre la primavera dell’anno 2034.</p> <blockquote> <p><em>Ester Ofila:</em> Allora hai deciso che molli il post-doc?</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>Libero Mobile:</em> Non e’ mica un disastro, Ester. Stacco solo un po’ - ho pubblicato gia’ molto bene - e vado in giro per l’Asia. Tanto, tra un annetto, non avro’ nessun problema a trovare di nuovo lavoro da qualche altra parte</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO:</em> Noi si che siamo fortunati. Il mio papa’ mi racconta che, lui, piu’ che un post-doc si definiva un <em>precario</em>, uno che sperava in un posto fisso e che non sapeva quando l’avrebbe preso</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>LM:</em> Posto fisso? Ma oggi quasi nessuno lo cerca piu’! E nessuno piu’ si definirebbe un precario. Semmai, si ritiene di essere in formazione, in transito verso qualcosa di meglio, magari con piu’ indipendenza, con una paga migliore. Ma tu hai mai capito come e’ avvenuta questa transizione verso il contesto che viviamo oggi?</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO:</em> Libero, da quello che ho capito, si inizio’ con alcuni tentativi sparsi di introdurre valutazioni di merito. Alcune agenzie - le piu’ piccole - cominciarono a finanziare solo i migliori progetti, ricorrendo alla revisione con arbitri internazionali. Furono in grado di gestire contemporaneamente sia il budget, sia la valutazione. Non esisteva una parola italiana per questo tipo di procedura, per cui la si chiamo’ semplicemente <em>peer review</em>, come del resto la chiamavano tutti. L’abilita’ Italiana fu copiare il meglio di ciascun modello straniero, evitando di ripetere gli errori gia’ commessi da altri. L’effetto fu veloce e contagio’ via via le agenzie piu’ grosse. La Scienza e la ricerca diventarono come lo Sport.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>LM:</em> Embe’? Che c’e’ di strano?</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO:</em> Ma guarda che un tempo mica era cosi’! Fu una vera svolta. Chi vinceva i finanziamenti poteva scegliere di assumere solo i ragazzi piu’ in gamba. Un po’ alla volta, i giovani ricercatori compresero che, piu’ che precari, erano liberi di muoversi dove volevano, e che piuttosto che restare a lungo in uno stesso luogo, senza crescere, potevano fare delle esperienze di formazione eccellenti anche in Italia. Aumentarono anche i fondi, per lo piu’ privati.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>LM:</em> Ed i famosi cervelli in fuga?</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO:</em> Ad un certo punto smisero di fare notizia, per quanto sappiamo bene che tantissimi sono quelli che trascorrono qualche anno all’estero, per lo piu’ in Cina, in India, ed in Canada. Adesso pare che i migliori post-doc si facciano in Malesia, dove gli stipendi sono buoni, i benefici per le famiglie ottimi. Ma le opportunita’ fioccarono anche in Italia. Ed arrivarono anche tantissimi stranieri.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>LM:</em> Il mio capo ha detto che fece domanda per un posto di professore Associato e che vinse in due Universita’. Scelse questa perche’ la moglie amava poco le grandi citta’. E riusci’ anche a portare con se’ il suo finanziamento Canadese.</p> </blockquote> <blockquote> <p><em>EO:</em> Che storia. Oggi vengono qui da ogni parte del mondo per formarsi, anche perche’ il nostro paese e’ bellissimo.</p> </blockquote> Medaglia d'oro al pesce palla 2008-08-12T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/12/medaglia-doro-al-pesce-palla <p>La medaglia d’oro nella disciplina di <em>eleganza genomica</em> a squadre non e’ stata vinta da nessun uomo. <em>Homo sapiens</em>, infatti, e’ salito su un gradino piu’ basso del <em>Tetraodon</em> (noto anche come pesce palla, per il quale hanno dovuto sistemare una vasca sul podio).</p> <p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3054/2433758836_0fe97f153b_m.jpg" alt="" /> (da una fotografia di <a href="http://www.flickr.com/photos/djbebe/">djbebe</a>).</p> <p>Il blog <em>Pharyngula</em> sull’evoluzione e lo sviluppo <a href="http://scienceblogs.com/pharyngula/2006/06/pufferfish_and_ancestral_genom.php">spiega</a> che il pesce palla si e’ evoluto con un sistema che riconosce sequenze di DNA ripetute e non codificanti alcun gene, buttandole via. Il vantaggio netto di questo sistema e’ un genoma molto piu’ essenziale, in cui il pesce palla conserva (quasi) solo quello che gli serve davvero. Il povero <em>homo sapiens</em>, invece, possiede un genoma il cui 95% e’, piu’ o meno, spazzatura. Siamo genomicamente obesi, insomma, e non certo superiori al pesce palla, da questo punto di vista.</p> <p>Forse dovremo chiedere al signor pesce palla una mano per abbattere anche i nostri consumi energetici. Il risparmio, lui, ce l’ha scritto dentro.</p> Quanto tutte le stelle del cielo 2008-08-10T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/10/quanto-tutte-le-stelle-del-cielo <p>L’universo e’ fatto dal 73% di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Dark_energy">dark energy</a>, dal 23% di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Dark_matter">dark matter</a>, dal 3% di elettroni e nucleoni, dallo 0.5% di neutrini e…0.5% di stelle. Dunque, se qualcuno dice di amarvi per quante sono le stelle in cielo, forse forse e’ arrivato il momento di scaricarlo.</p> <p>Ah…buona notte di San Lorenzo<img src="" alt="" />!</p> Se potessi evolvermi di nuovo... 2008-08-08T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/08/se-potessi-evolvermi-di-nuovo <p>Sul suo blog ospitato sul <a href="http://network.nature.com/">Nature Network</a>, <a href="http://network.nature.com/blogs/user/basanta/2008/06/06/play-it-again-charles">David Basanta</a> rimanda ad un esperimento che ho trovato davvero affascinante.</p> <p>Che cosa accadrebbe se si potesse tornare indietro nel tempo, qualche decina di migliaia di generazioni (umane) fa, per poi andare di nuovo avanti ed osservare cosa succede nel corso dell’evoluzione? <em>Homo sapiens</em> sarebbe proprio lo stesso? Secondo la teoria dell’evoluzione, infatti, le variazioni che portano alla differenza tra le specie viventi hanno origine casuale, e cio’ che e’ casuale, pare, non e’ esattamente ripetibile.</p> <p>I ricercatori del gruppo del <a href="https://www.msu.edu/~lenski/">Dr. Lenski</a> alla Michigan State University hanno pensato - ecco il genio - di riprodurre queste condizioni in laboratorio, in un modello sperimentale: il batterio <em>Escherichia Coli</em>. Il signor <em>Coli</em>, invece che riprodursi ogni 25-30 anni (oppure ogni 40, come succede…), ha un tempo di duplicazione di circa mezz’ora. Si puo’ <a href="https://myxo.css.msu.edu/ecoli/">simulare</a> cosi’ qualche decina di migliaia di duplicazioni (generazioni) in un paio di decine di anni. Non esattamente un esperimento breve, ma sempre meglio che un pugno di mosche. E cosi’ Lenski e colleghi hanno mantenuto in coltura 12 diversi ceppi di <em>Coli</em>, andando a studiarne il comportamento ogni 500 generazioni, per 20 anni. Nella dodicesima coltura, i batteri dimostrano di essersi evoluti in una direzione tale da poter nutrirsi di sostanze di cui non erano capaci gli altri batteri, che, evidentemente, avevano seguito un percorso evolutivo diverso. Questo indica che l’evoluzione non e’ prevedibile. Se fosse una pellicola cinematrografica, il film sarebbe sempre un po’ diverso, in ciascuna proiezione.</p> <p>Come la discussione sul blog di David ha messo poi in evidenza, poche persone oggi sarebbero disposte ad imbarcarsi in un esperimento che dura un paio di decadi. Difficile trovare chi finanzia uno studio cosi’ lungo, ed anche trovare persone che siano disposte a proseguire il lavoro di chi lo molla perche’ va in pensione. Si legge anche che l’esperimento <a href="http://rationalwiki.com/wiki/Lenski_affair">non e’ piaciuto</a> ai creazionisti…e ti pareva. Chissa’ che non siano gli stessi che <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/magazine/7540427.stm">credono che la terra sia piatta</a>.</p> Mi prude quella cellula sulla schiena. Ecco, quella li'. 2008-08-06T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/06/mi-prude-quella-cellula-sulla-schiena-ecco-quella-li <p>Non avendo studiato al corso di Laurea in Scienze Biologiche, di tanto in tanto inciampo in concetti di Biologia di cui avrei magari filosofeggiato con i miei compagni all’Universita’. Del resto, facevo altrettanto con i compagni di studio a Fisica, che forse fa pure piu’ <em>nerd</em>.</p> <p>La mia domanda e’ questa qua: come mai il nostro corpo non si accorge della sofferenza di una <em>singola</em> cellula, mentre ci accorgiamo di un graffio, di un’abrasione, delle conseguenze di una puntura di zanzara? Non ci accorgiamo se <em>una</em> delle nostre cellule muore (magari se lo fa con ‘consapevolezza’, quando muore di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Apoptosi">apoptosi</a>). La mia risposta-non-risposta e’: che vita grama che sarebbe se percepissimo tutto cio’ che accade, individualmente, alle nostre cellule. Ne saremmo continuamente distratti, per non parlare dei mal di testa che ci verrebbero.</p> <p>Dove sta quindi il confine tra il percepibile ed il non percepibile? Ad un certo punto della storia della loro evoluzione, gli organismi multicellulari devono essersi organizzati in modo da prender cognizione di cose che li riguardavano solo macroscopicamente. Una bella semplificazione.</p> <p>Mi e’ venuta fame e mi son preparato una frittata di zucchine. Tagliandomi sul dito, ho sentito dolore. Non ho sentito nessun’altra parte di me che si lamentasse. Meglio cosi’, va’.</p> Maledetto atomo di Ossigeno (parte II) 2008-08-04T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/04/maledetto-atomo-di-ossigeno-parte-ii <p>Il rientro in laboratorio dopo il mio <a href="http://www.galileonet.it/postdoc/article/14/maledetto-atomo-di-ossigeno">disastro</a> della deossicitidina fu piuttosto veloce. La pagina del 22 Aprile 2005 del mio quaderno di laboratorio denuncia, semplicemente, un “qui comincia (l’uso della) deossicitidina”. <img src="http://www.galileonet.it/postdoc/images/3.jpg" alt="" /> I passati cinque mesi di esperimenti condotti per errore con la citidina non andarono pero’ buttati al vento. E’ vero allora che non si butta mai via tutto, anche quando si e’ commesso un errore grave. Nel frattempo, infatti, nel corso degli esperimenti con la citidina, avevo imparato un mucchio di altre cose che poi culminarono con un manoscritto, e ci volle pochissimo a rimettersi in riga con la deossicitidina.</p> <p>Il segno piu’ forte lasciato da quella esperienza fu il contatto umano con il mio mentore. Avrebbe potuto umiliarmi, dimostrarsi seccato, deluso, visto che anche lui, attraverso l’errore che avevo causato, aveva perso molto tempo (e denaro). Invece fu propositivo, da gran mentore che e’, forse perche’ anche lui ebbe commesso un grave erroro quando era piu’ giovanotto, in laboratorio, ed immaginava come mi sentivo io dinanzi a cio’ che avevo appena commesso. Che gran fortuna aver conosciuto Roger.</p> Aula del Processo a Darwin, secondo elefante a destra 2008-08-02T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/02/aula-del-processo-a-darwin-secondo-elefante-a-destra <p>Questa sera, nell’ambito della <a href="http://www.estateromana.comune.roma.it/">Estate Romana</a> ci sara’ lo spettacolo <a href="http://www.estateromana.comune.roma.it/manifestazioni/teatro/evoluti_si_nasce">Processo a Darwin</a> al BioParco di Roma, in Villa Borghese.</p> <blockquote> <p><strong>ore 20.30</strong> - pillole dello spettacolo teatrale “Processo a Darwin” in cui Maurizio Micheli vestirà i panni del Presidente del Tribunale, Vittorio Viviani quelli del Pubblico Ministero, e Gerolamo Alchieri nel ruolo di Charles Darwin. Lo spettacolo è strutturato come un processo penale: con i capi d’accusa, il dibattimento, le arringhe, e l’imputato, il naturalista Charles Darwin. Note sullo spettacolo: Testo di Giovanni Carrada; regia di Riccardo Cavallo; attori: Maurizio Micheli nel ruolo del Presidente del Tribunale, Vittorio Viviani nel ruolo del Pubblico Ministero, Gerolamo Alchieri nel ruolo di Charles Darwin, Lucia Bendia nel ruolo dell’Avvocato della Difesa.</p> </blockquote> <p>Ci si vede li’?</p> Maledetto atomo di ossigeno 2008-08-01T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/08/01/maledetto-atomo-di-ossigeno <p>Ai ricercatori sperimentali come me viene insegnato, nel corso della nostra formazione, che dobbiamo avere dei quaderni di laboratorio in cui scrivere <em>tutto</em> quello che succede durante gli esperimenti: la programmazione, l’esecuzione, i risultati previsti e quello che e’ venuto fuori. Se il piano era utilizzare la sostanza X per 10 minuti a 37 gradi centigradi, ma a causa di una pausa caffe’ troppo lunga o un’unghia rotta abbiamo lasciato la sostanza X agire per 12 minuti, meglio segnarlo chiaramente. Magari vien fuori un risultato interessante e la spiegazione sta proprio in quei due minuti in piu’… A conferma dell’importanza dei quaderni di laboratorio sono i siti web di recente apertura per la loro <a href="http://openwetware.org/wiki/Lab_Notebook">condivisione</a> in formato elettronico. Io non ci ho ancora provato, ma sono curioso. Chissa’ che qualcuno a 15,000 km di distanza non abbia la soluzione a qualche problema tecnico nel mio laboratorio qui a Roma.</p> <p>Puo’ sempre capitare pero’ che qualcosa vada storto, anche al ricercatore piu’ preciso e rigoroso, e che vengan fuori dei veri disastri. Io ne sono stato protagonista qualche anno fa, mentre ero alla New Jersey Medical School per il mio triennio post-dottorato.</p> <p>Lavoravamo sull’effetto <em>bystander</em> : colpisci una cellula ed osserva gli effetti dell’impatto nelle cellule vicine. Alle cellule, infatti, piace comunicare e prendere atto di cio’ che si dicono. <em>Pensavamo</em> di stare colpendo solo una frazione minima di cellule in coltura, quelle che stavano duplicando il loro DNA mentre noi le davamo una pappa che era stata marcata con un elemento radioattivo, all’anagrafe <em>deossicitidina triziata</em>. La pappa doveva andare dritto al DNA, ed a ciascun decadimento radioattivo del trizio…paf! una bella botta. Ma solo alla cellula che aveva preso la pappa. Andavamo poi a misurare cio’ che accadeva alle cellule adiacenti a seguito delle loro chiacchierate con le cellule tramortite: una risposta gigantesca, che abbiamo perseguito per mesi, argomentando per bene tutto quello che stavamo misurando. Ero piuttosto gasato.</p> <p>Un pomeriggio venne alla mia scrivania Roger, il mio capo, e mi guido’ fino a farmi notare, con un’eleganza ed un rispetto di cui gli sono ancora molto debitore, che invece che dare <em>deossicitidina</em> alle nostre cellule stavamo dando <em>citidina</em>. La differenza tra le due molecole sta in un <em>singolo</em> atomo di ossigeno, ma e’ abbastanza per fare incorporare la pappa nello RNA di tutte le cellule che non erano completamente ‘addormentate’ (e che quindi sintetizzavano almeno un po’ di RNA), molte di piu’ di quelle che erano impegnate nella sintesi del DNA, le sole che noi avremmo voluto colpire. Dunque quello che misuravamo non era il prodotto dell’effetto <em>bystander</em>, ma effetto <em>diretto</em> della radioattivita’ incorporata nello RNA. Altro che comunicazione inter-cellulare. Cinque mesi di esperimenti buttati al vento. Che disastro. L’errore era stato mio quando avevo emesso l’ordine per la (deossi)citidina.</p> <p>Quel pomeriggio mollai tutto e tornai a casa con una ingombrantissima coda tra le gambe.</p> <p>Atomo di Ossigeno 1, Massimo 0.</p> E' il tuo compleanno: ogni giocatore ti raccomanda per il prossimo concorso 2008-07-17T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/07/17/e-il-tuo-compleanno-ogni-giocatore-ti-raccomanda-per-il-prossimo-concorso <p>Per chi avesse nostaglia delle partitone al Monopoli, ecco qui <a href="http://www.fainotizia.it/inchiesta/ricercopoli">Ricercopoli</a></p> <blockquote> <p>A turno i giocatori attorno al tabellone – governi, istituti scientifici, ospedali, atenei e baroni locali – muovono le pedine in senso anti-meritocratico, distribuendo fondi pubblici in modo del tutto discrezionale, avallando gli sprechi “per decreto”, nominando propri sodali e congiunti nei posti chiave della cultura e della ricerca, violando in ogni modo trasparenza e certezza del diritto. Obiettivo del gioco è quello di ottenere il dominio assoluto e incontrastato nel settore, costringendo alla bancarotta concorrenti e cittadini tutti, in definitiva affossando cultura, economia, legalità e giustizia sociale.</p> </blockquote> <p>Quale sarebbe in questo gioco, secondo voi, l’analogo di Vicolo Corto e Vicolo Stretto, e di Parco delle Vittorie e Viale dei Giardini?</p> <p>Parto per il Parco Nazionale del Gran Paradiso, per tornare su Internet, e su queste pagine, il 31 Luglio. A presto! Massimo</p> Come potete giudicare 2008-07-14T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/07/14/come-potete-giudicare <p>Di recente si e’ parlato di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Impact_factor">impact factor</a> e di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/H-index">h-index</a>, due <em>metriche</em> per misurare la quantita’, ed auspicabilmente la qualita’ dei risultati scientifici, <em>uno</em> dei prodotti del lavoro dei ricercatori. Ne ha parlato anche <a href="http://www.galileonet.it/news/10233/cito-dunque-sono">Galileo</a>, pochi giorni fa, a proposito dell’inadeguatezza di queste metriche. Dunque ci viene spiegato che questi indicatori non dovrebbero essere utilizzati, ma che cosa si <em>puo’</em> o si <em>dovrebbe</em> fare per valutare la produttivita’ della ricerca?</p> <p>Innanzitutto, perche’ e’ importante effettuare una <em>misura</em> di qualita’ della ricerca? Non credo di potere rispondere meglio di come ha fatto David Colquhoun[1], per cui lo <a href="http://www.ucl.ac.uk/Pharmacology/dc-bits/colquhoun-goodscience-jp-version-2007.pdf">cito</a></p> <blockquote> <p>Dagli Accademici, come da tutti, ci si aspetta che facciano un buon lavoro. In larga misura vengono pagati dai contribuenti, i quali hanno ogni diritto di ottenere un (alto) valore da cio’ che pagano con le loro tasse. Il punto e’ che e’ estremamemente complicato valutare la loro produzione.</p> </blockquote> <p>L’ambizione dell’impact factor, o dell’h-index, e’ proprio quella di fornire un punteggio al lavoro dei ricercatori, in modo completamente automatico. Cosi’, se il loro punteggio e’ troppo basso, niente finanziamenti, oppure niente promozione, o magari niente assunzione. 7? Via! Avanti il prossimo! 19: Bene, questo lo prendiamo. E’ esattamente quanto sta accadendo in molte, eccellenti Universita’ straniere. Stiamo attenti allora quando parliamo di introdurre questi concetti anche in Italia. Abbiamo il vantaggio di essere in ritardo e possiamo imparare dagli errori degli altri, altrimenti saremo costretti a ripeterli.</p> <p>Fioccano le critiche e le accuse di inadeguatezza di questi indicatori, come in questo <a href="http://www.nature.com/neuro/journal/v6/n8/full/nn0803-783.html">interessante editoriale</a> di Nature Physiology[2]. Semplicemente, non c’e’ indicatore <em>numerico</em> che possa davvero render giustizia delle capacita’ di un ricercatore. La soluzione, secondo Colquhoun:</p> <blockquote> <p>L’unico modo di valutare il merito di una pubblicazione scientifica e’ chiedere il parere di una selezione di esperti del settore. Non c’e’ nessun altro metodo che funzioni. Nessuno.</p> </blockquote> <p>[1] D. Colquhoun, <em>Physiology News</em>, No. 69, Winter 2007. La discussione di questo articolo e’ sul web, <a href="http://dcscience.net/?p=182">qui</a></p> <p>[2] Editoriale, <em>Nature Neuroscience</em> No. 6, 783 (2003) doi:10.1038/nn0803-783</p> Riflessione Energetica 2008-07-13T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/07/13/riflessione-energetica <p>Durante il mio soggiorno americano andavo una volta la settimana a lavare il bucato nelle <em>Launderette</em>, quelle che si vedono in tanti film e che sono riservate a coloro i quali non possono permettersi una lavatrice in casa (roba da ricchi). Per asciugare il mio bucato ci volevano tra i 3 ed i 4 gettoni da 8 minuti di asciugatura ciascuno, dunque circa mezz’ora. Intanto, io leggevo il giornale e mio figlio giocava con gli altri bambini nella launderette. Ebbene, oggi ho steso il mio bucato fuori al balcone e dopo appena mezz’ora e’ gia’ tutto asciutto. Il vento e’ pochissimo, per cui deve essere stato il sole. Questo mi suggerisce che il sole ha erogato la stessa energia che erogavano le asciugatrici delle launderette, esattamente nello stesso tempo.</p> <p>Ma davvero il fotovoltaico e’ da buttare via, anche considerando che la conversione in energia elettrica e’ relativamente poco efficiente? E’ vero che il nucleare e’ disponibile subito, quando ce ne e’ bisogno, e che puo’ erogare energia di alta potenza, per le applicazioni industriali, mentre l’eolico ed il fotovoltaico erogano energia di potenza inferiore e sono soggetti alle condizioni climatiche. Dunque l’energia prodotta dal fotovoltaico o dell’eolico deve essere accumulata, per esempio in delle batterie, per poi essere resa disponibile all’occorrenza. In attesa delle <a href="http://www.economist.com/search/displaystory.cfm?story_id=10789409">batterie del futuro</a>, ho letto un <a href="http://www.economist.com/science/displaystory.cfm?story_id=9539765">articolo</a> su <em>The Economist</em>, secondo il quale l’energia eolica prodotta in Irlanda potrebbe essere accumulata spingendo su acqua nei bacini delle centrali idroelettriche Norvegesi, attraverso una rete energetica Europea. All’occorrenza….<em>zak!</em>, si aprono le condotte ed ecco l’energia pronta all’uso. Cito un pezzetto dello stesso articolo:</p> <blockquote> <p>La capacita’ dei bacini Norvegesi e’ cosi’ grande che, secondo il Dr. Schmid, se il vento dovesse calare in tutta l’Europa, circostanza che si verifica in occasioni rare, le centrali idroelettriche potrebbero essere messe in funzione e colmare la carenza energetica fino a quattro settimane.</p> </blockquote> <p>Potra’ non essere sufficiente per le esigenze di alta potenza, ma per una fetta di mercato energetico domestico, l’idea non sembra tanto male. L’argomento e’ applicabile anche per il fotovoltaico: i fornitori di energia potrebbero essere in questo caso la Spagna, il Portogallo, l’Italia e la Grecia.</p> <p>Forse il fotovoltaico ha il vantaggio di essere piu’ seducente del nucleare, per il singolo cittadino. Alzi la mano chi vorrebbe una centrale nucleare in casa propria. La alzino ora coloro che, sempre per rendersi <a href="http://www.galileonet.it/primo-piano/10227/centrali-fai-da-te">energeticamente autonomi</a> (o quasi), installerebbero qualche metro quadro di pannelli solari sul proprio tetto (o sul terrazzo condominiale).</p> <p>Purtroppo i costi del fotovoltaico sono ancora troppo alti per poter competere sul libero mercato dell’energia. Intanto, vado a stendere un altro bucato.</p> Potrebbe andare peggio 2008-07-11T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/07/11/potrebbe-andare-peggio <p>Quando negli USA cominciarono la sperimentazione clinica sulla <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Amifostine">amifostina</a> (il radioprotettore[1] e chemo-protettore anche noto come WR2721), dati i terribili effetti collaterali di questa medicina, i pazienti potevano rifiutarsi di assumerla. Pare che fossero in molti ad aver rifiutato il farmaco, pur sapendo che, forse, avrebbe potuto sortire dei benefici. I pazienti che accettarono di assumere l’amifostina eran troppo pochi perche’ la sperimentazione clinica potesse produrre risultati statisticamente convincenti. Eppure, dei risultati oggi ci sono…grazie alla Cina, dove, se il medico aveva prescritto il trattamento e se il paziente non voleva sottoporvisi, la Polizia <em>accompagnava…gentilmente…</em> il paziente alla seduta.</p> <p>Questo post e’ basato su una segnalazione di <em>Bellostivale</em>. Grazie.</p> <p>[1] Sostanza che riduce gli effetti citotossici delle radiazioni ionizzanti</p> Te lo stacco, quel becco! 2008-07-09T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/07/09/te-lo-stacco-quel-becco <p>Alle volte e’ davvero difficile accettare qualcosa che sia distante dalla nostra percezione, dal nostro intuito. I ricercatori non sono nient’affatto esonerati da queste esperienze: le implicazioni della teoria dei Quanti, all’inizio del ‘900, erano profondamente anti-intuitive (per chi ci avesse litigato almeno una volta, i libri di Richard Feynman possono essere d’aiuto). Ma questa, ascoltata sul podcast del <a href="http://www.guardian.co.uk/science/2008/may/08/genetics.wildlife?gusrc=rss&amp;feed=science">Guardian</a>, e’ proprio fantastica. Da quanto si puo’ evincere dai segni lasciati sul becco del primo esemplare di ornitorinco mai avvistato dall’uomo (correva l’anno 1798), il suo scopritore avrebbe pensato ad uno scherzo. L’animale, secondo lui, sarebbe stato uno strano pinnipede al quale qualche furbastro avrebbe attaccato un becco. Ecco spiegati, quindi, i segni delle tenaglie sul becco della bestiola, che lo zoologo avrebbe provato a staccare. Oh, ma gliel’avevano attaccato proprio bene, eh? Incredibile.</p> Laurea in Agopuntura 2008-07-07T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/07/07/laurea-in-agopuntura <p>Alcune tecniche di laboratorio possono essere veramente tediose: per me sono  opportunita’ per ascoltare in cuffia, intanto che le mani sono occupate, i podcast scientifici. Tra i miei preferiti c’e’ quello curato dalla rivista <a href="http://www.nature.com/nature/podcast" target="_blank">Nature.</a><br /> Il numero del <a href="http://media.nature.com/download/nature/nature/podcast/v453/n7194/nature-2008-05-22.mp3" target="_blank">22 Maggio</a> contiente un’intervista a Simon Singh, autore del libro <em>Trick or Treatment</em> (ispirato al monito della festa di Halloween <em>Trick or Treat e</em> che da noi diventa <em>Dolcetto o scherzetto</em>).<br /> Tra le condanne di Singh ci sono i corsi di laurea in medicina alternativa, offerti da Universita’ Britanniche di tutto rispetto. Quello che fa perdere le staffe a Singh e’ la mancanza di una base scientifica per queste discipline, e, nelle sue parole, la dipendenza da entita’ non esistenti quali i “<em>Chi"</em>. Singh ci va ancora pesante: “Il problema delle lauree in medicina alternativa e’ che cio’ che viene insegnato e’ datato e gia’ confutato. Come tali, queste lauree intaccano l’integrita’ dell’educazione Universitaria".<br /> Ed in Italia? Ho fatto una ricerca su Google con le parole “laurea medicina alternativa". Il risultato piu’ divertente e’ sicuramente <a href="http://centre-archive.com/medicina-alternativa-laurea-si-e-possibile-raggiungere-tuo/" target="_blank">questo</a>. Scrivo a quelli di Google e gli chiedo di aggiungere il bottone “voglio farmi una risata" a fianco a <a href="http://www.google.com/search?hl=en&amp;q=&amp;btnI=I%27m+Feeling+Lucky">mi sento fortunato</a></p> Il mio divano e' blu anche quando non lo guardo? 2008-07-04T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/07/04/il-mio-divano-e-blu-anche-quando-non-lo-guardo <p>Era l’estate del mio diciannovesimo compleanno e riflettevo sulla mia scelta universitataria. In quella calda estate napoletana, ero indeciso tra Fisica, Ingegneria e Filosofia. Il mio interesse verso la natura delle cose mi faceva protendere verso la Fisica o la Filosofia. Negli ultimissimi giorni a disposizione, optai per Fisica, e gli anni di studio che seguirono furono bellissimi. Durante il mio viaggio di ritorno da Trieste, dove sono stato per il congresso della Societa’ Italiana per le Ricerche sulle Radiazioni, mi sono imbattuto in un <a href="http://www.seedmagazine.com/news/2008/06/the_reality_tests_1.php">articolo</a> che mi ha fatto ricordare i giorni della mia scelta finale, e quanto vicine possano essere la Fisica e la Filosofia. L’articolo scrive di un gruppo di ricerca di Vienna che vuole mettere alla prova le implicazioni piu’ profonde della teoria dei Quanti, cercando di rispondere alla domanda: <em>‘il mondo che ci circonda e’ il risultato delle nostre osservazioni?’</em>. Oppure, detto altrimenti: ‘<em>Il mio divano e’ blu anche quando non lo guardo?</em>’ A livello microscopico, dove gli effetti quantistici sono evidenti, pare che cio’ che misuriamo non esisteva prima della misura. E visto che la Fisica dei Quanti sembra valere anche nel nostro mondo macroscopico, seppure noi saremmo tropo poco sensibili per accorgercene, questo studio austriaco potrebbe avere delle implicazioni sulla nostra percezione del mondo in cui viviamo. Potrebbe non sorprendere, quindi, che il gruppo Austriaco (in cui c’e’ gia’ un ragazzo Italiano) stia adesso cercando un filosofo che collabori con loro. Se a 19 anni avessi scelto Filosofia, gli manderei forse il mio curriculum.</p> in pensione la pensione 2008-07-02T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/07/02/in-pensione-la-pensione <p>Peter Lawrence, professore all’Universita’ di Cambridge, Inghilterra, <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v453/n7195/full/453588a.html">scrive</a> sul numero di Nature del 29 Maggio scorso che la pensione, nel contesto del mondo accademico, dovrebbe essere facoltativa. Cosi’ gia’ e’ in USA ed in Australia. Le ragioni addotte sono, apparentemente, schiaccianti. Lawrence ricorda quei ricercatori che, costretti al pensionamento in Europa, si sono invece trasferiti oltreoceano, dove hanno continuato ad eccellere. Uno di questi e’ il premio Nobel per la Medicina e Fisiologia dello scorso anno. L’argomento e’ delicato: da un lato c’e’ chi - come Lawrence - sostiene che non si puo’ mandare via dalle Universita’ persone di grande esperienza, ammesso che siano ancora in grado di produrre. Dall’altro lato c’e’ chi teme che i programmi di ricerca non sarebbero piu’ rigenerati frequentemente attraverso l’assunzione di nuovi (giovani) ricercatori. In Italia, dove molti giovani (e meno giovani) aspettano con ansia il pensionamento di chi gli sta scomodamente davanti, la proposta di Lawrence potrebbe sembrare indecente. Pero’ poi non andiamo a dire che stiamo bene cosi’: ambire ad una crescita professionale solo per anzianita’ non e’ certo da eroi. Operativamente: non troppo tempo fa, l’ex ministro Fabio Mussi parlava di professori in <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/full/318/5852/895b?maxtoshow=&amp;HITS=10&amp;hits=10&amp;RESULTFORMAT=&amp;fulltext=Fabio+Mussi&amp;searchid=1&amp;FIRSTINDEX=0&amp;resourcetype=HWCIT">pensione a 70 anni</a> invece che 75. Chissa’ che cosa direbbe Lawrence.</p> <p><a href="http://technorati.com/claim/j4pxtmvakt" rel="me"></a></p> Annunciazió, Annunciazió 2008-06-28T00:00:00+02:00 http://massimopinto.github.io//blog/2008/06/28/annunciazio-annunciazio <p>Andrea Capocci ha chiuso il suo blog con un <a href="http://www.galileonet.it/blog/article/481/cosa-fatta-capo-ha">messaggio</a> in cui annunciava che il nuovo blogger di Galileo sarebbe stato migliore di lui. Andrea non conosceva il suo successore quando l’ha scritto, né io pensavo di esserlo quando l’ho letto. Certo, Andrea, bella responsabilità che hai lasciato! Come Andrea, sono fisico, anche se da 11 anni mi occupo di biologia cellulare. Sono ricercatore in radiobiologia, una scienza di base, interdisciplinare, che studia gli effetti biologici delle radiazioni ionizzanti e le cui scoperte mirano a migliorare sia la qualità della radioterapia del cancro, sia alla formulazione di norme per la protezione del personale professionalmente esposto alle radiazioni ionizzanti. Tendo a tenermi informato sui fatti dell’Italia - non soltanto della scienza - principalmente, ma con numerose eccezioni, attraverso la stampa estera, della quale apprezzo la capacità di sintesi (poi magari c’e’ una manifestazione di piazza che passa sotto casa e non me ne accorgo). Nella mia emeroteca di casa, ad esempio, ci sono la rivista bimestrale <a href="http://www.seedmagazine.com/">Seed</a> ed il settimanale <a href="http://www.economist.com/">The Economist</a>. I miei podcast scientifici preferiti sono quello del <a href="http://blogs.guardian.co.uk/science/category/podcast_1/">Guardian</a> e quello di <a href="http://www.nature.com/nature/podcast/">Nature</a>. Quello del merito è uno dei miei temi preferiti. Poveri voi. Prima di approdare qui, ero <a href="http://network.nature.com/blogs/user/massimopinto">qui</a>. Spero di leggere molte vostre critiche e commenti, ma vi prego di esser sempre corretti e rispettosi delle idee degli altri che commenteranno. <em>Annunciazió, Annunciazió</em></p>
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